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educhiamo uomini migliori

In effetti avrei potuto scriverlo sul blog di lavoro, questo post.

Ma mi sarebbe costata una faticaccia bestiale, perché non avrei potuto scrivere le cose semplici, e magari come mi vengono, a pancia; ci avrei dovuto trovare come minimo una bibliografia, fare ricerca, documentare ogni pensiero. Ma qui sono un po’ a casa e mi gioco i pensieri com migliore leggerezza.

Perciò estraggo il povero blog, impolverato, e ci metto dentro qualcosa in fretta e furia.  Scrivo a raffica, e quindi  ci lascio gli errori, ma i pensieri che mi guidano non sono poi così casuali o poco curati.

Eggià. Ho messo in fila, di recente, le storie di un tot di uomini (amici maschi/conoscenti/vicini etc) che si sono ritrovati alle prese con le classiche crisi di coppia e separazioni; alcuni in virtù di una serie di vincoli, di lavoro, mutui, figli, impegni, doveri si tengono moglie e soprattutto i cuori spezzati. Si sentono tristi, poco o male amati. Alcuni non vogliono o ne sanno parlare, non capiscono come trovare la soluzione per stare meglio insieme.

Eggià. Che poi è strano pensare che (anche) loro, in un dialogo sull’amore che si perde nella complessità del mondo veloce che ci tocca, hanno bisogno di amore.

La faccenda che (anche) loro si perdono nell’amore sarà pur vera, viste le tante canzoni di amore che scrivono. Gli uomini, i cantautori, i rocker, i musicisti. Com’è che ne scrivono tanto bene, trovando le note che toccano il cuore? E poi, davanti alla realtà vera, alla vita vissuta si impiastrano nei peggiori casini.

A volte si ammalano persino d’amore, almeno così si raccontano, per sogni e desideri non corrisposti. A volte mettono una sorta di pezza, e si impegnano in storie extraconiugali, assai spericolate, ma alla fine sono incasinati perché hanno ancora il cuore in briciole.

Ma nessuno glielo ha mai spiegato? Che va bene, che si può avere il cuore in briciole, o polverizzato in frammenti infinitesimali di vetro, non più ricomponibili e che si può esigere di più dall’amore, ma anche che non c’è obbligo di restare impegnati in storie irrealistiche, aspettando eternamente che la ranocchia diventi principessa.

Ti raccontano che l’amore è sacro, o che la moglie ne avrebbe il cuore spezzato (dal divorzio), o che non sarebbe capace di vivere senza di lui, o quanto meno non saprebbe cavarsela senza con il suo simulacro: un cognome da donna sposata.

Ti fanno vedere come preferiscano esser loro con il cuore spezzato che non lei, sono loro a trascinarsi in storie tristi e sofferenti, malandate,  fuggendo a tratti in scarne vie di fuga. Che le principesse mogli/fidanzate sono fragili.

Davvero?

Ma le statistiche non dicono che sono le donne ad essere più brave a lasciare, a imparare a cavarsela da sole, a vivere nonostante. A rivendicare il diritto ad un amore decente?

Allora questi che sono gli uomini migliori, visto che i peggiori sono quelli che ammazzano le compagne, perché hanno una visione dell’amore come fatto di proprietà, devono imparare anche a saper stare soli e scegliere di dare valore a se stessi e al proprio bisogno di amore. Non è questo il nuovo patto sociale? Abbiamo la possibilità di sceglierci, di amarci, di stare insieme, di tentare di dare dignità e valore all’amore scelto, di salvaguardarlo e di declinare se il patto non funziona, ma abbiamo bisogno di imparare a farlo, uomini e donne, allo stesso modo, senza barare; anche se con i sentimenti è un bel pasticcio.

Eggià. Bisogna che questi uomini pur sappiano che (anche) alcune donne amano male, alcune (ancora) si si sposano per spuntare la checklist, o per il gene egoista, o perché insieme è meglio che sperimentarsi a stare da sole, perché meglio avere i figli e un abito bianco ad ogni costo, fa status sociale.

