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la sociomorfogenesi del disabile (abstract) a cura di Studio Dedalo

Da “La formazione come strategia per l’evoluzione dei servizi per i disabili”
A cura dello Studio Dedalo

Provincia di Milano 2004 

Rifocalizzare il lavoro educativo con la disabilità
l’attenzione alla sociomorfogenesi

Rifocalizzare il lavoro con la disabilità significa innanzitutto rifocalizzare il senso stesso
della disabilità , che cosa si intenda per disabilità all’interno di una determinata cultura.
Questo passaggio risulta fondamentale per superare un modo d’essere dell’operatore che
definiamo di primo livello, ovvero quello che si occupa dell’altro pazientemente,
attentamente, con grande cura, con grande capacità ma che non è in grado di andare
oltre. L’operare ad un secondo livello implica invece la possibilità se non la necessità,
il diritto se non il dovere, di acquisire, aumentare la consapevolezza, rispetto alla
collocazione che chi opera presidia all’interno del servizio, all’interno del territorio. E’
ciò che oggi la cultura richiede a volte in contrapposizione alla politica. Lavorare con la
disabilità, come con qualsiasi altra forma di disagio implica anche inconsapevolmente
l’acquisizione di un ruolo politico e culturale.
Per questo motivo le strategie formative devono essere in grado di sviluppare
nell’operatore le capacità di secondo livello, aumentando, sviluppando, accrescendo la
consapevolezza del proprio ruolo, non solo nel rapporto con l’utente ma
complessivamente nel rapporto con la problematica di cui si occupa. Ciò dovrà avvenire
a maggior ragione nell’area della disabilità grave, dove in questi ultimi venti anni si è
rischiato di ridurre la competenza dell’operatore alla massima conoscenza dell’utente
seguito per molti anni.
Ma un operatore non può essere solo il massimo esperto dell’utente: l’operatore deve
essere il massimo esperto della problematica di cui si occupa. Questa è la direzione di
sviluppo fondamentale necessaria ad evitare possibili regressioni, sempre in agguato
quando si entra nella dimensione culturale.
Ciò che andrebbe sviluppata oggi, ad esempio, è una riflessione sulla disabilità che torni
a ragionare sulla disabilità come fenomeno sociale, come prodotto del nostro sistema di
vita: non solo l’handicap ma anche la disabilità. Che cominci a pensare che la disabilità
non è una qualità di cui è portatore l’utente ma è una qualità che caratterizza il sistema
di relazioni in cui l’utente è inserito.
Lo svantaggio prodotto dalla disabilità, non è uno svantaggio che possa essere assegnato
esclusivamente al disabile “down” piuttosto che ad un “tetraplegico”, ma in realtà è uno
svantaggio socioculturale, è uno svantaggio economico di cui “gode” l’intero sistema di
relazione nel quale l’utente disabile è inserito.
Un’altra domanda che ci si può porre oggi riguarda le nuove possibilità da individuare
per i disabili. Ci si chiede cosa si può fare per e con il disabile oltre al raggiungimento
del benessere psicofisico (conquista tra l’altro ancora del tutto da acquisire per le
disabilità gravi), oltre alla preoccupazione per un inserimento produttivo o
semiproduttivo (che mediamente riguarda le disabilità più lievi).
La non individuazione di alternative riduce il disabile a due aspetti evidentemente
importanti ma non esclusivi: la salute e l’occupazione,.
E’ necessario chiedersi su cosa si deve ed è possibile lavorare al fine di poter accedere
ad un processo evolutivo. Da questo punto di vista le domande che ci si deve porre
sono: “Qual è ancora oggi la funzione che uno sguardo pedagogico può sviluppare in
questo settore? Quali sono le tracce di eredità per il prossimo futuro? ”.
In questi anni il concetto stesso di educazione al lavoro con i disabili ha subito diverse
forzature e dopo l’euforia dei decenni passati era prevedibile un’inversione di tendenza
che portasse ad una chiusura del mondo della disabilità su sé stesso. In questo senso le
domande ricorrenti che si raccolgono all’interno dei servizi sono: “Ma cosa significa
educare un disabile?”;”A cosa si educa quando un disabile ha vent’anni, venticinque,
