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Nel mondo delle iene

Buongiorno nuovo anno …!!!

ma perchè al terzo giorno mi rovesci addosso un bel pò di porcate???

 

Così il secondo o terzo post dell’anno inizia con un giramento di scatole  di tipo lavorativo … di portata epica.

Non entro nel dettaglio.Ma lo tocco tangenzialmente.

Ho lavorato per un cospicuo numero di anni in una cooperativa sociale che opera nel terzo settore, in cui ho attrarversato un pò di ruoli, sia quelli di tipo strettamente educativo che quelli più tipici del “governo” di una struttura simile (lavoratore, socio, c.d.a., gestione risorse umane, etc), un paio di anni fa ne parlavo così,  e anche così.

Nelle vacanze di natale sono tornata a trovare i miei colleghi, soci storici, amministratori, coordinatori. Un nucleo antico di amici e sodali che sono sempre felice di ri-trovare. Persone “per bene” che rendono il lavoro cooperativo, l’impresa cooperativa, qualcosa di significativo e collettivo. Stop.

E ci sono altre cooperative così, quelle vere fatte da veri soci, veri bilanci sociali, vere scelte etiche, vere scelte di amministrazione … tutte costruite con il senso di un lavoro (che è) comune, fatto di scelte che vanno condivise e a volte co-costruite,  caratterizzato di una responsabilità individuale ma diffusa. (Magari è eccessiva l’enfasi sul termine vero, magari è pure ridondante ma intendo sottolineare la congruità tra la mission e la pulsione alla sua realizzazione).  E’ un modo di essere impresa.*

 

Poi ci sono le iene, cooperative nate per fruire di quelle che erano agevolazioni varie, e che di cooperativa e sociale mantengono solo un nome.

Per il resto sono come le imprese profit, con i classici megapresidenti, gli amministratori che (pur nel piccolo) si giovano di bonus faraonici, se rapportati agli stipendi previsti dal Contratto Nazionale delle Cooperative Sociali. Cooperative in cui l’assemblea dei soci ha il medesimo valore del due di picche; e in cui esiste il triangolo verticistico ineludibile e inamovibile, come nelle PMI del padroncino. Realtà a volte prive di ogni dinamismo progettuale, democratico e condiviso, e caratterizzate dalla incapacità di interagire in modo comunicativo al proprio interno e al proprio esterno.

Insomma si tratta di “fuffa”, non in termini produttivi, aziendali o economici, ma in termini di mission. I soci (quindi in teoria i primi partecipanti/responsabili/costituenti dell’impresa cooperativa) hanno la stessa possibilità dialogica/contrattuale, con i vertici, del neo assunto alla fiat con Marchionne.

E in questo periodo di crisi economico la fuffa, le finte cooperative sociali ( … lo ascoltavo qualche giorno fa alla radio, lavoratori soci trattati come bestie) sembrano piu pervicacemente decise a escludere il proprio mandato iniziale, almeno quello connesso al nome di cooperativa e di sociale.

 

Non si tratta di stabilire se la cooperativa sociale sia migliore o peggiore di una impresa profit, ma capirne il significato, il contesto e ciò che si può fare in una cornice imprenditoriale dell’uno o dell’altro tipo. E penso quanta fatica costi essere cooperativa in quel modo, che impegno anche in termini  di pensiero costante, di tempo, di sforzo di chiarezza, di formazione, di comunicazione, perchè poi le persone e i soci, cresciuti diventano più attenti, accorti, richiedenti, più adulti, maturi … e aumentano la fatica. Ma solo così la qualità dell’impresa si “raffina” e diventa una dimensione di cultura diffusa, che si riflette nei servizi, nei rapporti con il territorio, nelle prassi educative con gli utenti dei servizi, nella competenza comunicativa; solo in questo modo emerge la qualità aggiunta che crea una impresa di questo genere. Peraltro un gemellaggio tra profit e no profit avrebbe un notevole valore aggiunto, in termini di scambio.

Una cooperativa sociale non può, per mandato, produrre una ricchezza economica e monetizzabile, può produrre invece una ricchezza culturale che emerge nella cura che offre nei suoi servizi e al proprio interno, insegnando che quel lavoro condiviso ha un valore aggiunto alto (che pure non può  e non è  – purtroppo – riconosciuto in termini economici).

Insegnando e imparando (mentre lo fa) un diverso concetto del lavoro, e di rispetto che è ad esso dovuto; rispetto reciproco da parte di chi lo organizza e lo attua concretamente.  del senso che ha il lavoro, e di come il “rispetto”, la correttezza, l’etica interna diventa uno stile di azione che inevitabilmente si concretizza nelle forme del lavoro esterno.

Ecco perchè le cooperative “fuffa” mi causano tanta insofferenza …

 

E io vorrei tanto che ci fosse un bollino che riconosce alle “vere” cooperative sociali il grande lavoro che fanno a partire da quel nome.

 

n.d.t.

* Capitava di sentirmi dire, quasi con sgomento “ma lavori in una cooperativa sociale???”, come se si trattasse di una scelta improponibile. La fama negativa di queste imprese è data non tanto dalla struttura ma dal fatto che alcune appiaono come un modo di sfruttare i lavoratori, oppure dal fatto che non pagano, oppure dal fatto che così “eludono le tasse”. Credo che la differenza si palesi nel mio discorso. E immagino che la cattiva fama arrivi da chi opera scorrettamente. Un pò come dire che tutti i liberi professionisti evadono le tasse, e così come immagino che non tutti lo facciano.