Poi c’è sempre quello che si distingue, vuoi perché fa il triplo salto mortale carpiato e trasforma una crisi in una possibilità e allora tu vedi quelle belle coppie, che brillano e illuminano. E sai che a volte la fortuna dell’amore si costruisce insieme, anche riconquistandosi tra i cocci. E ci sono le perle rare che chiudono un matrimonio/convivenza senza amore, e accettano di pagarne tutti i costi; senza nemmeno usare la scusa di una amante che fa premura (diciamocelo che questa dell’amante scaccia moglie) non è una strategia particolarmente simpatica o brillante.  Avete idea del casino? Cambiare casa, smazzarsi la faccenda di soldi, lavoro, mantenimenti, avvocati, scazzi,  figli in crisi, genitorialità da rimettere insieme? Niente di straordinario, diranno le donne, si fa sempre così: infatti si dovrebbe fare così.

Forse la capacità di amare che abbiamo in dote, è capacità di cura dell’altro, della relazione, e dell’amore su un piano di parità e a partire dalla capacità di cura e amore che dobbiamo a noi stessi. Uomini e donne che siamo.

Ma pare che ci voglia un po’ di scuola per impararlo.

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In viaggio tra buche ed etica – cronache con i figli

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La figlia piccola è una attenta osservatrice delle strade che percorriamo per andare a scuola o a far la spesa, quando non gioca, chiede, curiosa, spiega.
Da un pò di tempo in qua, mi indica gli autovelox e si raccomanda di rallentare. Oggi ne abbiamo visto uno quando era troppo tardi, e di fronte alle mie imprecazioni 😁😳, si è detta preoccupata. Le ho spiegato che al limite mi sarebbe arrivata la multa.

“Ma non è giusto, loro hanno tanti soldi e noi pochi” ha detto.
Le ho spiegato che le multe si pagano, se si sbaglia.

Avrei dovuto spiegarle che le persone civili pagano le multe, ma molti altri disinvoltamente tendono a fregare tutto e tutti.
Intanto facevo la gimkana su strade ridotte a sequenze infinite di buche, e pensavo ai comuni che fanno cassa a suon di autovelox.
Pensavo ai soldi che mancano per i servizi basilari, e alla fortuna che ritengo di avere nel lavorare nel sociale, dove mancano i soldi e quindi anche molte delle tentazioni di evadere le tasse, e al fatto che dipendo da uno stipendio (striminzito nonostante i 26 anni di onorata professione educativa) e le tasse le prelevano a monte.
In fondo la sostenibilità e l’etica e la cura, quaggiù tra l’umanità a rischio e dolente, sono merce di scambio tutt’altro che rara, sono “cose” cui è necessario pensare e maneggiare.
Per fortuna.

Ma che fastidio mi da l’idea che in questo paesello italico, a tanti faccia piacere dimenticarsi del debito di cura e attenzione che ci dobbiamo offrire reciprocamente, con equità e senza inganni.
Un paese da furbetti.
Roba triste.


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Che? Mi sto diventando buddhista?

Stati febbrili (?)
Mettendo in ordine qui e là aumenta la sensazione che amare (le cose, il lavoro, gli amori) sia un fare potentemente connesso con la bellezza. Che sia immettere bellezza. E ogni amare/fare ha una sua bellezza da immettere, vedere, curare, aggiungere, semplificare, riordinare. Per poi sorriderne. E ricominciare.


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del pulire, dell’aver cura, del dolore (Per Sara)

Questo l’ho capito in campeggio, dapprima arrabbiandomi, e poi arrivandoci con miglior dolcezza, arrivando a toccare il nocciolo del problema, proprio oggi che ho cominciato a pulire il camper di Sara.

Ogni volta che andavo nei bagni del campeggio, mi dava fastidio vedere come i lavandini venissero lasciati sporchi (capelli e dentifricio in genere), e lo stessa incuria la trovavo nei lavabi per le stoviglie.

Un vero peccato, trattandosi di un campeggio molto bene assistito e curato, tant’è che entrare nei bagni mostrava l’evidente lavorio della persona addetta alle pulizie, nell’arco della giornata.

