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In viaggio tra buche ed etica – cronache con i figli

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La figlia piccola è una attenta osservatrice delle strade che percorriamo per andare a scuola o a far la spesa, quando non gioca, chiede, curiosa, spiega.
Da un pò di tempo in qua, mi indica gli autovelox e si raccomanda di rallentare. Oggi ne abbiamo visto uno quando era troppo tardi, e di fronte alle mie imprecazioni 😁😳, si è detta preoccupata. Le ho spiegato che al limite mi sarebbe arrivata la multa.

“Ma non è giusto, loro hanno tanti soldi e noi pochi” ha detto.
Le ho spiegato che le multe si pagano, se si sbaglia.

Avrei dovuto spiegarle che le persone civili pagano le multe, ma molti altri disinvoltamente tendono a fregare tutto e tutti.
Intanto facevo la gimkana su strade ridotte a sequenze infinite di buche, e pensavo ai comuni che fanno cassa a suon di autovelox.
Pensavo ai soldi che mancano per i servizi basilari, e alla fortuna che ritengo di avere nel lavorare nel sociale, dove mancano i soldi e quindi anche molte delle tentazioni di evadere le tasse, e al fatto che dipendo da uno stipendio (striminzito nonostante i 26 anni di onorata professione educativa) e le tasse le prelevano a monte.
In fondo la sostenibilità e l’etica e la cura, quaggiù tra l’umanità a rischio e dolente, sono merce di scambio tutt’altro che rara, sono “cose” cui è necessario pensare e maneggiare.
Per fortuna.

Ma che fastidio mi da l’idea che in questo paesello italico, a tanti faccia piacere dimenticarsi del debito di cura e attenzione che ci dobbiamo offrire reciprocamente, con equità e senza inganni.
Un paese da furbetti.
Roba triste.


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Che? Mi sto diventando buddhista?

Stati febbrili (?)
Mettendo in ordine qui e là aumenta la sensazione che amare (le cose, il lavoro, gli amori) sia un fare potentemente connesso con la bellezza. Che sia immettere bellezza. E ogni amare/fare ha una sua bellezza da immettere, vedere, curare, aggiungere, semplificare, riordinare. Per poi sorriderne. E ricominciare.


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Matrioske del sapere

Oggi, dopo aver accompagnato la figlia grande verso il suo primo giorno di scuola, ho accompagnato anche piccola al primo ingresso alla scuola primaria.

Le ho augurato mentalmente che la scuola fosse quel contenitore di “belle e buone cose”, che mi sono portata via io. Una scuola riuscisse a passarle il piacere di sapere e la curiosità.

E così, guidando verso il lavoro, sono andata a ripercorrere alcuni ricordi: che cosa è stato più importante per me della scuola?
Ho scoperto che non riuscivo assolutamente trovare un’elenco di priorità, e ne determinare se sia stato più importante trovare l’umanità di alcuni docenti, o la severità e la disciplina etica nell’insegnare si altro, o il sapore che alcuni davano alla loro materia, o la passione di altri ancora nel “passare” una passione o un amore per una materia.
Dei docenti cui non interessava insegnare, non ricordo nulla.
Poco male. Evidentemente le brutte esperienze lasciavano poco segno, in me.
Oppure (forse) avuto molte esperienze positive, tanto che ancora oggi ci sentiamo via Facebook con i compagni delle medie. E conserviamo un ottimo ricordo delle nostre insegnanti (Italiano e Matematica: due miti).

Alcuni insegnanti, fra molti che molto hanno “dato”, sono riusciti a concretizzare in un’unica azione la possibilità di insegnare alcuni contenuti e dimostrare la propria profonda umanità.

Ma è tutto questo insieme di modi di essere formatori, che mi ha lasciato, dopo tanti anni dal mio inizio della scuola, la fame di imparare ancora, e di trovare persone da cui imparare.
E negli anni, e forse anche nel lavoro, ho capito il gusto di essere io a lasciare qualche segno attorno al sapere e alla passione dell’imparare/insegnare.

Ma la scuola … cosa sarebbe stata senza la passione umile di mia madre, ricca di voglia di imparare, e migliorarsi anche oggi dopo i suoi 75 anni, e di farli con la determinazione e curiosità che le riconosco. Cosa’altro sarebbe stato potuto essere di me senza le infinite librerie di casa dei nonni, e le loro antiche vetrine, piene di libri dalla carta ingiallita, sin troppo odorosa per il mio olfatto di bimba.
Odore che oggi si lega al passato, con affetto e tenerezza. Cosa altro avrei potuto essere senza la disponibilità di libri di ogni genere, a casa dei miei genitori, sempre aperti al mio sguardo? O senza la passione condivisa con mio padre, della fantascienza e dei gialli Mondadori?

