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esplorazioni attorno al tema della violenza di genere …

Provando a mettere mano e nominare anche le questioni più scomode, ed esplorandole con il solito manipolo di coraggiose su facebook, e con alcune colleghe dalla sfera pedagogica.

In questo lavoro di esplorazione la pratica del dubbio diventa passaggio indispensabile.

come siamo mess* in fatto di  ‘antenne’ in grado di cogliere i semi della violenza domestica o della sua presenza conclamata?

Le condivisioni (di pensiero, di immagini, di azioni, di visioni) che avvengono in rete in tema di femminicidio stanno producendo un nuovo immaginario “I care”nel quale ognuno di noi, donne e uomini a proprio modo, è protagonista. Immagini, pensieri, visioni, condivise attraverso connessioni veloci, si stratificano a faglie nella nostra mente, si cheratinizzano, ci formano, conferiscono un senso e una struttura al nostro agire. Ne siamo consapevoli? Ovviamente sì, pensiamo in molti, ma in tema di consapevolezza vi sono ambivalenze e ambiguità sottili, non essendo la consapevolezza un “tutto tondo” ma una rete che funziona a nodi, soprattutto in relazione col resto del corpo.

Siamo immersi in una iper-produzione di significati che non è solo inevitabile ma anche necessaria per affinare la nostra capacità di selezionare contenuti e di trattenere solo ciò che in quel momento siamo disposti o riusciamo a trattare. Come a dire, pedagogicamente, che l’universo web ci immerge in un processo di umanizzazione e di riconoscimento dei nostri limiti.

Ognuno di noi è proteso ad operare questa sintesi tra ciò che discute a livello intellettuale e ciò che vive a livello di presenza nel mondo intendendo la presenza una presenza di corpo e col corpo, “il mio corpo”. Si tratteggiano percorsi inediti, nascono architetture sorprendenti, figlie della capacità di stare in relazione condividendo fragilità e forza, spinte propulsive alla definizione di nuove libertà, del prendersi cura di sé e del mondo in maniera inedita. Nuovi paradigmi, forse, o autorevolezze differenti perchè il tema della violenza sia sempre più culturalmente un tema “nostro”. Uomini e donne dobbiamo smetterla di proiettare il nemico al di fuori di noi e riprenderci in mano cosa della violenza non abbiamo ancora trattato dentro noi. È facile parlar di uomini, del loro immaginario aggressivo riprodotto ossessivamente dalle sue collusioni col potere. Parliamone, e non smettiamo di parlarne nemmeno per un giorno. Allo stesso modo, non posso non lasciarmi interrogare da queste donne che incontro e che mi parlano di “inadeguatezza”, a partire dal fatto che le loro teste ora ben curate e acconciate, sono state sbattute contro un muro da un marito violento.

(tratto da http://katia-cazzolaro.yolasite.com/blog/you-and-me-faccia-a-faccia-col-femminicidio)

Aggiungerei anche una domanda, per tutte e tutti, ancor prima che per chi è vittima:

che rapporto ho io con la violenza che è in me, quella che mi è stata insegnata, quella che mi è stata repressa, quella che ho visto, quella che non mi “bonifica” in quanto donna, ma che mi permea, volente o nolente.

Fatico a vedere il femminile solo buono, una deriva sempre in agguato, rispetto al maschile sempre cattivo. Eppure, il significato e la relazione con le “violenze”, mi appartengono  e mi informano (danno forma) perchè la cultura in cui sono calata (me) le esplicitano o (me) la insegnano, attraverso una serie di atti che si trasfondono in un certo modo di viverla, ma che dicono che la “violenza” (atto, pensiero, idea, azione, desiderio, rigetto, fantasia) va declinata diversamente in quanto donna o uomo. O meglio se si è donna, per tutti (donne e uomini), la violenza non “esiste” o esiste coma anomalia e mostruosità.