Insomma erano i campeggiatori a comportarsi da zozzoni.

Dopo un sufficiente numero di improperi lanciati a destra e a manca, ho capito cosa avevo voglia di fare, una sola cosa lasciare: più pulito di come avevo trovato.

L’ho collocato a mezza strada tra il mio bisogno di aver cura delle piccole cose, e l’ideale di giustizia che vorrei venisse applicato da tutti; ho scelto una azione piccola che stesse comoda, a scavalco tra l’utopia e la possibilità di azione, e che mi restituisse l’idea che il mio segno sul mondo è piccolo. Limitandomi a lasciare un bagno decente, per chi viene dopo di me.

Molto più difficile è stato pulire il camper di Sara:

se ci fosse ancora, lei avrebbe pulito il frigorifero, e sgrassato il fornello, spazzato e preparato tutto per il prossimo viaggio, per lei e la sua famiglia. Lei e non io.

Il suo camper mi è stato prestato.

ho pensato ogni gesto, immaginandolo come sarebbe stato e sapendo che sarebbe spettato a lei, che invece non può più farlo. Ho fatto azioni che sembravano dei mantra al dolore che c’è, nella sua assenza. Al dolore immenso e irriducibile della sua morte, a quanto di faticoso e inesprimibile si è tirata dietro, e che conosco così ancora intessuto (o inciso) nella vita della sua famiglia.

Non avremmo usato il suo camper, se lei fosse stata viva. Usarlo è stato (da un lato) tenere vivo lo scopo per cui era stato pensato – un modo per andare in vacanza ovunque, liberi di scoprire il mondo – dall’altro è stato un rinnovare la sua assenza.

L’ho pulito, e ancora ce n’è da fare, pensando che magari la sua famiglia riuscirà nuovamente a usarlo, rinnovando la memoria del loro progetto, ritrovando nel gesto che facevano con lei, nel dormire e nel cucinare sul camper; avendo di nuovo come dolce sottofondo la sua presenza, come ricordo, come compagnia, come pensiero, come progetto.

In ogni caso ancora oggi, a quasi due anni da quella morte troppo precoce, il dolore si sente ancora forte, tra lo sgrassatore e lo straccio per il pavimento.

Chissà se scriverne diventerà un altro modo per aver cura, per aver memoria, per aver gratitudine (per la persona splendida che era), e se diventa un gesto che offre sollievo al dolore.

Oggi non lo so.


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Barbablu mode: on

Si sa che le fiabe contengono spesso quella saggezza ancestrale che ci illumina la strade, e poi  altre volte veicolano alcuni modelli culturali o peggio morali che “devono” esser insegnati; qualche volta onorevolmente ancora invece seminano dubbi e domande (sai fai attenzione al lupo), paventando i rischi, o mostrando strategie necessarie al vivere.

Barbablu’ è una di quelle fiabe che insegnano qualcosa che non viene mai insegnato a sufficienza, fa parte di quelle storie angosciose che vanno ascoltate e insegnate per comprendere quanto accade attorno all’amore e ai legami tra uomini e donne, eppure non è facile leggerla ai bambini, truculenta e sanguinaria quant’è.

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Barbablù uccide tutte le sue mogli, ma non prima di aver creato attorno a loro un clima mistificatorio, creato ad arte, per condurle nella trappola che va poi costruire per loro, trappola mortale e annichilente, agita fisicamente o psicologicamente.

Barbablù non ha la barba colore della notte, non lo si riconosce da quello, ma da mille altri segnali.

Ci sarebbe da dire svegliatevi bambine, e madri e donne e padri  e uomini, sedetevi a terra e fate capire così che siete altro, mostrate chi – restando in piedi- dimostra di essere Barbablù, osservatelo e svelatelo, perché non abbia a seminare altre vittime.

Grazie allo stimolo di Barbara Summa e delle triste cronaca nera che ci mostra sempre a posteriori le imprese di Barbablù, che ben lungi dall’essere personaggio di favola, è uomo e marito e padre e magari vicino di casa.