Diventa difficile sapere cosa è stato insegnato, “cosa” ha permesso che io fossi cio’ che sono, e mi ha condotto nelle strade che percorro oggi. Come il sapere familiare si sia intessuto con le esperienze da scolara.

E quindi in questo primo giorno di scuola, auguri alle mie figlie e ai suoi suoi compagni e compagne di trattenere a scuola e intessere con se stesse, quel piacere fisico, fatto di odori, di sguardi, di contatti e di emozioni che riempiono la vita di una persona, e di saperi, nozioni, conoscenze, lezioni e scoperte.

La grande stasera mi ha dato la conferma che anche lei quello strano sapore lo sta assaggiando a scuola!
:)

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Sin tesi (siblings e altre cose)

Insomma un post senza troppo pensiero a margine, senza tesi di fondo.

Avendo un poco di tempo regalato da caso.
Un post alla vecchia maniera di Pontitibetani, in cui butto fuori gli stracci miei, che a volte fa bene.

Mi ha fatto bene per tre anni almeno.
Strappar fuori, in forma di parola, leggibile, qualche groviglio; sapendo che non sarebbe restato solo aggrovigliata dentro di me, ma sarebbe stata lasciato al pubblico sguardo.

Terapeutico, si dice.

Insomma qualcosa s’ha da fare: dopo quindici giorni di febbriciattole e emicranie furenti, di un corpo in conflitto con la testa, che quando quello dice molla, lei per opposizione tiene, e viceversa. Appunto, una lotta interiore. E la chiamano vacanza!

Allora scrivo. Non si sa mai.

Fratellanze e sorellanze
Avessi avuto un fratello.

A me manca. Figlia unica tutta la vita.
Uno di quelli che sta dalla tua parte a prescindere, e che promette cazzottoni a uomini importuni e inopportuni. Avrei avuto necessità minori di rendermi una donna adrenalinica.
Sarei stata più soft. Forse.

Vedo le mie figlie, due, con una madre e due padri. Sorelle a tutti gli effetti.
Oggi mi pare un vantaggio questo assetto sorellifero, diversi modelli educativi, impossibile esercitare le preferenze, piacciono ugualmente entrambe a signora mammà. Le differenze di base aiutano non poco a capire che hanno storie e basi diverse. i confronti sono inutili. Pertanto si va “d’affetto” e paritarie incavature dovute alle due creature dalla, di loro, madre.

Comunque le due si incastrano perfettamente nelle differenze. Uguali non so. Complementari e complici si.
Si amano.
Lo sento nella pazienza della grande mentre gioca con la piccola, lo sento dalle risate che sgorgano come da una fonte (risata argentina, si dice) dalla sua gola. La piccola ride così solo quando gioca con la grande, la emula, la imita, la segue e la adora, e ride tantissimo. La grande si dispone, a dispetto dell’età, a stare e giocare, deliziare e farsi deliziare.

Gli effetti involontari di aver fatto due figlie son questi.
E riempiono il cuore.

Dovrei scrivere un volumetto in cui sostenere questa tesi (alla fine la tesi esce, visto?): ai figli fa bene avere un solo genitore in comune, e questo fa bene anche alla maternità, presa a se stante.

Il resto dei casini (che non possono non mancare) spettano agli adulti, al senso del progetto familiare, alla sociologia delle famiglie a strati. Alle rivoluzioni del mondo liquido, e dell’individualismo globalizzato.
A loro piace esser sorelle, con un legame fatto solo per metà di sangue e per metà fatto di casualità, di scelta e di affetto.

Il che la dice lunga sulla menata dei legami di sangue, che si vede subito esser una gran fregnaccia, dacché la gente ci si innamora in assenza di legami sanguigni (che la genetica conferma la validità del procedimento di mescolanza).

Ma questa è un altra storia, giusto?
Fatto sta che questa sorellanza meticcia funziona, e son felice di averla regalata alle due figlie, per via di una sliding doors della mia vita.

Le risate di oggi, tutte quelle che ho ascoltato, mentre rimbalzavano tra stanza e stanza, rendono la vita un posto piu’ piacevole dove stare.

Nonostante le emicranie.
Nonostante le slinding doors, che spingono, in zone faticose o all’angolo.

Dietro un’altra porta ci stanno anche le mie risate, quelle che sconfiggono le emicranie.


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del pulire, dell’aver cura, del dolore (Per Sara)

http://youtu.be/K9eZiQAxaHw

Questo l’ho capito in campeggio, dapprima arrabbiandomi, e poi arrivandoci con miglior dolcezza, arrivando a toccare il nocciolo del problema, proprio oggi che ho cominciato a pulire il camper di Sara.

Ogni volta che andavo nei bagni del campeggio, mi dava fastidio vedere come i lavandini venissero lasciati sporchi (capelli e dentifricio in genere), e lo stessa incuria la trovavo nei lavabi per le stoviglie.

