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il dna … l’altro da me, la diversità … e ciò che ci manca. Ovvero ma laggiù nell’acqua c’è il prozac?

4 commenti

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C’è un post molto potente in le cose che cambiano.

Parla della gente, di quella che ci sta attorno giorno per giorno. Quella che ci ferisce giorno per giorno.

Mi sembra che l’atteggiamento che lei descrive sia quasi inscritto anche nel dna della gente che vive quà attorno, nel paesello. Sebbene poi le debite differenze vadano osservate. Lei cita delicatezze importanti.

Ma ho la sensazione che sia sempre di più difficile accogliere le differenze altrui.

L’altro è altro dal mio dna, è corpo estraneo, è qualcosa che non c’entra mai. Ritorna in ciò che scrivevo un paio di post fa, ragionando irritata sulla composizione delle classi della scuola media dove va la grande: una classe prima composta da omologhi, bimbi della stessa scuola, classe e paese, e una classe di bimbi esterni, estranei, ripetenti e/o che arrivano dalla frazione limitrofa, (nemmeno extracomunitari ma bimbi cha arrivano al massimo da un 1 km di distanza) e già sono un corpo estraneo.

L’altro, l’alieno è ciò che non è perfettamente conformato, ma anche non perfettemente conosciuto sin dalla nascita.

Ecco che la piccola è nel dna del paese, perchè i nonni e il papà vi appartengono, è dei loro, è riconosciuta. Io e la grande (di anni 11) non ancora. Al massimo siamo accettate ed accolte qui nella via, dai nostri vicini, la quotidianità ci ha permesso un contatto, vicinanza, simpatia. Il mio compagno, più lucidamente di me, dice di guardare al bene e alle cose positive del paesello, dell’aiuto che alle volte viene, in modo del tutto imprevisto, che va decifrato tra le sgarberie o ignoranze superficiali. Lo so, sono diventata prevenuta. Ma non lo ero all’inizio. Uscivo con lui e mi ignoravano. Io come corpo estraneo mi sono costruita attorno un callo, e i miei affini ed omologhi li vado a trovare altrove. Chissene frega, no?

Ma certe sgarberie come dice japhy, le capisco e conosco, e alla fine avendo vissuto in altri tre paesetti simili (dopo l’abbandono della big city) a questo, ho scoperto che mi costruivo reti di amicizie omologhe, anche se involontariamente. Tutte persone che non erano autoctone ma “immigrate” come me, qualcuno veniva da Napoli, qualcuno da Cremona, qualcuno aveva vissuto a Milano, la signora nigeriana, i nuovi vicini rumeni, qualcuno veniva dal paese vicino, da 3/4 km di distanza…. Se vai dal medico senti un vociare ronzante e silenzioso, in cui senti dire “chi è”, “da dove viene”  e poi la litania eterna che narra paese ci sono un sacco di persone nuove e l’elencazione puntuale dei corpi estranei.

Certo io sono un orso in gonnella (in jeans per la precisione), lo ammetto, non socializzo se non ho nulla da dire, non spettegolo tanto per riempirmi il tempo, e i fatti altrui mi interessano solo se riguardano persone vicine o amica, non so fare captazio benevolentie, la piaciona, l’amica di tutti. Insomma sono una riservata e un pò antipatica, credo.

Ma insomma una signora, forse per fare una cortesia (?) mi ha detto che si vedeva che la minina l’avevo fatta davvero con m. (il mio compagno), visto che ne è la copia sputata; in molti salutano e festeggiano la piccola e quasi non salutano me e/o la grande. (A me un pò infastidisce e un pò no, sono anche stronza in ciò , “cosa me ne faccio di gente poco interessante?” Ma per la grande ci soffro, questo è il posto dove vivrà, e dovrà restare un corpo alieno?)

Ieri ero per lavoro a I. paesello collocato nell’hinterland di milano, in direzione bergamo.

Ma la geografia come si collega all’accoglienza della alterità?