Un altra domanda non mi convince, la la violenta è intrinseca al “maschio” come è dato che le donne non siano mai riuscite a eradicarla, essendo – da tempo immemore – educatrici di maschi?

Così devo accedere ad una domanda successiva: questa affermazione (donna non violenta), che mutuo – e imparo sin da bambina – dal mondo esterno, mi legittima davvero a non vedere in me la parte violenta e spostarla (sempre) altrove, in colpe/azioni altrui?

Lascio fare a quanto ho appreso, o mi posso acculturare e fare uno scomodo passo in avanti.

Ammettere una propria parte violenta e poi riconoscerne i semi è un possibile primo passo. A cui fare seguire un nuovo passo/passaggio che inizia con una nuova domanda: so che mi hanno insegnato –  in quanto donna – che fare male è male, menarsi è male, reagire è male, trattenere la propria rabbia è bene, e passare da questi insegnamenti per giungere a negare la propria capacità/necessità di azione/reazione il passo è veramente breve….. Sono certa che è davvero questo che scelgo di scegliere? Di essere solo quello che mi hanno insegnato?

Mi accontento che la mia cultura/formazione di base affermi che (la) donna è passiva e quindi necessitata a subire, accetto quanto mi hanno insegnato e formato ad essere? Accetto che un uomo sia solo attivo e agisca, lui può (se) è maschio, io non posso perché sono femmina?

Dove mi fermo, dove non scelgo, dove non accetto che ci siano – esistano e siano legittime – una rabbia e una furia femminile (i greci ci hanno donato Furie ed Erinni, per declinare questa possibilità femminile). Una rabbia che non accetta il concetto di inevitabilità di donne debole e quindi passibile di essere sotto-posta a violenza ? Una furia che impone con una domanda come MI difendo?

E come concilio la violenza “privata” con gli ambiti in cui  (si è) essere una donna attiva e che agisce? Spesso le donne, si dice che, siano maestre di resistenza passiva, cioè portatrici di una reazione, una azione, che può essere più o meno efficace. Ma la pratica della resistenza passiva, come da gandhiana memoria, ha avuto il grande pregio, a mio avviso, che quella delle donne non sa ancora avere, quella di essere una pratica politica e civile, espressa, consapevole, mirata, diretta. Esplicitamente contro. Contraria.

Svuotare le tasche delle negazioni del femminile, e recuperare in forma propria, non esattamente la violenza (che a me non piace proprio .. sarà la cultura che mi ha formato) ma essere attive nell’azione pubblica, politica, educativa, civile. Sdoganare la rabbia e la violenza possibili nel femminile, dichiarandole possibili mi pare una possibilità da interrogare e interpretare. Ne’ sante ne madonne’, ne streghe’. Al limite rigorosamente furibonde.

Certo l’immaginario vuole che la violenza femminile, non dissimilmente dalla violenza che permea troppi strati della cultura, e che vede violati e sottomessi i diversi, deboli, fragili, ne uscirebbe già evoluta e matura. Capace di essere nominata ma non agita, di esistere come azione non violenta, ma efficace e potente. Una speranza e una aspettativa che, in realtà, condivido. Basta uscire dalla nicchia.

Ma prima sento che la consapevolezza di ciò che “è violenza” va trovata e poi condivisa con il maschile, e confrontata, esplorata, esposta, sbugiardata tanto tra i due generi, che nelle sacche culturali, sociali e politiche, e da li fatta uscire, educata, trasformata.

Molte idee e confuse? E’ a questo che servono gli interrogativi e i pensieri tormentosi.

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C’è del pedagogico in transilvania

Dopo la serata di cui alla locandina, e attraverso alcuni dubbi emersi… ho capito che il web è ancora rappresentativo di un mondo a parte.

C’è chi ne fa un uso inconsulto e chi tema se ne faccia un uso inconsulto, c’è troppa informazione, e il dubbio che non la si sappia usate, c’è il timore che dietro lo schermo ci stiano i brutti pensieri di qualcuno. 