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Ecco un elenco (tratto dal sito http://www.altalex.com/index.php?idnot=44218) di alcuni elementi che aiutano a identificare Barbablu’, non è certo il meglio della letteratura scientifica in materia, ma nemmeno una fiaba lo è; ciononostante mi è sembrato, pure nella sua iper semplificazione, un primo modo per sostare ad osservare i campanelli di allerta che suonano attorno al Barbablù di turno.

 

I comportamenti significativi rilevati nella stessa persona sono i seguenti:

– Mancanza di affetto e comprensione;

– Incapacità di amare e di provare pietà verso qualcuno.

– Cinismo

– Istigazione al suicidio.

– Introversione e alone di mistero. (di lui non si sa mai nulla; ha anche una casella postale personale).

– generalmente taciturno, mentre è molto loquace se deve difendere idee politiche, sportive, ecc.

– eloquio solitario talvolta ad alta voce, mentre sovente costringe gli altri a tendere l’orecchio per ascoltarlo.

– presunzione: vuole imporre la propria volontà e le proprie idee.

– criticità su tutto: è difficile che parli bene di qualcuno o di qualcosa.

– Asocialità quando non lavora: non frequenta nessun amico.

– Bravura nel salvare le apparenze con gli estranei, avendo una doppia personalità.

– Opportunismo e sfruttamento:usa chi può essergli utile e poi non ha riconoscenza.

– Estremismo:passa facilmente da un eccesso all’altro.

– Superstizioso:spesso fa riti scaramantici.

– diffidenza e sospetto verso tutti: attribuisce intenzioni infondate agli altri.

– Cattiveria e perfidia: non si impietosisce dinanzi a nulla, anzi sembra goderne.

– Irascibilità e litigiosità: si manifestano con un tono di voce irritato o con un silenzio ostile o un’occhiata aggressiva.

– Egoismo ed ingratitudine: riceve del bene e ricambia facendo del male.

– Avarizia con la moglie: se fa regali vistosi o concessioni è per dimostrare agli altri che la tratta bene

– Falsità: sa mentire bene e nega sempre la verità, anche se evidente.

– Furbizia e astuzia: calcola tutto minuziosamente e cerca di non commettere errori.

– Prepotenza e rispettosità : vuole avere ragione su tutto e guai a chi gli si oppone.

– Vendicativo anche con chi non lo merita perché non gli ha fatto nulla di male.

– Testardaggine: vuole sempre avere l’ultima parola.

– Credente ma a modo suo:talvolta bestemmia.

– Spericolatezza nella guida dell’auto: in alcune strade arriva ai 240 Km all’ora.

– Esibizionista: deve essere sempre il migliore

– udito e spirito di osservazione molto accentuati.

– eccellente memoria e ottima cultura generale.

 

 


 

