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nascere, rinascere e nascere ancora

7 commenti

C’è stata una discussione in un gruppo – cui partecipo – fatta di incomprensioni, radicalizzazioni e molta fatica. Un vero peccato vista l’incomprensione di fondo che è rimasta.

Il tema era: i modi di partorire. La deriva: partorire con o senza dolore, come diritto e come scelta. Il rischio: cercare di individuare cosa è giusto e cosa è sbagliato per tutti.

Adesso a mente più lucida ho bisogno di mettere giù una riflessione che vada oltre alla discussione.

Fermo restando che la scelta del come partorire è probabilmente una di quelle scelte nel range di quelle possibili nella vita di una donna, ma solo nella speranza che non accada nulla di davvero problematico (alcune volte non si può scegliere). Lo sappiamo che far nascere un figlio è un evento delicato anche dal punto di vista psicofisiologico.

Di mio posso solo dire che ho optato, per la prima figlia per il parto in acqua in un piccolo ospedale di un paese dell’hinterland, e per la seconda ho scelto solo il luogo, l’Irrcs di una città medio grande. Il primo non è stato sanitarizzato, se non alla fine per evitare problemi alla piccola, il secondo è stato un parto indotto poi svoltosi normalmente. In ogni caso ho cercato di viverli nel modo più sereno e naturale possibile, pure facendo conto con la dimensione invasiva della medicina e della chimica. E lottando con la sensazione del dolore, che mi turbava, e mi restava inaspettata e imprevedibile. Ciononostante l’ho percepita come accettabile, e tollerabile molto più di una di quelle emicranie che alle volte mi ottundono.

Poi la distanza, rispettivamente, di 3 e 13 anni dalla nascita delle mie figlie ha reso il “fatto/evento del parto” spalmato in una dimensione diversa e dilatata. Mi sembra siano due momenti di una storia che si è un pò persa nel tempo. Come l’ansia di non aver potuto allattare la seconda bimba.

E vero che , secondo me, il parto non fa nascere solo un figlio, ma anche una madre e poi un padre, e infine una famiglia. Una storia.

All’inizio sentivo come se fosse una storia mia, unica, irripetibile, un fatto privato ed assoluto; nel suo essere un fatto magnifico e densissimo di fatica, emozioni, paure, dolore, e cambiamento.

Ma il partorire, oggi, nel ricordo diventa un atto sociale e condiviso, anche laddove esso non ha corrisposto ai miei sogni, alle mia aspettative, al mio bisogno di non sentirmi troppa “medicina” addosso. Ci sono state persone, ruoli, interazioni ed aneddoti, collocabili in un bagno di realtà che  – solo oggi  – percepisco come anticipatori del mio destino di donna, diventata madre.

Madre: significa avere a che fare con un compagno, marito (nel mio caso sono due diversi per le bimbe) che rivendica la partecipazione allora ed oggi, nel crescere e cambiare, nel seguire l’educazione, imponendo temi e tempi diversi dai miei. Essere madre è parte di un insieme, non un mio possedimento naturale.

Figlie che continuano a mettermi in crisi imponendo(mi) di rinascere come madre, quando mettono in crisi il mio sapere e richiedono di cambiare … Una famiglia allargata (nonni e nonne) che mi forza, ogni volta, a saper dare forma nuova alla mia cura dei figli. Essere madre è un ripartorirsi, tutta la vita, come diversa e uguale, facendo la solita fatica fatta di un impasto di dolore, gioia, paura. Cosa che ci assimila un pò tutti.

Quello che mi rimane è la necessità di rivendicare l’educazione al parto, chiedere di illustrare le varie possibilità di partorire, e ai rischi connessi ad ogni scelta. Non c’è una scelta che sia in assoluto la migliore, o che sia assolutamente priva di possibili rischi e/o di conseguenze. Quello che si può pretendere è la possibilità informativa, la possibilità che gli ospedali siano attrezzati per supportare le possibili scelte e che lo facciano in modo trasparente ed etica. Si può lottare perchè questo avvenga, si può farlo insieme ai futuri padri, forti di un progetto comune, insieme alle altre donne se si pensa che una buona nascita sia un buon avvio per la maternità e la genitorialità. E quindi un diritto sociale, collettivo, plurale.

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7 thoughts on “nascere, rinascere e nascere ancora

  1. Complimenti Monica, e grazie per le tue riflessioni (….anch’io, di là, avrei voluto scrivere che il dolore dei miei due parti é stato per me molto piu’ sopportabile e “sensato” di quello di molte emicranie, ma temevo di non essere capita in quel contesto…l’intensità del dolore non é comunicabile, ma solo sperimentabile.