Un vero peccato, trattandosi di un campeggio molto bene assistito e curato, tant’è che entrare nei bagni mostrava l’evidente lavorio della persona addetta alle pulizie, nell’arco della giornata.

Insomma erano i campeggiatori a comportarsi da zozzoni.

Dopo un sufficiente numero di improperi lanciati a destra e a manca, ho capito cosa avevo voglia di fare, una sola cosa lasciare: più pulito di come avevo trovato.

L’ho collocato a mezza strada tra il mio bisogno di aver cura delle piccole cose, e l’ideale di giustizia che vorrei venisse applicato da tutti; ho scelto una azione piccola che stesse comoda, a scavalco tra l’utopia e la possibilità di azione, e che mi restituisse l’idea che il mio segno sul mondo è piccolo. Limitandomi a lasciare un bagno decente, per chi viene dopo di me.

Molto più difficile è stato pulire il camper di Sara:

se ci fosse ancora, lei avrebbe pulito il frigorifero, e sgrassato il fornello, spazzato e preparato tutto per il prossimo viaggio, per lei e la sua famiglia. Lei e non io.

Il suo camper mi è stato prestato.

ho pensato ogni gesto, immaginandolo come sarebbe stato e sapendo che sarebbe spettato a lei, che invece non può più farlo. Ho fatto azioni che sembravano dei mantra al dolore che c’è, nella sua assenza. Al dolore immenso e irriducibile della sua morte, a quanto di faticoso e inesprimibile si è tirata dietro, e che conosco così ancora intessuto (o inciso) nella vita della sua famiglia.

Non avremmo usato il suo camper, se lei fosse stata viva. Usarlo è stato (da un lato) tenere vivo lo scopo per cui era stato pensato – un modo per andare in vacanza ovunque, liberi di scoprire il mondo – dall’altro è stato un rinnovare la sua assenza.

L’ho pulito, e ancora ce n’è da fare, pensando che magari la sua famiglia riuscirà nuovamente a usarlo, rinnovando la memoria del loro progetto, ritrovando nel gesto che facevano con lei, nel dormire e nel cucinare sul camper; avendo di nuovo come dolce sottofondo la sua presenza, come ricordo, come compagnia, come pensiero, come progetto.

In ogni caso ancora oggi, a quasi due anni da quella morte troppo precoce, il dolore si sente ancora forte, tra lo sgrassatore e lo straccio per il pavimento.

Chissà se scriverne diventerà un altro modo per aver cura, per aver memoria, per aver gratitudine (per la persona splendida che era), e se diventa un gesto che offre sollievo al dolore.

Oggi non lo so.


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Dalle piccole cose alle grandi disattenzioni.

foto 2Io sulla strada sull’argine ci vado con la piccola, una stradetta di servizio asfaltata, che porta al Po, e all’ultima frazione del paesello, anzi alla frazione – ceduta per le incertezze della geografia – al paese limitrofo.

Ci andiamo a rodare le sue capacità ciclistiche, appena maturate. Va da se che una strada simile serve a poco e a pochi, e in genere chi vi transita in auto, cortesemente rallenta per facilitare la vita ai ciclisti, bimbetti, signore agee, famigliole…

A parte i tre imbecilli della macchinona nera, che ben si sono guardati dal rallentare o spostarsi. Va da se che da madre previdente avevo messa al sicuro la piccola, lo sapete che le madri lo fanno, no? O avete bisogno delle orse Danize per ricordarlo? I cuccioli non si toccano!

Ho detto una parolaccia, subito redarguita dalla microba. Ha una mamma irritabile e brontolona su certe cosucce. La sua sopravvivenza, i diritti e il rispetto.

E la testa, troppo pensosa di mamma, si è fatta un viaggio sul bisogno di cura che ha il mondo, e sulla ovvia necessità che un posto civile ha cura per chi è piccolo, o fragile, i cuccioli, i disabili, i vecchi.

(sottofondo di improperi, tanto la cucciola li censura)

Certo nulla è successo, ma la noncuranza dei guidatore, mi ha ricordato sin troppo da vicino al disinteresse per una necessità che è dell’umanità/essere umani: il diritto/dovere alla tutela di chi è in svantaggio. Fair play e non solo.

Cura, attenzione, protezione, un giusto dosaggio di cura e possibilità che vanno concesse.

In Syria, o a Gaza, o in Ucraina, o ai cuccioli di orso.

Tanto per dire.

Che farsene, altrimenti, delle viscere che si contraggono davanti al dolore altrui, o quando si vede bene nemmeno più la vita di un bimbo vale? E’ talmente ovvio che come specie dovremmo avere cura dei cuccioli. Lo sanno le orse e le elefantesse.

Gli umani se ne dimenticano, dentro le camice a quadrettino, gli occhiali neri da sole, e le macchinone.

(Cretini!)

Stay human voi che potete.

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