Barbablù di Charles Perrault

C’era una volta un uomo che aveva case bellissime in città e in campagna, vasellame d’oro e d’argento, suppellettili ricamate e berline tutte d’oro; ma, per sua disgrazia, quest’uomo aveva la barba blu e ciò lo rendeva così brutto e spaventoso che non c’era ragazza o maritata la quale, vedendolo, non fuggisse per la paura.
Una sua vicina, dama molto distinta, aveva due figliole belle come il sole. Egli ne chiese una in matrimonio, lasciando alla madre la scelta di quella che avesse voluto dargli. Ma nessuna delle due ne voleva sapere, e se lo rimandavano l’una all’altra, non potendo risolversi a sposare un uomo il quale avesse la barba blu. Un’altra cosa poi a loro non andava proprio a genio: era ch’egli aveva già sposato parecchie donne, e nessuno sapeva che fine avessero fatto.
Barbablù, per far meglio conoscenza, le condusse, insieme alla madre, a tre o quattro delle loro migliori amiche, e ad alcuni giovanotti del vicinato, in una delle sue ville in campagna, ove rimasero per otto giorni interi. Non si fecero che passeggiate, partite di caccia e di pesca, balli, festini e merende: non si dormiva neppure più, perché si passava tutta la notte a farsi degli scherzi l’uno con l’altro; insomma, tutto andò così bene che la minore delle due sorelle cominciò a trovare che il padron di casa non aveva più la barba tanto blu, ed era in fondo una gran brava persona. Non appena furono tornati in città, il matrimonio fu concluso.
In capo a un mese, Barbablù disse a sua moglie ch’egli era costretto ad intraprendere un viaggio, di almeno sei settimane, per un affare assai importante; la pregava di stare allegra durante la sua assenza: invitasse pure le sue amiche più care, le portasse in campagna, se voleva; insomma, pensasse sempre a passarsela bene.
«Ecco qui», le disse, «le chiavi delle due grandi guardarobe; ecco quelle del vasellame d’oro e d’argento che non si adopera tutti i giorni; ecco quelle delle mie casseforti dove tengo tutto il mio denaro, quelle delle cassette dove sono i gioielli, ed ecco infine la chiave comune che serve ad aprire ogni appartamento. Quanto a questa chiavetta qui, è quella che apre lo stanzino in fondo al grande corridoio a pianterreno; aprite pure tutto, andate pure dappertutto, ma quanto allo stanzino, vi proibisco di mettervi piede, e ve lo proibisco in modo tale che, non sia mai vi entraste, dalla mia collera vi potete aspettare ogni cosa!»
Lei promette d’ubbidire scrupolosamente agli ordini avuti e lui dopo averla abbracciata, sale in carrozza e parte per il suo viaggio.
Le vicine e le amiche del cuore non aspettarono che le si mandasse a chiamare per venire a trovare la sposina, tant’erano impazienti di vedere tutte le ricchezze della casa di lei, e non avendo osato di venirvi quando c’era il marito, sempre per via di quella barba blu che tanto le spaventava. Eccole subito a correre per tutte le sale, una più bella e ricca dell’altra. Salirono poi alle guardarobe dove non avevano occhi abbastanza per ammirare la quantità e la bellezza degli arazzi, dei letti, dei divani, degli stipi, dei tavolinetti, delle tavole grandi e degli specchi, dove ci si poteva specchiare dalla punta dei piedi fino ai capelli e le cui cornici, alcune di cristallo, altre d’argento o d’argento dorato, erano le più ricche e splendide che mai si fossero vedute. Non la finivano più di portare alle stelle e invidiare la fortuna della loro amica, ma questa non provava alcun piacere nel vedere tutte quelle ricchezze, perché non vedeva l’ora d’andare ad aprire lo stanzino a pianterreno.
La curiosità la spinse a un punto che, senza considerare quanto fosse sconveniente di lasciare lì, su due piedi, le amiche, ella vi andò, scendendo per una scaletta segreta e con una precipitazione tale che, due o tre volte, fu lì lì per rompersi l’osso del collo. Giunta dinanzi alla porta dello stanzino, esitò un momento prima d’entrarci, pensando alla proibizione del marito e considerando che la propria disubbidienza avrebbe potuto attirarle qualche guaio; ma la tentazione era così forte che non poté vincerla; prese la chiavetta e aperse con mano tremante la porta dello stanzino.
Dapprincipio ella non vide nulla, perché le finestre erano chiuse; ma a poco a poco cominciò ad accorgersi che il pavimento era tutto coperto di sangue rappreso, nel quale si rispecchiavano i corpi di parecchie donne morte e appese lungo le pareti. (Erano tutte le donne che Barbablù aveva sposato e che aveva sgozzato una dopo l’altra). Per poco non morì dalla paura, e la chiave dello stanzino, che ella aveva ritirato dalla serratura, le cadde di mano. Dopo essersi un tantino riavuta, raccolse la chiave, richiuse la porta e salì nella sua camera per riflettere un poco, ma non le riusciva tant’era la sua agitazione.
Essendosi accorta che la chiave dello stanzino era macchiata di sangue, la ripulì due o tre volte, ma il sangue non se ne andava via; allora la lavò e perfino la strofinò con la rena e col gesso: il sangue era sempre lì, perché la chiave era fatata, e non c’era mezzo di pulirla perbene: se si levava il sangue da una parte, rispuntava dall’altra.
La sera stessa Barbablù tornò dal suo viaggio; disse che per strada aveva ricevuto una lettera, dove gli si diceva che l’affare per il quale era partito, era stato già concluso in modo vantaggioso per lui. La moglie fece tutto il possibile per dimostrargli ch’ella era felice del suo pronto ritorno.
Il dì seguente egli le chiese le chiavi, lei le consegnò, ma con una mano così tremante che lui indovinò senza fatica tutto l’accaduto.
«Come mai», le chiese, «la chiavetta dello stanzino non si trova qui, insieme alle altre?»
«Forse», lei rispose, «l’ho lasciata in camera, sul mio tavolino.»
«Non tardate a restituirmela», disse Barbablù.
Dopo qualche inutile indugio, non si poté far a meno di portare la chiave. Barbablù, dopo averla ben guardata, disse alla moglie:
«Come mai c’è del sangue su questa chiave?».
«Non ne so nulla», rispose la poverina, più pallida della morte.
«Non ne sapete nulla?», replicò Barbablù, «ma io lo so benissimo! Siete voluta entrare nello stanzino! Ebbene, signora, adesso vi tornerete e prenderete posto accanto a quelle dame che avete visto lì dentro.»
Ella si gettò ai piedi del marito piangendo e chiedendogli perdono, con tutti i segni d’un sincero pentimento per la sua disubbidienza. Bella e addolorata com’era, avrebbe intenerito un macigno; ma Barbablù aveva il cuore più duro d’un macigno.
«Bisogna morire, signora», le disse, «e senza indugi.»
«Dato che devo morire», ella rispose guardandolo con gli occhi pieni di lagrime, «datemi almeno un po’ di tempo per raccomandarmi a Dio.»
«Vi accordo un mezzo quarto d’ora», rispose Barbablù, «ma non un minuto di più.»