Anche lì sono andata come corpo estraneo, c’è gente sconosciuta che mi ha sorriso, negozianti spigliati e cordiali, mi sono sentita bene ed accolta. Persino una mamma con il bambino evidentemente di colore sorridevano solari, uscendo da una bella casetta, non da una casa sgarrupata. E la terza volta che ci vado per lavoro ed è la terza volta che mi trovo in una situazione simile; così ho pensato che anche la statitisca confermi la mia sensazione: è un buon posto dove vivere. I bimbi vanno a scuola con il pedibus, ci sono piste ciclabili, una biblioteca ricchissima e propositiva, tante iniziative, una vita sociale intensa, tante persone in giro.

Il compagno  di vita ipotizza l’uso di prozac sciolto nell’aquedotto. (Ipotesi suggestiva).

Ma perchè ci sono posti dove l’altro non è alieno ma è anche possibilità, ricchezza, interesse, incontro.

E’ buffo ma sono le stesse domande sul giusto e l’ingiusto che mi turbavano già a 16 anni, quasi 30 anni fa. Forse non capisco,ed è perchè forse non sono cresciuta.

  • E quanti sono i posti così?
  • Perchè altrove l’altro è escluso, evitato, banalizzato, o peggio.
  • Perchè anche un bambino è un corpo alieno?
  • Perchè diverso è solo alieno, estraneo, da tener lontano o svilire?

Mò smetto perchè mi annoio anche da me, figurarsi gli altri …

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4 thoughts on “il dna … l’altro da me, la diversità … e ciò che ci manca. Ovvero ma laggiù nell’acqua c’è il prozac?

  1. Non so che dire, io sento forte la difficoltà di vivere a Milano e spesso penso di andarmene. Ma saremmo tutti e due espatriati, essendo di Milano. Quanto mi piacerebbe abitare in un paesino come quello che hai descritto… una parte di me propende però alla descrizion del tuo compagno “prozac nell’acqua”
    Baci

  2. ricopio e incollo il commento di zia cris
    ho rispost anche alla japhy. E il “bello” del paese, che, se vuoi, puoi trovare anche nei quartieri delle città. Dicono città ,ma tu vivi in un quartiere di questa e questo quartiere è come un paese, tutti sanno tutto di tutti e se sei nuovo nieni guardato con sospetto. te lo garantisco, visto che prima di venire in paese, 22 anni fa, abitavo nel quartiere dove ero nata nel lontano 1957, dal quale mi ero allontanata, ma poi sono tornata e io ero ben accettata, come mia figlia, mentre mio marito, che veniva da un’altro quartiere era guardato come “lo straniero”…e sto parlando di Bologna, non di Katmandù.

    poi cris tispiego il perchè ma in pvt

  3. @igraine .. ci pensavo in questi giorni, quando si cerca casa si è presi solo dal troavre una soluzione abitativa adeguata o molto più spesso economicamente sostenibilie, oppure che il posto scelto offra qualche confort basilare,: collegamenti, servizi etc etc etc ..
    difficilmente ci si chiede come è veramente la qualità della vita attorno a noi, perchè prima o poi si andrà alla posta, in banca, a scuola e a comperare il pane..
    forse è importante scegliere anche in base al livello di accoglienza trovato …
    purtroppo non ho scelto il paese, (è quello del mio compagno), ma anche i locali riconoscono a se stessi un carattere chiuso, diffidente … se lo dicono loro…
    forse potendo nuovamente scegliere punterei di più anche sulla rete di solidarietà e di accoglienza che quel posto offre, perderei più tempo ad osservare la gente, entrerei nei negozi …

  4. @zia cris (non riesco a contattarti in pvt su splinder ….
    sul bello del paese in città concordo, ho vissuto per un pò in zona città studi a milano, e sembrava davvero un piccolo paese con la rete di conoscenze tra negozietti e mercato .. il resto purtroppo era un traffico poco vivibile, per me allora.
    ma tutto il resto della grande città in effetti mi manca…
    mi sembra pazzesco … io avevo idealizzato bologna e la tua regione … uffffffffff!!!!
    i miei cugini che vivono in zona del forlivese mi hanno fatto scoprire a 16 anni l’accoglienza e la voglia di stare assieme, solo per il piacere di farlo …

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