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Di Eros e Thanatos (A Stefania, alle altre e a noi tutti) Parte I

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Intro

Abbiamo un bel discutere delle cose, dei massimi sistemi, delle identità, e degli ideologismi. Sempre la morte e le morti ci riportano a pari.

Al piano terra, con una ruvidità sempre imprevista.

Così è del morire, così è delle morti improvvise, così è la morte. Anche quelle attese lasciano fermi per un attimo, ma ognuna lascia una eredità da accogliere.


Scrivo per ciò che so, che ho maldestramente studiato, che ho letto con avida passione, che mi hanno volutamente insegnato e per ciò che ho fortuitamente anche imparato, per ciò che mi sembra di sapere, scrivo nelle tracce di altri, seguendo altri percorsi, scrivo per dare nome alle cose che perturbano …

Le donne sono state storicamente  e culturalmente considerate coloro che si prendevano cura dei corpi.
Di almeno due tipi di corpi: quelli accolti nel loro nascere, tra emozioni, fisiologia e urla, quelli dei morenti accompagnati, di nuovo con le cure igieniche, e poi nell’opera della ricomposizione. Ginecologi e becchini sono giunti nella modernita’ o quasi. 

Da sempre il sapere delle donne metteva vita e morte insieme intrecciandole indissolubilmente, tra fastidi, odori, fatiche, emozioni, dolcezze e ruvidezze, tolleranze e rabbie celate a volte riunite anche in quella forma di accudimento amoroso dei corpi alla fine della vita: la ricomposizione.
Anche gli uomini conoscevano la morte, per via della guerra, per via dei tagli delle lame e dei fucili, per via della fame, per via di altri accidenti, per le pestilenze. Anche loro hanno ricomposto i ricomponevano i corpi dei commilitoni, dei compagni, degli amici, anche loro riconoscono la cura dei corpi morenti, mai intecciate con la partecipazione e la cura nel momento della nascita.

Ma anche solo fino a poco tempo fa, agli uomini, non era ancora mai stato dato il compito di tenere insieme, così intreconnesse, la vita e la morte; gli uomini proteggono, combattono per la tribù o la famiglia, ma non avevamo il mandato della cura dei corpi nascendi, dei corpi disabili, dei corpi malati o morenti. Al limite facevano i medici, avevano il mandato del risanare. Ma il risanare è un atto occasionale, non è un impasto quotidiano di mani, cura, amore, fatica, contatto, nella routine ciclica di vita e morte.

Ma appunto e’ diverso l’attraversare il ciclo vita, morte, nascita, morte di cui si sono occupate, in questo modo, le donne. Per cultura e opportunita’, cosi’ si usava. Un retaggio culturale che ancora ci accompagna, così ci hanno insegnato.

Eppure oggi potrei chiedere ai miei tanti colleghi che si occupano di educazione e di cura dei ricordi corpi attraversati dalla giovinezza, della disabilità, dalla vecchiaia, dalla follia o dalla tossicodipendenza; in un pratica di cura che coltiva le emozioni, le responsabilità, l’arte e l’atto dl crescere. Io mi chiedo quanto questi uomini abbiano imparato qualcosa di nuovo e diverso sulla cura, loro che arrivando per una coltura storica che li voleva “guerrieri” hanno incontrato una pratica nuova, iin cui la violenza e la morte vengono affiancate da un’esperienza di vita e di ciclicità, che arriva direttamente anche dalla storia delle donne.

Mi chiedo se siano uomini diversi, e penso di si, e cosa sappiano raccontare di diverso per noi donne e per tutti quegli uomini che ancora intendano e conoscano e rappresentino la morte e la violenza come intreccio unico e indissolubile.

Da quando sono in attività nel gruppo facebook #donneperdonne sento parlare in termini di femminicidi, e le rabbie vestro questi maschi “mostruosi” ed assassini, che hanno fatto il vuoto attorno a se, hanno generato morte, partorito omicidi e ogni volta sento la mancata con connessione tra vita morte amore morte. Sento che nel circuito vita morte, il corpo si è interrotto, come è accaduto anche a questi questi uomini carnefici e … vittime di loro stessi, e soprattutto di una cultura di morte, di violenza antica e mai educata. Così ogni volta ripropongo alle mie compagne di social network la stessa domanda: a chi spetta di educare, non (solo)le donne ma quegli uomini che sono ancora prima ragazzi ancora primi bambini. Il problema non sono i giochi di armi, il gioco della guerra, il gioco della morte ma stesso gioco della guerra, della morte, della violenza sganciato dal gioco della vita, dell’amore, delle emozioni.

E ancora mi chiedo, guardando agli uomini (molti fa i miei amici maschi) che hanno fatto partorire insieme alle loro donne i loro figli, se questo nuovo rapporto con la morte, con quella violenza cui sono stati legittimati a portare per culture, ha assunto nuova forma; se anche loro stanno maturando nuovo sapere tutto culturale (benchè filtrato e attraversato dalle emozioni), e quindi insegnabile.

Ancora mi chiedo pensando alle volte in cui ho davvero avuto paura degli uomini, non degli sconosciuti, ma di quelli vicini, gli ex nei momenti tragici delle separazioni. Ricordo i volti dei fidanzatini di noi adolsecenti, chiusi nel silenzio e nella rabbia incapace di lacrime, e privi di parole per dirlo, per raccontarsi quel dolore.

Si sa,  i maschi non piangono mai.

E ho avuto paura anch’io, ho avuto paura di quell’assenza di pianto, di quella compressione maschile che si osserva ad ogni amore finito. Io donna sono stata autorizzata. per cultura, al pianto. E all’amore finito o fragile ho sempre pianto tantissimo, svuotando il corpo delle lacrime, entrando fino in fondo nella solitudine della sofferenza della separazione; sentendo il vuoto fino a bruciare, ascoltando il silenzio e suono del pianto, e la sensazione della pelle scorticata scorticata viva. Il dolore era con me, nel cuore e nella pelle, doloroso quasi fino alla morte. Al vuoto.

Ecco io mi chiedo e chiedo ogni volta: ma chi insegna queste cose? E a chi spetta di insegnare queste cose? Quando scatta l’educazione sentimentale dei maschi: lo vediamo bene come maschi lasciati soli e senza lacrime diventano assassini, carnefici.            Alcuni sono davvero pazzi, sono “per” gli psichiatri, alcuni sono così violenti da essere solo “per” il carcere, invece altri sono pazzi d’amore, sono pazzi di dolore. Questi ultimi “per” chi sono? Sono solo per noi? Sono solo per le donne che uccideranno e violenteranno?

Sono anche per questa nostra cultura, perché nel loro uccidere e non saper dare forma e voce alla violenza ci chiedono di educare e di cambiare, di insegnare, pretendendo che i maschi che sanno pulire un disabile, che sanno blandire, un vecchio che sanno far nascere un figlio non tacciano; questi atti ci indicano la necessità che gli uomini raccontino la fatica di ricollegarsi e ricollegare vita e morte. I pazzi violenti, i misogini, i figli anomali di una società continueranno ad esserci, ma forse  avremo qualche donna uccisa in meno.

(Parte I – Segue)

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