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mondi in giacca&cravatta

9 commenti

che non frequento.

Oggi di passaggio dalla big city per lavoro, mi passa davanti un gruppuscolo di uomini elegantemente ingiaccati e cravattati. Sei o sette, attraversano disordinatamente tra le auto, appena vicino alle striscie zebrate, ma non troppo. Noi di qui si passa, sembrano osare.

Davvero eleganti, non scherzo, una razza speciale non il genere rappresentante, che come lo vesti sembra sempre sdrucito e abborracciato.

Mi affascina la razza, misteriosa, chissà come vivono, sembrano di un altro pianeta rispetto al mio.

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9 thoughts on “mondi in giacca&cravatta

  1. Leggo il tuo post sugli uomini in giacca e cravatta: quelli eleganti che pare sempre che l’abito gli sia pennellato addosso e a guardarli viene il dubbio che cosi’ ci sian nati. Non con la sola camicia, ovviamente cifrata a mano, ma già attrezzati di tutto punto per quel mondo fatto di negoziazioni e stile manageriale.
    Ho sempre subito il fascino di quel modo disinvolto di fare, nonostante l’abito in se’ sia quanto di piu’ scomodo si possa immaginare.
    Se per una donna, otto ore di tailleur son faticose, per l’altro sesso la cravatta puo’ diventare uno sforzo immane, paragonabile forse solo ai tacchi a spillo da dodici.
    Ma tu, che questo mondo non frequenti, non li hai mai visti in maniche di camicia arrotolate e cravatta allentata, un po’ scomposti attorno a tavoli da riunione dove si combattono – certe volte ad oltranza per ore ed ore – battaglie milionarie sul filo di qualche rigo e qualche postilla.
    Quand’ero piu’ giovane e quel mondo sfioravo, impettita nei miei tailleurini, mi parevano semidei, esempi da imitare.
    Qualche anno dopo, frequentando da consulente di direzione i corridoi del potere delle grandi aziende, scoprii che quegli abiti sartoriali e quegli atteggiamenti distanti non disvelavano eleganza innata, ma piu’ sovente ambizioni rapaci e talvolta cattive.
    Quanto piu’ nonchalante la pochette nel taschino e sottile la riga del gessato in tasmania, tanto piu’ feroce e sordida la maldicenza distruttiva, e quasi senza limiti la capacità di ferire l’avversario cercando di conoscerne vizi e virtu’ per colpire dove meno se l’aspetta e dove fa piu’ male.
    Quegli abiti eleganti, quei dettagli nascosti nell’appaiare color di calzini con fantasie di cravatte, servono a distrarre dall’orror vacui di certi sguardi e, in definitiva, di certe vite costellate di morti viventi.
    Capii allora che ormai le guerre da tempo non si combattono piu’ sui campi di battaglia, quelle son cose da dare in pasto all’opinione pubblica, da mostrare nei telegiornali la sera per manovrare l’emotività delle masse (Oh, quanta tristezza, il piccino con il basco del papa’ caduto in combattimento! Come si puo’ sopportare senza indignarsi che continuino queste atrocità! E intanto, dietro le quinte, già si preparano futuri campi di battaglia). Le vere guerre ormai son cose da consigli d’amministrazione, merge and acquisition, derivati finanziari riservati ai soli investitori istituzionali: non muovono a commozione il grande pubblico, almeno fintantoche’ non creano crisi finanziarie mondiali, ne’ producono cadaveri o palesi atrocità da biasimare. Ma quanti morti viventi ed esseri umani privi di sentimenti generano questi conflitti che, invisibili ai piu’, spostano destini e fortune nel mondo manovrando eserciti di fantocci fin troppo umani!

    • un commento che chiude lo stomaco, ma di cui sono grata, perchè apre lo sguardo su un inferno che non vediamo, e le cui vittime poi son sempre gli stessi i soldati, gli operai, i bambini accanto a genitori persi nella morte.

