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Cyborg VII: Più reale del reale

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Non e’ l’ora migliore? Quella del mattino, in cui scivolate fuori dal letto, e ancora tutti dormono; incuranti delle incombenze della giornata, pronti a fare quei gesti, sempre uguali e sempre quelli. Bollire l’acqua per il caffe’, scegliere i biscotti, leggere le notizie del giorno sul web. Gustarsi le luci che la primavera disegna sui muri, e sfuma nelle tende. Sapere che e’ un momento tutto vostro, ancora non occupato dagli altri. Marito e figli, assopiti e ancora lontani nei loro sogni.

Vagate per casa, intuendo il colore della giornata, gustando l’ultimo momento prima della sveglia….

Ma e’ uno scossone, che riporta E. ad uno stato di allerta,  un’inerzia della volontà che si ridesta di colpo, mentre attorno il mondo si dissolve e sfuma, i mobili si scontornano ..

E. si volge inquieta, ancora non capisce, “cosa accade?”.

Un barlume di coscienza e una domanda .. “se fosse un sogno?”.

Non questo, ma la sua vita, se fossero 43 anni che sogna ininterrottamente un sogno, che e’ la sua vita, cui crede come ad una fede. La sua vita, le sue sensazioni, i pensieri non fossero altro che sogni?

Eppure sono le sue stesse sensazioni che dicono che non può’ aver sognato, le stesse che ora la avvertono che il mondo sfumato e fluttuante che le attornia, e’ vero. Si fida dei suoi sensi.

Le gira la testa, il mondo e’ (é ?) ( é quello reale e vero? ) attorno a lei.

Nuovi mobili, severi, estranei, tutti di un medesimo colore, grigio marrone. Sbanda e scivola, si appoggia ad una liberia, i libri ci sono tutti e del tutto simili ai suoi. Eppure non sono suoi. Non sono i suoi, non l’ordine, non i titoli. La vertigine la fa sbandare di nuovo, urtando con il gomito sullo spigolo. Acuto l’angolo e il dolore, la risvegliano ancora più del possibile. I bambini? Suo marito? Quella è la sua vita. Dove …

Corre per la casa, apre porte, non ci sono corpi da svegliare, sonnolenza da stimolare, cartella, abiti, colazioni. C’è una camera con un letto, solitario. Deve essere il suo, stropicciato e ancora caldo di corpo. Lo tocca. E’ un letto singolo. Non c’è una camera da bambini, solo uno studiolo abbandonato alla polvere, ai severi mobili grigi.

Una casa per uno, per un solitario, un tavolo e una sola sedia, un bagno piccolo, un solo spazzolino.

La realtà, che filtra tra l’angoscia e il dolore al braccio, è quella di una nuova vita.

La sua. La riconosce.

Ma non è la sua, quella dei ricordi, dell’amore, della famiglia, della collega con cui ha bevuto il caffè il giorno prima, della telefonata furiosa con il cliente, del cestino di fragole acquistato per i bambini nel solito dopocena.

Si guarda le mani, quasi bluastre, nella luce della casa, estranee come i colori che le illuminano.

L’ora successiva ogni dettaglio dalla casa, ogni cassetto, ogni anta, ogni minimo frammento della casa è rivoltato, estratto, aperto, sfogliato, smontato, sollevato, scucito, scollato, svitato, alla ricerca di un altro frammento, uno qualsiasi ma riconoscibile e conosciuto, e che la riconduca alla sua vecchia vita, fatta di saperi e ricordi.

Le ore successive si susseguono, a sfinirsi poi di pianto e desolanzione, nella casa particamente distrutta e rivolata, come se tutto ciò che era “dentro” fosse esploso al suo esterno.

E. si addormenta, su divano, o su quel che ne resta.

Al mattino. Si sveglia pallida e dolorante, dopo una notte sul divano. C. suo marito, con il viso insaponato e mezzo rasato, la bacia e le chiede come, “come mai?” abbia dormito sui divano, “sei pallida, hai mal di testa, hai dormito male?” le chiede.

La casa esplode di colori, dalle tende violacee, al tappeto arancione, riflettendo la luce del mattino, che entra dalle finestre. Anche il mal di testa esplode con la luce. Ma è bello.

Sogno. Solo un lungo e bruttissimo sogno. Qualcosa ancora peggiore di un incubo. Un sogno vivido.

Lontano, scorre come la colonna sonora della vita, il rumore della radio, lasciata accesa, là nel bagno e le voci dei bambini.

Lentamente si riappropria della realtà, della sua vita. Solo un sogno.

Il marito la abbraccia: “che brutto livido hai sul gomito, come te lo sei fatto?”

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