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storie di ordinaria educazione: tra cibo e rischio

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Perchè le storie: l’agorà 

Il tema:

Rischio, nutrimento ed educazione –  Agorà del 30 giugno 2011

Riflessioni di lancio

Chi non risica non rosica. Capita spesso che i calembour giochino non solo con la struttura della frase, ma anche con la forma delle parole. “Il troppo stroppia” è uno dei calembourpiù popolari ed esemplare in proposito: dice che l’eccesso produce mostri, storpia, appunto. E per rendere meglio l’idea, applica a se stesso il principio che esprime, storpiando il verbo nella proposizione e facendolo assomigliare foneticamente all’aggettivo sostantivato “troppo”. Dunque, “chi non risica non rosica” compie la stessa operazione: chi sarebbe quel “chi” che “non rosica”, ovvero non mastica, ovvero non mangia? Chi non rischia. Ovvero, se si vuol mangiare occorre correre qualche rischio, questo ci dice il detto popolare. E lo dice con tale forza da trasformare il verbo “rischiare” nel verbo eufonico “risicare”, che riassume in sè sia il rischiare che il rosicare, ovvero quello che intende fare il detto nel suo insieme.

Il cibo, anzi il nutrimento inteso come l’atto del nutrirsi, e il rischio appaiono strutturalmente connessi. E in molti modi. Tranne nel caso della manna, biblica eccezione che conferma la regola, il cibo non cade dal cielo: occorre procurarselo. E dalla cacciata dall’Eden in poi, farlo vuol dire fatica. Ma la fatica è anche rischio se non produce risultati, dunque il compito di nutrirsi corre il rischio del fallimento: perchè è sempre all’orizzonte la caccia infruttuosa, il raccolto andato male, la carestia, ma anche perchè ci si può cibare degli alimenti sbagliati, o nel modo sbagliato, o nel momento sbagliato e ciò vale per la nostra opulenta tavola contemporanea, quanto per gli umani del paleolitico: sono cambiati solo i fattori di rischio. Dunque per rosicare occorre rischiare per avere qualcosa da rosicare, ma anche rischiare con l’atto stesso del rosicare, mai definitivamente al sicuro.

Educare, fra le altre derivazioni etimologiche, viene dal verbo latino educare, che sta per nutrire. Appunto. Proprio quella dimensione dell’educazione che siamo abituati a immaginare come apoteosi della cura “buona”, priva di spigoli, di ambivalenze, di lati oscuri. Di pericoli, insomma. Ma “educare” è declinato in forma transitiva, dunque non si tratta del nutrir-si, ma del nutrire qualcun altro, di solito più debole, più piccolo, più bisognoso, più fragile. Dunque chi non risica a questo punto chi è, chi nutre o chi viene nutrito? e chi sarebbe a non rosicare, se non si risica, il nutrente o il nutrito? Vien da dire entrambi, anche se i rischi che corre ognuno sono di fattispecie differenti. Perchè è la relazione del nutrire/essere nutrito ad essere in sè rischiosa. Anche con le migliori intenzioni. Si tratta dunque di non abbandonare la prudenza, mai. Ma anche comunque di correre il rischio di nutrire, che è sempre meglio del lasciare che l’altro muoia per inedia. Poco cibo, raro e misero, è un problema quanto lo è troppo cibo, continuo e ricco. Che si tratti di proteine, carboidrati, stimoli cognitivi o amore. Perchè al di sotto del frugale c’è la consunzione, ma il troppo, appunto, stroppia.

 Perchè un racconto

Si tratta di raccontare un episodio della propria esperienza professionale che venga evocato ed evochi nello stesso tempo il tema del rischio connesso con quel particolare significato dell’educare come nutrire l’altro.

Un episodio è un fatto avvenuto da qualche parte in qualche momento che valga la pena di essere raccontato. Non è necessario che sia esemplare nel senso dell’essere particolarmente problematico, nè nel senso di una cosiddetta “buona prassi”. E’ sufficiente aver voglia di raccontarlo perchè “parla” del rapporto educare/nutrire e ha smosso pensieri ed emozioni in chi lo racconta.

Lo scopo è di continuare a esplorare il tema del rischio sfogliandolo sotto diverse prospettive e cercando di coglierlo nelle pieghe della quotidianità educativa.

Come è andata la (mia) prima volta, all’agorà ..

La prima sensazione di ieri sera è stata quella legata alla potenza delle storie di educazione raccontate, l’educazione riesce in questo modo ad insegnare profondamente, a chi ascolta ma anche ha chi ha scritto una storia.
Sarà che all’Anfiteatro Martesana (con alcune colleghe) avevamo fatto la Conferenza del Solstizio di Inverno 2011 per lo Studio Dedalo, ma il luogo mi è sembrato particolarmente evocativo. 
Forse per le luci soffuse, per la punteggiatura musicale (ottima) tra una lettura e l’altra, e la recitazione intensa, o forse per questo stile comune che vede il registro narrativo dell’educazione, capace di rendere presenti le emozioni di chi insegna e chi impara, ma anche di insegnare che nell’educazione soffermarsi a guardare spesso aiuta ad assumere nuove prospettive di interazione con l’altro.

grazie a Igor che ha postato il tutto!

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