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Senza chiedere permesso … consigli per crescere


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dicono che siano cose “da ragazzi”

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Confesso che fare da madre ad una preadolescente si sta facendo impegnativo.

E molto.

I soliti dubbi mammeschi, abilmente assopitisi nel corso della latenza, riappaiono rinvigoriti e puntuali … Direi in peggioramento.

Stavolta si tratta di trovarsi pronte e assertive davanti all’import-export del sapere che smuovono gli incontri tra ados, e non si tratta di gestire il problema delle all stars violaazzurreverdi che l’amica pinca pallina indossa …
No, no, ti si spiaccicano davanti al naso le capacita’ di risparmio economico della famiglia caio sempronio, le eccellenze sportive dell’ amico ciccio riccio, e si ritrovano poi, arzigogolando, nella notizia della amica che prima o poi editera’ il suo primo libro.

Ma come a 13 anni?

E allora chi sto educando, io???

Non capisco proprio, ma sembra che l’hubrys genitoriale abbia suclassato la pratica della disciplina e dell’umilta’.
Sembra che la pratica delle starlette e dei campioncini faccia parte della formazione di ognuno, si e’ chiamati a crescere i figli con la logica dell’emersione. Inevitabilmente il pargolo e’ destinato alla fama, alla visibilita’, a qualcosa di piu’ degli altri. E subito.
Bastan 4 gol per pensare al miracolo calcistico, e per impuntarsi a chiedere l’eccellenza e una panchina di platino.

Non me lo spiego, forse sono una inconsapevole cultrice dell’ozio creativo genitoriale.

Ma ancora non mi do’ pace della scomparsa di una idea:
che la gavetta sia un passo necessario per tutti.

Imparando a imparare; imparando a fare, disfare e rifare…

Imparando che esiste gente piu’ in gamba di noi, da cui imparare, emulare, e copiare.

Imparando che esiste il nostro posto al mondo, e sempre. Anche fuori da una certa visibilità. E che il valore delle persone appare nelle pieghe più inusuali dell’esistenza, e che la meta è spesso il viaggio, ciò che si raccoglie per una strada lunga che non la coppa d’oro.

Eppure ciò che la figlia mi porta a casa sono queste storie, di amichette/i, di coetanei bravi e spinti alla bravura performante.

Cui io non la sto preparando. E’ questo che mi sta chiedendo?

Di spingere anche io sull’accelleratore dell’eccellenza e di dirle che una pagella davvero ottima (tanti dieci, un pò di nove, qualche otto) quale è stata la sua significa avere in mano la carte certe della riuscita nella vita, e che per questo si merita il meglio dalla vita.

Ma il gioco non è questo, credersi più bravi, credere quando ci dicono che siamo il “più” non sempre corrisponde al vero, e rischia di impigrire il nostro vivere. Come faccio io a sapere e leggere in un figlio un destino di “migliore”? Mi basterebbe che trovasse la sua strada e non la mia.

Ma, come dice la mia amica I.,  sono una “strana” e forse per questo mi sento fuori tempo … Oppure no.