PONTITIBETANI

Zone Temporaneamente Autonome


Lascia un commento

Fotografia, arte, creatività, disabilità, immagin-azione e storie personali

Domenica 17 aprile 2011 sarò qui a festeggiare il Circolo Fotografico Cizanum; fondato 4o anni fa, insieme ad un manipolo di amici, da mio padre.

E’ una storia di fierezza, amore filiale e di apprendimento, apprendimento che mio padre non sapeva di regalarmi.

Il fatto è che la fotografia ha costellato il mio sapere, inconsapevolmente e indelebilmente orientando il mio sguardo; da piccina, aspettavo il sabato mattina, per guardare le riviste di fotografia comperate da mio padre, che stavano lì lasciate sul divano, e non ancora sfogliate … