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Autorappresentazione delle madri

15 commenti

All’apertura del mio primo blog ero nella fase della II maternità (assai diversa dalla prima) e l’idea si avere un blog da mamma mi esaltava tanto.
Era la novità del momento, per me e per il web italiano.
Poi di mio ho provato a rideclinare il blog in una forma meno radicalizzata, colorandolo e meticciandolo con altre tematiche.

Ma la possibilità delle donne/madri di fare una propria narrazione (pubblica) di questa esperienza aveva un valore importante, quello di offrire un sapere dal basso, complementare a quello di tecnici ed esperti.

Poi certo ci sono derive ed assolutismi.

Una di queste è la maternità’ assunta (come narrazione sul proprio blog o pagina facebook o altro socialnetwork) ad unico paradigma dell’esistente. Ecco che foto e parole mostrano madri che sanno tutto loro, senza sbavature; mentre introducono paradigmi teorici su una maternità autoreferenziale, necessitante solo di se stessa per capire e rispondere ad ogni domanda della vita.
E che si basa su due o tre nozioni lette (e piaciute) per sentirsi super competenti … senza dubbi e umilta’.

Appare quindi una maternità autarchica, che non accetta gli altri, scuole o maestri, frustrazioni, dubbi, o inquietudini che sempre vengono offerte dagli sguardi altrui. Una realta’ che si racconta ma non interagisce, che si autoassolve e si auto-giustifica.

Il detto africano che recita che per crescere un bambino occorre un villaggio, porta lontano, porta i figli lontano, li rende “pubblici”, e capaci di imparare da molti altri (persone, storie, emozioni, incontri, abitudini).
Quali figli vogliamo crescere? Quelli della madre che ha bisogno di credere di “saper” tutto, o quelli del villaggio?

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15 thoughts on “Autorappresentazione delle madri

  1. Gentile Ponti Tibetani, condivido le sue riflessioni e il dubbio che pone al temine del post, e vorrei rispondere optando per la seconda ipotesi, se la prima (s’intende) è esclusivamente centrata sulla maternità autarchica (come scrive lei). Ma, non scelgo nè la prima, né la seconda, perché tra la madre e il villaggio c’è… il padre! Ahimé, anche lui colpevole (per omissione di soccorso) della mammizzazione generale e panchinaro di lusso dell’educazione familiare.
    Lei cita il celebre proverbio africano, ma, a mio modo di vedere, inverte i termini! E’ vero, di primo acchito il significato non cambia, ma recitare che ‘ci vuole un villaggio per crescere un bambino’, accentua la dimensione comunitaria dell’educazione e supera la visione ‘puerocentrica’, che invece è lampante nella sua versione (per crescere un bambino ci vuole un villaggio). Che dire, non posso che sorridere ed ammirare quanto lei (ottima) blogger, sia inequivocabilmente (una buona) madre, dedita a mettersi in discussione, oltre che a… crescere i propri figli (sempre in prima battuta)! Un caro augurio di Buona Pasqua!
    (davide bonera, padre e marito di una madre)

    • Accetto molto volentieri la riflessione sull’uso del linguaggio, le parole valgono e definiscono diversi concetti. Allevare e crescere un bambino e’ una dimensione collettiva e plurale – padre e madre e famiglia allargata e villaggio-.
      Come se fosse una funzione che spetta (o spetterebbe) al villaggio assolvere, rimettendo al centro il bisogno collettivo, di tutti, diretto al crescere bene i futuri adulti, quale bene collettivo. Non so se questo rimetta al centro il bambino, ma forse no. Potrebbe rimettere al centro, piuttosto, la necessita’ di pensare il senso “di far crescere”.
      Superando tanto l’autarchia materna e il disimpegno paterno…
      Che ne dice?
      Grazie per la risposta intetessante