Tutti dubbi leciti e legittimi, peccato che proprio questi dubbi, mi ricordino quanta attenzione si debba fare anche verso certi vampiri si nascondono in real life. Ci sono le  chimere, le sirene, e i lupi travestiti da mamma capra: metafore e storie che narrano e spiegano da generazioni l’attenzione che si deve (anche) porre nell’incontro con gli altri.

Tanto quanto, nel mondo degli oggetti e nel mondo web.

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nascere, rinascere e nascere ancora

C’è stata una discussione in un gruppo – cui partecipo – fatta di incomprensioni, radicalizzazioni e molta fatica. Un vero peccato vista l’incomprensione di fondo che è rimasta.

Il tema era: i modi di partorire. La deriva: partorire con o senza dolore, come diritto e come scelta. Il rischio: cercare di individuare cosa è giusto e cosa è sbagliato per tutti.

Adesso a mente più lucida ho bisogno di mettere giù una riflessione che vada oltre alla discussione.

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Reti, acquisti, servizi, consapevolezza, marketing virali, mamme blogger e altre quisquilie non secondarie…

Vabbè .. è un post da smarronamento.

Imho.

Abbiate pazienza.

Anche per il titolo in stile Wertmuller !!

 

Il tutto parte dal fatto che … un signore cortese (un redattore), incaricato da una rete televisiva maggiore, mi invia una mail per il blog famiglia a strati chiededomi se ho fra le mani qualche famigliola ricostituita ma simpatica allegra e senza problemi, in perfetto stile cesaroni, che possa partecipare ad una trasmissione tv sulle famiglie ricostituite. Cortesemente gli spiego che non è cosa, e lui altrettanto cortese si scusa, spiegandomi che gli autori delle trasmissioni TV gli chiedon le più ben strane cose.

Per me la tv è troppo spesso un tritacarne emotivo e fatico a pensarmi in relazione con essa, quindi il mio diniego è ovvio. E poi non ne conosco molte (via blog), mentre ne conosco bene le fatiche connesse.

Ma la questione non è semplicemente la TV, media maggiore e decisamente ormai virato allo splatter emotivo.

La questione o una delle questioni “necessarie” per ragionare in modo consapevole, e lo dico come blogger un pò più consolidata non nella fama 🙂 ma nel numero di blog personali o collettivi gestiti e siamo a quota otto (mica pastina eh….!), insomma il nucleo è proprio la relazione che intercorre tra rete web, web 2:0, media e pubblicità.

In particolare guardo alle strategie che il mondo dei consumi (anche la tv è un mondo/modo/veicolo di consumo) e delle vendite/marketing.

Trovo, ovviamente legittimo che ognuno pubblicizzi e tenti di vendere i propri prodotti, lo fa il mondo dell’equo e solidale, lo fa il mondo del biologico, lo fa il mondo dei servizi sociali, la sanità. Magari cambieranno i modi e gli stili, ma credo che lo scambio delle merci e dei servizi, sia una attività umana sostanziale, e caratterizzata da una logica di scambio anche di relazioni umane.

Si tratta di capirne i dosaggi.

Ci sono una serie di progetti per i quali vendere prodotti e servizi è una attività umana, imperniata sullo scambio e la comunicazione, che veicolano uno scambio di saperi, oltre che di beni o servizi. In altri casi si finge che la comunicazione, e la relazione sia uno strumento per “ingabolare” l’altro e vendergli qualcosa anche in assenza di un bisogno vero e proprio.  Ma se capisco bene è “roba” diversa.

Capirete che leggere una cosa così lascia perplessi “

2.       sviluppiamo l’equilibrio fra valore aggiunto e offerte commerciali dedicate
3.       creiamo meccanismi promozionali capaci di toccare le corde emotive dei network
4.       adottiamo dinamiche di diffusione virale costruite sulle relazioni"

Aoè! Volete toccare le corde emotive dei network? Io sono in netwok e alle mie corde emotive ci guardo bene, e anche alla viralità ci guardo con grande e attenta curiosità e altrettanta istintiva diffidenza.

Mi piace che c’è chi dice che i mercati sono conversazioni, perchè la conversazione è un arte, uno scambio, una possibilità paritaria di ragionare sulla qualità, e trovo che sia un modo diverso dalla sollecitazione brutale dell’emotività (vi ricordate lo splatter tv su Avetrana, c’est la meme chose!).

Trovo che il web 2.0 vada usato per quello che è, possiamo anche fare finta che i network siano consumatori passivi (e lo siamo??) come quelli tv, ma a contro prova di questo io ho letto quell’articolo, io leggo e seguo le discussioni sulle mamme blogger “usate” come tester di prodotti*.

* Si, la famosa casa delle caramelle mi ha invitato a parlare delle sue caramelle.  Ho dato un altro diniego, sia perchè odio le caramelle che non siano la Golia (ehhehe), e perchè decido io su cosa ho voglia di parlare bene o male. L’ho fatto e lo farò. Non per virtù ma perchè sono una testaccia dura!

Breve lista link a discussioni interessanti o luoghi interessanti

Etichettati-ti ne parlano come mamme non ads, cioè che non vogliono la pubblicità ..

da Vere mamme se ne parla sia come “esperti” in materia ma anche no, è un esempio innovativo e ibrido di un contenitori sia di riflessioni sul “marketing”, ma anche sulla maternità e molto altro ancora … (non si puù sintetizzare questo “luogo”)

 

P.s.

Sto lavorando per un progetto nelle scuole, e i nostri consulenti alla “progettazione”, almeno per una piccola parte, sono i genitori. I quali sono stati coinvolto per aiutarci a capire se quello che vogliamo offrire (in questo caso si tratta del materiale informativo sulla scuola che i figli frequentano) è chiaro e comprensibile. Insomma la logica 2.0 comincia ad essere qualcosa che permea la nostra cultura, la possibilità e la volontà di scambio, comunicazione, interazione diventa un passaggio necessario. Spesso anche nei servizi (scuola, minori, disabilità) gli enti gestori si sono sensibilizzati all’incontro con le richieste dei fruitori, a volte chiamati in partnership a dare voce ai loro bisogni, per progettare in modo più efficace e rispettoso.


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Wikileaks: ora che hanno arrestato Assange possiamo anche fermarci a capire?

Facciamo il necessario disclaimer.

Ammetto che di wikileaks ne so poco. Ma qualche pensiero me lo sto facendo.

Ne dice Wikipedia

WikiLeaks (dall’inglese “leak”, “perdita”, “fuga [di notizie]”) è un’organizzazione internazionale no-profit che riceve in modo anonimo, grazie a un contenitore (drop box) protetto da un potente sistema di cifratura, documenti coperti da segreto (segreto di stato, segreto militare, segreto industriale, segreto bancario) e poi li carica sul proprio sito web. WikiLeaks riceve, in genere, documenti di carattere governativo o aziendale da fonti coperte dall’anonimato.

I timori Usa e le prime censure

Il tentativo degli Stati Uniti di fare il vuoto attorno a Wikileaks, si arricchisce di sfumature surreali. Ora arrivano perfino le minacce spedite via mail agli alunni della School of International and Public Affair della Columbia University.

“Non postate link ai cable di Wikileaks e non fate commenti al riguardo sui social network come Facebook e Twitter, se non volete veder compromesse le vostre possibilità di poter lavorare un giorno per il Dipartimento di Stato” dice in sintesi la mail, con un tono soltanto leggermente meno intimidatorio

Bizzarrie ma secondo un sondaggio gli italiani difenderebbero Assange

Gli italiani difendono Wikileaks e il suo creatore, Julian Assange. Per oltre due terzi degli italiani intervistati da Demopolis, sono affidabili le informazioni riservate della diplomazia statunitense diffuse dal portale. Il 53% si dichiara colpito dalla richiesta di Hillary Clinton di spiare i funzionari dell’ONU; subito dopo il 52% si stupisce della definizione della Russia come “Stato con forte presenza della mafia”. Le apprensioni di alcuni Paesi arabi sulla politica iraniana rappresentano una notizia rilevante per il 46% dei cittadini, mentre il 43% evidenzia i preoccupanti commenti americani sui rapporti del Governo italiano con la Russia e la Libia. Il 58% degli italiani sostiene che Wikileaks abbia il pieno diritto di diffondere le informazioni in suo possesso. Il 23%, pur riconoscendo le ragioni della libertà di stampa, ritiene che WikiLeaks avrebbe dovuto tener conto della sicurezza internazionale. Poco meno di un quinto degli intervistati afferma che Wikileaks agisca in modo illecito e che Julian Assange vada perseguito.

Zittire la rete? ne dice Mantellini

Cosa abbia Wikileaks di diverso da New York Times o dal Guardian che pubblicano i dispacci delle ambasciate esattamente come il sito di Assange è piuttosto evidente. Pur rappresentando un esempio di buon giornalismo il New York Times ed il GuardianEl PaisLe Monde, fanno parte del sistema, Wikileaks no: e da questo discendono buona parte delle sue disgrazie.

Cosa fa paura di Wikileaks di  Calamari

Non si sente dire che per un normale cittadino sapere una mezza verità o una verità “di parte” è comunque molto, molto meglio che essere lasciato nell’ignoranza da parte dei media tradizionali, sempre meno oggettivi e decifrabili.

Soprattutto non si sente dire dai cittadini della Rete che Wikileaks è, dal punto di vista dell’informazione, una risorsa preziosa perché, nel bene e nel male, porta squarci di trasparenza in un mondo dell’informazione sempre più opaco e manovrato.

 

Non si sente dire che per un normale cittadino sapere una mezza verità o una verità “di parte” è comunque molto, molto meglio che essere lasciato nell’ignoranza da parte dei media tradizionali, sempre meno oggettivi e decifrabili.

Soprattutto non si sente dire dai cittadini della Rete che Wikileaks è, dal punto di vista dell’informazione, una risorsa preziosa perché, nel bene e nel male, porta squarci di trasparenza in un mondo dell’informazione sempre più opaco e manovrato.

 

E mettiamoci pure un pò di disnformatico

La lista segreta delle installazioni sensibili dal punto di vista del terrorismo in giro per il mondo, pubblicata da Wikileaks, fa discutere e rende manifesta l’ossessione per il segreto e la falsa sicurezza che ne deriva, specialmente se il segreto è l’unica protezione adottata. Seriamente: pensate che sia necessario tenere segreti i punti d’arrivo dei cavi sottomarini per telecomunicazioni? Perché gli USA dipendono da un laboratorio farmaceutico in Francia tanto da considerarne l’eventuale perdita “un impatto critico sulla salute pubblica, sulla sicurezza economica e/o sulla sicurezza nazionale e territoriale”? Che senso ha mettere nella lista delle installazioni segrete l’unico fornitore mondiale di antiveleno per serpenti a sonagli e creaturine affini? Gli estensori della lista pensano che Al Qaeda attaccherà gli USA lanciando serpenti dagli elicotteri?

Chi fa informatica sa quanti danni ha causato la cultura della security through obscurity quando è diventata la sola colonna portante della sicurezza e quando emerge (come in questo caso) che una buona ricerca in Google è capace di superarla. I governanti, a quanto pare, non hanno ancora imparato la lezione.

Non si sente dire che per un normale cittadino sapere una mezza verità o una verità “di parte” è comunque molto, molto meglio che essere lasciato nell’ignoranza da parte dei media tradizionali, sempre meno oggettivi e decifrabili.