Rimasta sola, ella chiamò sua sorella e le disse: «Anna», era questo il suo nome, «Anna, sorella mia, sali, ti prego, sali in cima alla torre per vedere se i nostri fratelli, per caso, non stiano arrivando; mi avevano promesso di venire a trovarmi quest’oggi, e se li vedi, fa’ loro segno di affrettarsi».
La sorella Anna salì in cima alla torre e la povera infelice le gridava di quando in quando: «Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?».
E la sorella Anna le rispondeva: «Vedo soltanto il sole che dardeggia e l’erba che verdeggia».
Intanto Barbablù, brandendo un coltellaccio, gridava a sua moglie, con quanto fiato aveva in corpo: «Scendi giù subito, o salgo su io!».
«Ancora un momentino, per piacere», gli rispose la moglie; e, subito dopo, riprese con voce soffocata:
«Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?». E la sorella Anna rispondeva: «Vedo soltanto il sole che dardeggia e l’erba che verdeggia».
«Scendi giù subito», gridava Barbablù, «o salgo su io!»
«Adesso vengo», rispondeva la moglie; e poi gridava: «Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?».
«Vedo…», rispondeva la sorella Anna, «vedo un gran polverone che viene da questa parte.»
«Sono i nostri fratelli?»
«Ahimè no! sorella mia! È soltanto un branco di pecore!»
«Insomma, vuoi scendere o no?», sbraitava Barbablù.
«Ancora un momento!», rispondeva la moglie; e poi gridava:
«Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?».
«Vedo…», rispose la sorella, «vedo due cavalieri che vengono da questa parte, ma sono ancora molto lontani… Dio sia lodato!», esclamò un attimo dopo, «sono proprio i nostri fratelli! Faccio loro tutti i segni che posso, perché si sbrighino a venire.»
Barbablù si mise a gridare così forte da far tremare la casa. La povera donna scese giù da lui e, tutta piangente e scarmigliata, andò a gettarsi ai suoi piedi.
«Inutile far tante storie!», disse Barbablù, «dovete morire!» Poi, afferrandola con una mano per i capelli, e con l’altra brandendo in aria il coltellaccio, si accinse a tagliarle la testa. La povera donna, volgendosi verso di lui e guardandolo con lo sguardo annebbiato, lo pregò di concederle un ultimo istante per potersi raccogliere.
«No», lui disse, «e raccomandati a Dio!» Poi, alzando il braccio…
A questo punto, bussarono così forte alla porta di casa che Barbablù si fermò interdetto. Fu aperto, e subito si videro entrare due cavalieri che, sguainando la spada, si gettarono su Barbablù.
Lui riconobbe ch’erano i fratelli di sua moglie, uno dragone, l’altro moschettiere, e allora si diede a fuggire per mettersi in salvo; ma i due fratelli gli corsero dietro così lesti che lo acciuffarono prima ancora che avesse potuto raggiungere la scala. Lo passarono da parte a parte con le loro spade e lo lasciarono morto. La povera donna era anche lei quasi morta come il marito e non aveva la forza di alzarsi per abbracciare i suoi fratelli.
Si scoperse che Barbablù non aveva eredi; così la moglie diventò padrona d’ogni suo avere. Ne adoperò una parte a maritare la sorella Anna con un giovane cavaliere che l’amava da molto tempo; un’altra parte a comperare il grado di capitano ai fratelli; e il rimanente, a maritarsi con un galantuomo che le fece dimenticare i brutti giorni che aveva passati con Barbablù.