      • Gentile PT, sono d’accordo con lei, anche se devo ammettere che (almeno io) faccio fatica a definire i confini del ‘villaggio’ (dove è, nella nella nostra cultura, la dimensione comunitaria e/o collettiva?). Mi viene da pensare (ma è solo una riflessione di getto) .che forse la dispersione del villaggio ha frammentato la funzione ponte (tibetano e no) del padre; la mamme occidentali si sono così trovate sole, condizione favorevole per cedere alle lusinghe di autoreferenzialità, autosufficienza e autarchia. E’ normale per una persona (madre o meno) diventare wonderwoman se si trova a crescere i figli da sola!
        Boh, direi questo, ma sto pensando alla peggio.
        Intanto, (l’improbabile) Napolitano si inventa 10 (improbabili) saggi per un (improbabile) accanimento terapeutico (speriamo di no)… e tra questi neanche il becco di una quota rosa… che stiano a casa (le donne) a crescere i figli! (Esagero)
        L’autorappresentazione dell’autarchia materna è una profezia che si autoavvera e che urla vendetta, con il contributo (anche) di Mister President!
        Buona Pasquettina!
        davidebonera, cittadino deluso

      • Vero. Il villaggio e’ molto meno riconoscibile, in una societa’ frammentata, dalle distanze e dai cambiamenti culturali, per cui il villaggio e i suoi confini, ruoli sono diventati meno percepibili, e forse sta a noi come genitori (e operatori nell’educazione), aiutare noi stessi e i figli a ridefinire i confini o a coglierli. Appunto includendo uomini e padri, famiglie e societa’ civili.
        I padri che hanno abrogato la loro vecchia funzione, forse un poco obsoleta, ci sono e si muovono assai diversamente nella gestione dei figli, insieme alle mogli/compagne. Se queste appunto dismettono i panni della madre totale.

  2. Educazione generazionale.Si inserisce senz’altro nel villaggio,comunità,ma non possono mancare simbologia e comportamenti di sutoreferenzialità.Se questa ultima mancasse ,il rischio di strumentalizzare la maternità naturale nella Maternità sociale con prospettive distorcenti per il rapporto famiglia.Il percorso ,non diciamo ideale,che sarebbe oggi una cazzata,ma di vita orizzonte necessaria per le generazioni parte da un’autorefernzialità il cui contenuto è un complesso simbologico e comportamentale dove si intrecciano i diversi staus dell’IO in ambienti diversi,caratterizzati all’coorrenza dalle percezioni della autoreferenzialità da non confondere con l’assolutismo dell’Io.

  3. non può e non deve essare assoluta altrimenti si cadrebbe in quel tipo di educazione,specie per i figli maschi,che identifica la donna della vita nell’alter ego materno con pesanti ripercussioni di crescita e di indipendenza delle generazioni successive alfredo

  4. Al momento sono in Africa. Tunisia per la precisione. Qui sto rivedendo scene della mia infanzia : il bottegaio che fa raccomandazioni al ragazzino venuto a comprare il pane, persone che fanno cerchio intorno a me al primo lamento di mio figlio, per sapere che cos’abbia, bambini che giocano per strada sotto l’occhio vigile di adulti, non necessariamente parenti.
    Mi sento inadeguata a questo contesto, iperprotettiva e concentrata unicamente su mio figlio. Vorrei cambiare questo modo di essere.
    Ma in Italia, troverò un “villaggio” pronto ad accoglierlo e io stessa, sarò disposta a farmi “villaggio” per i figli altrui?

  5. Mi piace l’dea di essere “villaggio per i figli degli altri”, bella e forte nel suo significato!

  6. E’ bella la prospettiva di poter essere un “villaggio” per ogni figlio degli altri, impegnativa avventura!

  7. una notazione estEtica…di fronte ai cuoricini…”reali” disegnati sui Blog, sulle pagine dei Social Network, ma anche quelli dichiarati come “sapere con il cuore” e grandi sorrisi “a denti coperti”…ho imparato che mi si crea come una reazione allergica, mi viene prurito…nel tempo, sto cercando di imparare a niominarlo e comprenderlo: credo sia un “prurito” che nasce da qualcosa di omesso, dal lasciar fuori, “forcludere” (direbbero gli psicanalisti…vabbè, mi dò un tono da “esperta”) le ombre, i cuori spezzati, le dissonanze presenti in ogni incontro “reale” (anche quello con i propri figli). E, così, l’aggressività viene agita senza filtro…come, a volte, anche alle mamme capita.
    Forse è meglio saperlo e…usare un pizzico di ironia “preventiva”.

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