trenta, trentacinque? “;” Nel caso di persone disabili gravi educare non rischia di
diventare accanimento pedagogico?;”Non è preferibile per i disabili lievi trovar loro
una casa, un lavoro piuttosto che educarli?”
Tutti penso concordino sull’inopportunità di un certo tipo di accanimento pedagogico
che porta le persone con problemi ad averne uno in più: la presenza dell’educatore.
E’ necessario però riuscire a capire quale sia il valore della presenza dell’operatore e
più in generale il valore di uno sguardo pedagogico che non sia oppressivo e quale sia la
differenza con il valore di uno sguardo di accompagnamento, di accudimento. Ciò sarà
possibile se riusciremo a spostare la riflessione dei prossimi anni dai due modi
dominanti di pensare all’educazione legati alla morfogenesi, alla genesi della forma, che
sono orientati essenzialmente alla genesi della forma fisica o di quella psichica.
Secondo questa visione, che ovviamente non riguarda esclusivamente il rapporto con la
disabilità, l’educazione serve a mettere in forma qualcosa. A scolpire il corpo in primo
luogo, facendo in modo che il corpo sia abile ed in buona salute; oppure a scolpire la
psiche, lasciando che si sviluppi aiutandola ad attraversare tutte le fasi evolutive.
Finché ci si concentra sull’idea che l’educazione serve a provocare, a promuovere o a
sostenere queste due morfogenesi evidentemente con la disabilità abbiamo perso il treno
da tempo. Nella migliore delle ipotesi l’educazione viene intesa come sinonimo di
riabilitazione se non come tentativo di mantenere il più possibile le cosiddette abilità
residue: è in questo modo che diventa accanimento. Nella situazione in cui per Carlo,
quarantacinque anni, che non ha mai usato una forchetta, è stato pensato un progetto che
prevede l’apprendimento dell’uso della forchetta perché è stata rilevata un’abilità
residua, siamo alla presenza di un accanimento che probabilmente non è nemmeno
educativo. E’ accanimento perché non ci si interroga sul perché una persona a
quarantacinque anni debba imparare ad usare la forchetta e perché l’insistenza su tale
scelta è forse determinata dall’incapacità di individuare obiettivi diversi.
E’ necessario riscoprire che ciò di cui l’educazione si deve occupare è lo sviluppo della
forma sociale degli individui e quindi della socio-morfogenesi.
Chi lavora con la disabilità deve dunque chiedersi cosa significhi lavorare per fare
evolvere la forma delle relazioni sociali dei disabili, tenendo presente che normalmente
subiscono il processo contrario.
In genere l’evoluzione della forma sociale degli individui segue una sua naturalità che
talvolta può anche non avere bisogno di una particolare attenzione educativa: le
eccezioni sono costituite dai casi in cui si è alla presenza di fenomeni di impoverimento
relazionale, quali ad esempio quello della devianza. La devianza giovanile, tutto
sommato, può essere considerato un irrigidimento dello sviluppo della forma sociale.
Nel caso della persona disabile accade un fenomeno strano, quasi unico: la rete
relazionale che si costruisce attorno al disabile bambino si trasforma con la crescita, in
una rete di relazioni prevalentemente professionali.
E’ frequente la situazione in cui arrivati all’età di trent’anni, inseriti al CSE, la rete
relazionale sia costituita quasi esclusivamente dai familiari e dalle persone che ruotano
attorno al centro. Si può affermare che segua uno sviluppo anti-orto-genetico nel senso
di contrario allo sviluppo che normalmente le persone hanno da un punto di vista
sociale.
I disabili quindi, rischiano crescendo di vedere la propria rete di relazioni sociali
sempre più impoverita.
A fronte di questa situazione l’educazione può allora giocare un ruolo importante se
accanto all’attenzione per l’uso della forchetta si preoccupa anche di capire il senso che
può avere l’uso della forchetta per lo sviluppo di una possibile forma sociale e che renda
vera l’idea che il disabile è un cittadino con gli stessi diritti degli altri cittadini.

 

 

L’articolo è reperibile in formato pdf qui

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