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Ma la faccenda “quote rosa” non era risolta?

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Si intenda che la domanda è retorica nonchè ironica.

Cito il fatto quotidiano, nella sua versione on line che apre con un bel paginone web che ri-cita il “se non ora quando”.

Appunto se non ora quando?

I dati citati sono sconfortanti, non se ne avevano dubbi ma … rivederli – nuovamente – in prima pagina e in un momento in cui tutti insistono a dire che il vento sta cambiando, getta in ulteriore sconforto.

Il ” se non ora quando” evidentemente non è per le donne. Evidentemente il 50% circa della popolazione non è ancora abbastanza “massa critica” per ricevere pari diritti e pari lavoro.

Per quanto irritino tanto le posizioni ultra-vetero-femministe, trovo peggiore il finto buonismo dei misogini, che celebrano una parità che non intendono esercitare.

Siamo tutti persone, non esiste una reale differenza di genere, siete voi donne che proclamando la differenza di genere vi isolate, vi rendete elitarie e quindi non accessibili, la differenza di genere è solo un fatto culturale, e così via. Anche le motivazioni maschili più intelligenti, talvolta scadono in una misoginia da eccesso di parità. Che indirettamente nega i dati.

Tristissimi e sconfortanti.

E se anche è passata l’iniziativa sulle quote rosa .. nessuno se ne è dato per inteso, nel momento di cambiamento (elezioni comunali e provinciali) in cui era possibile dare una altra svolta. I partiti in questo genere, a destra o a sinistra sono strutture monolitiche e a struttura maschile.

La crisi che li attanaglia forse parla anche di questo, di un’idea piramidale del potere, di non saper pensare, vivere e gestire sia la responsabilità diffusa, che la capacità di lavorare in modo cooperativo; si osserva la fatica a condividere e alternarsi al potere e alla gestione dei sistemi.

Insomma tutto questo non sembra essere è cosa da maschi. Almeno stando ai dati.

Anche quando la crisi dei sistemi indica una necessaria inversione di rotta.

Il cadreghino (da cadrega – sedia in milanese -) resta incollato al simpatico retroschiena maschile.

Cito il Fatto Quotidiano:

“Ai ballottaggi erano rimaste in quattro, dopo il voto non ne è sopravvissuta neanche una. Un voto, quello del 29 e 30 maggio, dove indubbiamente ha tirato aria di cambiamento, ma nemmeno un alito di vento è soffiato su un dato di fatto: i municipi italiani restano allergici al rosa. Se rimane qualche dubbio, basta fare un passo indietro e dare uno sguardo agli eletti al primo turno, per accorgersi che la situazione è altrettanto desolante: su 1.184 sindaci, solo 118 eletti sono donne, ovvero meno del 10% del totale (leggi l’articolo di di Natascia Gargano e Lorenzo Bordon). E se la politica al femminile piange, non sta meglio il mondo dell’impresa. Perché, nonostante un accesso al lavoro più paritario, restano pochissime le donne ai vertici delle aziende che sono quotate in Borsa (leggi l’articolo di Alessio Pisanò)

e ancora, dal Fatto Quotidiano :

“D’altra parte, questi risultati non sono un fulmine a ciel sereno: basta guardare ai numeri di partenza. Dei quasi 4.000 candidati in corsa per la poltrona da sindaco il 15 e 16 maggio, solo 557 erano donne, un misero 14% del totale (dati Anci). La maglia nera del machismo municipale se l’è guadagnata la Campania, con 30 donne in corsa (7%) contro i 385 candidati maschi. Ma anche nelle Marche, la regione più virtuosa d’Italia in quanto a democrazia di genere, la percentuale di candidate non ha raggiunto il 20 percento: per i 29 comuni in rinnovo di cariche, hanno corso 77 candidati sindaco di cui 62 uomini. Senza contare le elezioni in cui delle donne non si è vista nemmeno l’ombra: sono state più di 800 le sfide disputate esclusivamente da aspiranti primi cittadini del sesso forte, in perfetta par condicio dal Nord al Sud della Penisola. Tra queste, ben 8 hanno riguardato capoluoghi di provincia: Trieste, Pordenone, Latina, Benevento, Napoli, Catanzaro, Reggio Calabria e Carbonia”

Godiamoci questa straordinaria sensazione.

Oppure provare a capire i modelli che funzionano e al solito rimboccarci le maniche senza dare alla politica respiro e possibilità di governare e legiferare senza di noi, e senza averci ascoltate, (ibidem):

“A dare l’esempio, come capita spesso nelle pari opportunità, sono i paesi scandinavi. La Norvegia rappresenta infatti un punto di riferimento essendo stato il primo paese ad adottare una legislazione sulle quote rosa nelle imprese. Introdotta nel 2003 dal ministro del commercio e dell’industria (non da quello per le pari opportunità), questa legislazione obbliga le imprese all’obiettivo di avere almeno il 40% di donne nei CdA delle società quotate in borsa. In caso contrario, se tale cifra non venisse raggiunta, sono previste sanzioni economiche o addirittura lo scioglimento aziendale. Anche la Germania si è data da fare. Kristina Schröder, ministro federale della famiglia, ha espresso l’auspicio di ottenere il 20% di presenza femminile nei CdA entro il 2015. Se questa soglia non venisse raggiunta entro questa data, il ministro proporrà un testo che stabilisca una quota obbligatoria. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il ministro della giustizia della Baviera, Beate Merk, che si è detta a favore di un quorum tra il 15 e il 20% in vista del finale 40%. Sul versante delle imprese, la Deutsche Telekom rappresenta un esempio unico, essendosi volontariamente prefissata l’obiettivo di raggiungere la quota del 30% entro il 2015.

Obiettivi in linea con quanto proposto dalla commissione Femm del Parlamento europeo, che fissa al 30% la presenza femminile entro il 2015 e al 40% entro il 2020. Come raggiungere questi obiettivi? Secondo le relatrici Rodi Kratsa-Tsagaropoulou e Marina Yannakoudakis, gli stati membri si devono impegnare per eliminare i classici ostacoli alla carriera femminile, introducendo misure come un maggiore congedo di maternità, interruzioni di carriera, flessibilità degli orari e agevolazioni per i genitori (asili nidi e doposcuola). E poi ancora un insegnamento specifico per imparare a conciliare vita personale e professionale e corsi di accompagnamento.

Adesso, prima che la parola passi alla Commissione europea, sarà il Parlamento a dover votare nel suo insieme le due relazioni nella plenaria di luglio. Certo al momento l’Ue non sta dando il buon esempio, visto che su 27 Commissari Ue solo 9 sono donne, con i pesanti portafogli di Mercato interno ed Energia saldamente in mani maschili. Uomini sono anche il Presidente del Consiglio europeo e tutti i leader dei 7 gruppi politici al Parlamento europeo, con l’eccezione di Rebecca Harms, copresidente dei Verdi. Un passo avanti è stato fatto con la nomina di Catherine Ashton a capo del Servizio di politica estera Ue, ma di strada ce n’è da fare ancora parecchia.”

Se ne è già detto su questo blog:

Quote Rosa

Se non ora quando

13 febbraio 2011

Lavoro al femminile

Lavoro Cooperativo

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