 

 


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Migrazioni digitali: appunti

Tra le varie definizioni di persona che “sta” in rete, troverete gli ibridi digitali e gli indigeni digitali, e poi nativi digitali (che nei primi due casi corrispondono a precisi progetti e pensieri) e forse cercando, si trova anche qualcos’altro.
Ma non ho ancora trovato una definizione che mi calzi a pennello.

Forse la definizione che sentirei più congruente sarebbe quella di migrante digitale.

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Riconosco, nell’esperienza in rete, tutta una parte di “lavoro”  sicuramente finalizzata alla condivisione di contenuti; ma anche alla costruzione di reti, definita da una continua migrazione tra alcuni luoghi di partenza, verso nuovi luoghi da scoprire, esplorare e ricollegare alla “casa madre”.

Sono partita come blogger con Blogspot cui è seguito WordPress che è diventata “casa madre” con una serie di blog tematici, passando per le piattaforme che costruiscono siti on-line jimdo e wix in particolare, per arrivare ad esplorare e aggiungere Twitter, Facebook, Instagram, Google+ LinkedIn, YouTube e Pinterest.

Ogni migrazione è un viaggio, una migrazione che permette di imparare qualcosa di nuovo sul social che si sta utilizzando, sui suoi frequentatori e contenuti che è possibile produrre o condividere.

È un continuo migrare ed integrare, alla scoperta di luoghi, pensieri e persone.

Ogni volta.
Ogni volta (va) sperimentata a sufficienza la nuova terra, ritessendo c qualche contatto con altri migranti 2.0, si va ancora alla ricerca di un nuovo viaggio e un nuovo Social.
Migrare, e se questo invece facesse parte dell’atto naturale connesso alla rete.Dove il movimento sembra essere naturale.

Un movimento di migrazione esplorativa, conoscitiva, e sempre sociale, e (spesso, sempre?) mirato anche alla ricerca dei membri della propria tribù allargata, da ritrovare.

e un movimento volto a ricercare, tanto la relazione quando una conoscenza raffinata degli altri, e attraverso la loro narrazione sociale (social).
Mi fa venire in mente un film, visto di recente, (per lavoro) Disconnect, in cui una delle sottotracce mostra come la rete tanto mistifica e permette l’inganno, apre le strade al disagio, ma al tempo stesso svela  … obbligando l’autenticità ad emergere.

E allora migrare è svelare le proprie tracce, le tracce che inevitabilmente sii mostrano celandole, non dicendo di me, svelo le parti che tengo nascoste.

Quanto maggiormente la rete (ci) permette di nascondere, altrettanto svela potentemente.

Migrare è costruire legami che mi tengono insieme (ad altri) nella distanza, costruire significati e produrre contenuti che condivido e aumentano la mia vicinanza agli altri.

E’ tracciare una traiettoria in uno spazio di viaggio, dove raccolgo e offro qualcosa di me e della mia storia. E ciò che lascio non è mai perso.