Soprattutto non si sente dire dai cittadini della Rete che Wikileaks è, dal punto di vista dell’informazione, una risorsa preziosa perché, nel bene e nel male, porta squarci di trasparenza in un mondo dell’informazione sempre più opaco e manovrato.

 

Aggiungo qualche impressione al volo, a partire dalla semplificazione che impone Facebook:

  • Certo questo dato qualcosa dice: Almost 1.000.000 Facebook Users like Wikileaks!
  • Ecco: ma quanto è (wikileaks) uno spaccio di pettegolezzi inutili, ‘che il nostro signor b. avesse problemucci di sesso, governo, inciuci lo sapevano anche i sassi?
  • Quanto è frutto anche di una distorsione della libertà, la libertà di sapere anche quando fermarsi.
  • Quanto è legittima diffusione di notizie?
  • Quanto mette a rischio alcune situazioni di politica internazionale, es medio oriente?
  • Quanto è un attacco mirato? Chi è o sono i destinatari?
  • Ho come molti grosse perplessità su #wikileaks e sul trade off libertà vs responsabilità, ma vedo troppa voglia di bavagli oscurantisti
  • Da un lato la libertà di informazione ma soprattutto di sapere è un fondamento occidentale
  • Eppure ha senso che tutto sia pubblico, e che cultura abbiamo per gestire ogni informazione
  • Qual’è il sottile crinale tra informazioni che non vanno pubblicate e la libertà di accesso alle stesse
  • Dove si colloca la privacy
  • Dove si colloca la necessità di azioni di politica internazionale che non siano di dominio pubblico
  • Dove stanno le responsabilità
  • Se le fonti di wikileaks sono anonime, come si concilia con una spasmodica ricerca di trasparenza?

Aggiungereste altre domande o riflessioni??

 


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Un senso di se (nudità mediatiche, cose da imparare, navigazioni tempestose)

E’ evidente che non siamo ancora educati alla società dei media e dei reality, non siamo ancora in grado di governare o almeno di navigare a vista tra gli scogli di ciò che e’ pubblico e privato.
Siamo (sono di una) una generazione cresciuta a pane e nutella, che andava a letto dopo carosello, e poi che ha imparato tutto da Mazinga e da Candy Candy.

E poi da un mondo edulcorato ci siamo trovati a galleggiare del mare magnum della informazione diffusa, orizzontale e globalizzata, del grande fratello e dei reality, dei social network e della velocità comunicativa, del consumo veloce delle informazioni.
Nessuno ci ha insegnato come, perché siamo i primi a vivere qui ed ora.
Siamo gli primi sperimentatori mescolati ai costruttori di questa nuova modalità di sapere, conoscere, narrare, imparare, usare, manipolare.
Siamo la generazione beta test di un processo tanto nuovo quanto inconoscibile, in cui vecchio e nuovo si mescolano in strati, ad oggi, incomprensibili.

Ed ecco la news della notizia di una morte tragica, data in diretta, alla madre della vittima senza filtri, pensieri, dubbi.

Uno sguardo su una nostra fragilità (la morte) e su un nostro abisso, il bisogno di vivere quest’epoca di visibilità. Un modo di vedersi per sentirsi, sentire che si e’, per sentire un senso di se, dove il senso comune sfugge sottotracccia.

La tv offre quel senso di se, lo vicaria. Internet, ugualmente ha la stessa funzione, forse meno passiva ma altrettanto potente nel dare il senso di se….
Tra pubblico e privato c’è una sottile trama, che si frappone tra la completa esposizione della propria intimità e la parte pubblica e narrabile, della nostra storia; saper riconoscere la densità della trama, saper capire quanto è velleitaria, cogliere il punto in cui è collocabile, e dove mettiamo il confine tra se e alter è essenziale.

Ma stiamo ancora imparando, i più accorti sanno già molto, in molti altri ci barcameniano con il buon senso, altri invece affogano nella visibilità creduta identitaria.