  2. Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi a far promesse senza mantenerle mai se non per calcolo, il fine è solo l’utile, il mezzo ogni possibile, la posta in gioco è massima, l’imperativo è vincere e non far partecipare nessun altro, nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro: niente scrupoli o rispetto verso i propri simili perchè gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili. Sono tanti arroganti coi più deboli, zerbini coi potenti, sono replicanti, sono tutti identici guardali stanno dietro a maschere e non li puoi distinguere. Come lucertole si arrampicano, e se poi perdon la coda la ricomprano. Fanno quel che vogliono si sappia in giro fanno, spendono, spandono e sono quel che hanno.
    Sono intorno a me ma non parlano con me… Sono come me ma si sentono meglio…
    Sono intorno a me ma non parlano con me… Sono come me ma si sentono meglio…
    …e come le supposte abitano in blisters full-optional, con cani oltre i 120 decibels e nani manco fosse Disneyland, vivon col timore di poter sembrare poveri, quel che hanno ostentano e tutto il resto invidiano, poi lo comprano, in costante escalation col vicino costruiscono: parton dal pratino e vanno fino in cielo, han più parabole sul tetto che S.Marco nel Vangelo e sono quelli che di sabato lavano automobili che alla sera sfrecciano tra l’asfalto e i pargoli, medi come i ceti cui appartengono, terra-terra come i missili cui assomigliano. Tiratissimi, s’infarinano, s’alcolizzano e poi s’impastano su un albero, boom! Nasi bianchi come Fruit of the Loom che diventano più rossi d’un livello di Doom…
    Sono intorno a me ma non parlano con me… Sono come me ma si sentono meglio…
    Sono intorno a me ma non parlano con me… Sono come me ma si sentono meglio…
    Ognun per se, Dio per se, mani che si stringono tra i banchi delle chiese alla domenica, mani ipocrite, mani che fan cose che non si raccontano altrimenti le altre mani chissà cosa pensano, si scandalizzano. Mani che poi firman petizioni per lo sgombero, mani lisce come olio di ricino, mani che brandiscon manganelli, che farciscono gioielli, che si alzano alle spalle dei fratelli. Quelli che la notte non si può girare più, quelli che vanno a mignotte mentre i figli guardan la tv, che fanno i boss, che compran Class, che son sofisticati da chiamare i NAS, incubi di plastica che vorrebbero dar fuoco ad ogni zingara ma l’unica che accendono è quella che dà loro l’elemosina ogni sera, quando mi nascondo sulla faccia oscura della loro luna nera…
    Sono intorno a me ma non parlano con me… Sono come me ma si sentono meglio…
    Sono intorno a me ma non parlano con me… Sono come me ma si sentono meglio…

    Post scriptum: e ascoltando una volta di piu’ frankie Hi nrg, penso alla scuola, ai prof di lettere e alla poesia…e so che il Petrarca e pure Dante sarebbe lettura interessante se solo, per far capire la rima e il ritmo, si passasse da qualcosa che, come questi versi moderni, ha un ritmo che i ragazzi possono sentire.

  3. Mizzega che noia! A Milano ce ne sono a mazzi. Forse è un'”uniforme” che dà lo stesso effetto protettivo delle uniformi vere… C’è chi ne è estimatore. Io no, troppo comodo nascondersi sotto un pezzo di stoffa… e lo trovo inquietante, pure.

  4. Su una nota un pò più leggera, ricordo anni addietro e parecchi, lavoravo in una multinazionale america che ad un certo punto decretò il ‘casual friday’ invitando tutti il venerdì a posare la divisa giacca-cravatta/taiorino e vestire casual.

    Ovviamente nella declinazione italiana questo casual non divenne la braga corta e maglietta californiana bensì la mise superfirmata, sneaker sportiva ma elegante, giubbotto in pelle e via elencando.

    Un collega commerciale sempre molto curato, alto e magro, sempre in doppiopetto, con l’elegante nonchalance del fumatore e bevitore di whiskey, guardandosi intorno un venerdì commentò che in realtà l’unico a vestire davvero casual era lui che pescava dall’armadio un pantalone e la sua giacca, una camicia ed una cravatta e uallà! pronto e sistemato. Mentre tutti costoro che l’ultimo giorno della settimana mettevano su il gran pavese dello sportivo di marca, gli parevano una manica di pazzi.

    Vabbè, c’entra qualcosa? non so …

    /graz

  5. in effetti ripensandoci <a posteriori e rileggendo i vari post emerge uni scenario giacca e cravatta inquietante.
    cosa che nel mio post non prefiguravo nemmeno, però credo che lo scarso understatement italiano relativo al vestire sia trasversale. c'è uno scenario femminile iper vestito, truccato pettinato, un urlio di ridondanze come a dire io sono donna. immagino sia complementare al modello maschile che emerge in alcuni commenti, da una parte potere di un tipo, dall'altro potere di un altro tipo, che in fondo sta ben accessoriato insieme ai certi suv iperinquinanti. insomma un esercizio di potere che va urlato, per dire che c'è.
    il che denoterebbe scarsa stima di se, no?

    ma tornando alla razza aliena, almeno a me, e al il là di ogni giudizio di merito mi colpisce come il gruppetto osservato, fosse terribilmente omogeno, elegante certo, privo di incrinature apparenti e/o cadute di forma ma che mi risultasse alieno.
    immagino che la stessa osservazione di alienità sarebbe riferibile al mio contesto lavorativo di provenienza, il sociale/educativo

  6. ovviamnete ho fatto una risposta di sintesi e colletiva, si graz il finto casual c’entra … e in effetti alla fine il vero casual era davvero giacca e cravatta. ma come è difficile uscir dagli schemi del branco, no???

  7. Io ho un fratello di quella razza lì ed è un bel problema ve lo assicuro. Io lo trovo fisicamente e mentalmente ingessato.

    • io davvero credevo, onestamente ed onestissimamente che solo di abiti si trattasse …. ma tutti dite che quaell’abito fa dei monaci…………
      argggh

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