  2. Sono io sloggata! Anche io ho preferito spostare qui il pensiero, ma forse il blog consente diversi modi di comunicare e prendrsi tempo di dire altre cose. Mi dispiace che la discussione abbia perso la sua identita’ … Ma per fortuna ci si ritrova altrove :)) ciao

  3. Mi sono persa la discussione di cui parli e allora racconto qui.
    Ho fatto l’epidurale solo per le ultime 3 ore di un travaglio che è durato un giorno. L’ho chiesta perché ero stanca e avrei dovuto far nascere mio figlio. L’effetto però è terminato a dilatazione avvenuta ma… Ma la testa di mio figlio non era dove doveva. Ci sono volute 3 ore di spinte, il torchio, e la ventosa per tirarlo fuori. In sala parto c’erano 2 ginecologhe, 2 ostetriche, non so quanti infermieri e il pediatra. Perché mio figlio durante il travaglio ha deciso di nascere guardando il cielo anziché la terra. E in questo girotondo si é arrotolato tre volte il cordone intorno al collo e si è incastrato nel mio bacino. È nato senza fiato e hanno dovuto rianimarlo, ma ce l’abbiamo fatta. Nonostante tutto sono felice che abbiano deciso di non farmi il cesareo quando non hanno sentito la testa perché ho avuto la possibilità di morire e rinascere in quella sala parto e sentirlo diventare altro da me è stata un’esperienza indescrivibile.
    Però mi chiedo: e se avessi deciso per il parto a casa? Non sono sicura che oggi sarei madre 😦
    Comunque concordo con te Monica dobbiamo lottare per il DIRITTO all’informazione e la LIBERTÀ di scelta.

  4. Ciao Monica,
    Ho seguito la discussione a distanza, senza mai intervenire, perché nessun commento mi sembrava abbastanza adeguato.
    Provo a farlo qui sul tuo blog, in un ambiente “neutro”: io ho partorito con un cesareo d’urgenza, perché la struttura dove ero ricoverata ho scoperto poi essere abbastanza talebana per quanto riguarda i parti naturali.
    Stesso dicasi per l’epidurale, che in teoria garantiscono sempre, in pratica non somministrano quasi mai (anche questo l’ho scoperto dopo).
    Sono giunta alla conclusione che ciò che serve innanzitutto sia una corretta informazione e poi tutte le strutture ospedaliere devono garantire l’epidurale davvero e non solo sulla carta. Spetterà poi alla futura madre decidere se e cosa fare. Solo a lei, non alle ostetriche, né al ginecologo.

  5. Il fatto e’ che i rischi del nascere non (ce) li leva nessuno, anche io ho avuto un buon parto della figlia uno (23 ore di travaglio) ma solo perche’ la chimica ha velocizzato ed impedito che l’affaticamento della bimba diventasse qualcosa di peggiore … Quello che non ha senso e’ la radicalizzazione se ci sono troppi parti cesarei, o se non e’ data opzione parto naturale anche nella fase post nascita, o se non e’ garantita l’epidurale assieme alla evidenziazione dei rischi connessi con i vari modi di partorire. Su questo si deve lavorare, e chiedere. Ho in mente una amica che ha fatto un cesareo, per necessita’, che lamentava la fatica (e la
    sofferenza) di dover riconoscere un figlio apparso nelle sue braccia, come per caso. Insomma quello che non funziona, forse e’ la struttura ospedaliera che deve consentire una pluralita’ di supporti. Io ho scelto nel secondo parto un ospedale con una neonatologia molto moderna, che mi rassicurasse (tra i vari post del
    blog ci sono le ragioni della mia paura), insomma ero consapevole di una scelta piu’ sanitarizzata, benche’ idealmente volevo un parto piu’ natuale possibile… La differenza e’ avere strumenti di scelta, salvo fatto che alle volte (come testimonia MIchela) la “fortuna” rende il parto, andato bene, una nascita ancora piu’ sentita. Ancora oggi mi chiedo se l’assenza di latte dopo il parto indotto, sia casuale o connessa ad un processo chimico ormonale forzoso. Averlo saputo mi avrebbe aiutato, come sapere la differenza delle ondate ormonali rispetto ad in parto fisiologico… In questo senso concordo con chi si impegna per l’epidurale, quale diritto (che io non avrei esercitato) di scelta. A patto che sia nel rispetto delle altre scelte, e che ogni struttura offra la pluralita’… Grazie a voi di aver voluto proseguire qui la riflessione, che merita cura e rispetto anche nella differenza….

  6. Ogni parto fa storia a se e non c’ è modo per nessuno di rpevedere in anticipo come andrà. Forse dietro molte scelte di parto pilotato, cesareo su commissione e epidurale a tutti i costi c’ è per alcune donne (quelle che conosco io sono tutte razionali e un pelo control freak) la paura per questo ignoto e il tentativo di dargli un svolta, di prendere in mano la situazione. Per questo a volte è difficile dare un’ informazione serena e chiara alle future madri, perchè non sai che bagaglio si portano dietro.

    Comunque sulla socialità dell’ esperienza parto mi è venuto da ridere pensando che tutte le volte che c’ è una cena tra donne, dopo la seconda bottiglia di vino ci si cominica a raccontare il parto e certe volte sembra quasi una gara a chi è stata più sfigata:-0. Il che conferma appunto quello che dici, che diventare madri è un processo continuo che evidentemente ha bisogno della sua vulgata da riempire giorno per giorno.

    • @Ba Rischia di essere una tautologia dal momento che si è partorito … 😉 vabbè è una battuta.
      Potrebbe anche essere che il parto viene vissuto come un evento/prova fisica/di resistenza altrimenti meno ri-chiesti alle donne, che imparano così anche la propria forza fisica, altrimenti attribuita al mondo maschile … (???). Così raccontarsela è un modo di rivendicarla e presidiarla (?).
      Sono solo ipotesi

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