E finiscono malamente ” maciullati” nel tritattutto mediatico, che produce in fretta, che brutalizza la notizia e i sentimenti, che sevizia il dolore e lo mostra tanto nudo, che da umano diventa innaturale. Il sistema dei media vive e si mostra come un ciclope accecato, che non sa senza elaborare pensieri su ciò che produce.

 

Per noi , naviganti a vista, restano un pugno di domande.

La fretta è nemica?

I media sono i veri mostri?

I giornalisti, si giocano l’umanità per lo share di ascolti, e noi blogger lo facciamo?

Pensare in fretta è virtù o dannazione?

Chi siamo nei socialnetwork quando spariamo fuori le notizie e i pensieri a casaccio.

 

A me resta una sola consolazione: possiamo e dobbiamo imparare da ciò che succede.

A noi resta una resposabilità educativa collettiva, insegnare ciò che stiamo imparando o almeno tentare di narrare cosa ci sta succedendo.


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Le molte età di una madre: adolescenza, infanzia ….

La figlia grande, oramai si è infilata nel lungo tunnel dell’adolescenza da quale ne uscirà solo cambiata e più adulta.

Mi accorgo che i libri in materia e anni di lavoro con gli “ados” non sono serviti a nulla, contrariamente a quanto mi dicono i conoscenti “ahhhhh tu, con il tuo lavoro sei una esperta …!!”

Allora la professione di educatore non è affatto identica al ruolo genitoriale, sapere cosa aspettarmi, aver visto adolescenti e genitori, non mi ha comunque preparato, questa è la mia tappa, la mia prova e la mia vita …

In più non mi riconosco in nulla nel motivetto mille volte sentito per il quale  … la mamma di una adolescente va in crisi perchè va in crisi il suo diventare una donna “passata”. Non è certo mio questo problema, perchè mi gioco troppe identità e ruoli per soffermarmi sul mio diventare “vecchia”.

Sono la mamma giocherellona e divertita, sedotta e imbrogliata di una frugoletta di quasi due anni…

Sono anche la compagna collocata in una “giovane” coppia (a prescindere dalle età anagrafiche) con bimba piccola, quindi in preda di tutti quei temi di una famiglia nata da poco: i ruoli in casa, il lavoro, la conciliazione lavoro famiglia, i rapporti con i nonni, l’essere genitori, l’essere coppia…. etc etc etc

Eppure sono anche una donna separata con figlia adolescente. Insomma non è il problema età che può davvero ingaggiarmi  …

Ma mi sento, come mamma e come non mai, imbranata e goffa con lei; affaticata dal trovare un nuovo modo di parlarle e di ascoltarla. Ancora poco capace di starle accanto con differenti vicinanze, ed è proprio il fatto di avere una bimba piccola che fa esplodere la differenza, con la piccola è tutto ancora molto ovvio e naturale (ora che abbiamo conquistato il nostro modo di stare in sintonia); con la grande mi sento di dover fare una nuova rinascita come madre.

Perdere una pelle e lasciare che appaia quella nuova. Lo so precorro i tempi, vorrei essere già al punto in cui potrò conoscere la donna che sarà, incontrarla lì .. in un tempo in cui mi sento capace.

In questo tempo strano ed incerto mi sento un bradipo, o uno struzzo, un animale greve che si muove su territori sconosciuti.

Forse essere madre significa ogni volta, rinascere insieme ai figli ad una nuova fase della vita, così come la mamma di un neonato deve imparare a sincronizzarsi sui suoi ritmi di sonno-veglia, alimentazione, pianto comunicativo … anche io oggi devo affrontare questa nuova fase di crisi/crescita sua e mia, per continuare la mia funzionematerna ed educativa, rimodulandola su un individuo che cresce e al quale non posso più dare le stesse “cose” ….

Certo è che ho perso un pò di sicurezze e navigo a vista, più che mai …

In fondo è ciò che succede anche a lei …