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La cura a metà

8 commenti

Un post che non saprei dove collocare nella pluralità di blog che maneggio, dovrebbe stare in tanti posti. Nel dubbio meglio la casa madre. Qui.

Su facebook nella consolidata realtà femminil-femminsita di #donnexdonne si parlava della prevenzione della violenza sulle donne e nello specifico a seguito del crescente fenomeno degli omicidi, statisticamente e stabilmente in crescit in Italia: i “femminicidi”, da oggi chiamiamoli così.

Ma come? Si può attraverso provvedimenti legislativi, azioni politiche, rivendicazioni femminili e maschili, cambiamenti culturali in atto e che forse vanno colti e mostrati …

E poi … a me non basta. Devo potere rintracciare nella quotidianità queste esperienze, devo capire se e cosa può indicare una strada di differenza. Per quanto possa sembrare scomoda e non sia poi definitivamente o necessariamente la strada giusta. Ma le divergenze, le dissonanze, gli scarti vanno nominati per capire se rappresentano una possibilità interpretativa interssante e sufficiente.

E allora guardo al mio personale, e all’allevamento della figlia piccolina, fatto a 4 mani, da suo padre e da me. Sin dalla sua nascita l’esser madre di E. non ha rappresentato quella esperienza assoluta ma anche solitaria, della “madre” unica deputata dell’educazione e delle cure primarie dei figli.

Per me è stata anche una frattura esperienziale nel ruolo e nell’idea di madre, in discontinuità totale con la esperienza della prima figlia, nata nel matrimonio con il mio ex marito: lì le cose sono state contingentemente diverse.

Essere di nuovo madre con queste premesse è stato un percorso basato non sull’istinto ma sulla costruzione e condivisione.

Faticosa, davvero tanto faticosa … e mica c’è da vergognarsi.

Ma nostra figlia è, a tutti, gli effetti la metà di due.

In certi momenti sento di avere risentito della conflittualità e della rabbia che c’è nell’imparare a co-gestire un ruolo, di quei sentimenti fastidiosi che arrivano nel lasciare spazio alla parte del padre; con quel timore sottaciuto che la paternità fosse possesso, prevaricazione, occupazione impropria di un territorio mio, di madre.

Culturalmente la maternità è sempre stata “cosa” da donne, da madri, roba in cui nessuno ci ha mai troppo messo mano; era ed è quel luogo residuale di potere dove le donne avevano/hanno diritto di vita e di morte, di decisione.

Mentre fuori nel mondo quella potenza non c’era/c’è o era svuotata (è tutt’ora svuotata) nel suo potenziale; la maternità era delle madri, il mondo esterno dei padri.

Per noi, famiglia, questa cura due è meticcia, fatta di un padre che ha scelto un lavoro tale da dargli il tempo per se e per la paternità, non convenzionale, e una madre che si gioca in sinergia in ruoli dinamici. Mi chiedo, a volte, come sarà questa figlia cresciuta così, con una chiara presenza di maschile e femminile, di paterno e materno, spesso giocati in ruoli scambievoli, lui più tenero io più normativa, e a volte viceversa. Certo alla volte mi manca la totalità del materno.

Ma capisco bene che mia figlia impara più cose, più codici, fa più esperienze, e io posso delegare con maggiore facilità …

Mi rendo conto che una storia individuale non ha senso se non si astrae e non interroga le questioni più distanti. E io lo faccio.

I figli educati da padri e madri, insieme non possono imparare, qualcosa da questa cura a metà, imparare che il senso delle “cose” non è nel possesso, ma nel dialogo?

Non devono forse esperire che lo stare al mondo è fatto di due metà, che faticosamente discutono e dialogano, ma restano due, una pluralità?

E gli adulti non devono giovarsi/giovarsi le differenza tali che il materno in educazione deve lasciare il passo al paterno, a patto che il maschile lasci spazio al femminile nel mondo esterno?

Per fortuna mia vedo che anche nel mondo in cui lavoro, l’educazione si sta interrogando  sul maschile educativo nelle professioni di cura, tentando di declinare le caratteristiche più fini.  Anche se il mio timore resistente, e forse saggio, resta quello di vedere gli uomini che occupano anche questo residuale feudo del femminile e del suo “potere”. Ma forse va sdoganato il potere subacqueo della maternità, per farlo riemergere ed esplorare fuori nel sociale, nel cultuale e nel politco. Ma in quanto donne, e madre so che alcune parti vanno lasciate, e condivise, anche se la sorda irritazione talvolta resiste endogena.

E‘ questa la parte delle donne, nel dare l’avvio ad una nuova cultura che veda figlie e figli più capaci e forti, più resilienti alle ingiurie della vita, al dolore, agli abbandoni, alle crisi, più coraggiosi ed onesti? E’ la maternità che si coniuga fino in fondo alla paternità, non solo nel microcosmo del concepimento, ma nella cura dei figli fatta in due, costruita a metà che insegna fattivamente ai figli il dialogo tra maschile e femminile, magari confluittale ma mai ferale, distruttivo e mortale.

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8 thoughts on “La cura a metà

  1. Pensa che a me girano le palle quando il maschio alfa mette mano alla lavatrice (o meglio, all’ asciugatrice) e sua madre che lo osanna perché fa il bucato. Ma fallo fare a me che lo faccio meglio e cucina quelle 3 volte alla settimana qualcosa di cucinato e nutriente e non solo la pizza surgelata la volta che io non ci sono. poi uno dice le resistenze a cedere gli ormeggi 🙂

  2. bello bellissimo!
    io la lavatrice so poco cos’è, i piatti sono spesso lavati dall’uomo grande di casa, e solo la nanna, per praticità è uno spazio esclusivamente mio con il piccolo. ma ieri, dopo una notte di miei bagordi 😉 ho sentito l’uomo grande che diceva “certo che è scomodo quando ti si addormenta addosso il piccolo, ma alla fine è bello!”
    ecco, li dovrei lasciar più soli…

  3. credo che siamo in tante a fare esperienza di compagni non soltanto “presenti” come padri…ma attenti e partecipi nel costruire un “insieme”…
    La condivisione del “potere” materno va forse di pari passo con la condivisione del “potere” maschile (vedi in alcune professioni, nei ruoli pubblici…)?
    Chissà: certo che questo è un passaggio “epocale” in questo senso…e anch’io quando guardo mia figlia mi trovo ad immaginarla in un mondo nuovo. “Nonostante i nonostante” anche con fiducia.

  4. Pingback: La cura del bambino è una fatica per sole mamme? | Tutto Mamma

  5. L’unico problema è quando il percorso a 2 la vedi solo te!

    • Ies. Con l’ex marito all’inizio mi è sembrato così, poi mi sono arresa al fatto che lui era il solo padre di figlia uno, e che lo sarebbe stato a prescindere, ma soprattutto a suo modo. Poi è andata meglio …. Non condivido ma rispetto. Certo è differente crescere un figlio con un ex e crescerne un secondo imparando la cura a metà. Non saprei dire se questa seconda esperienza mi ha aiutato a dare una forma alla prima. In entrambe i casi è faticosooooooo! 🙂

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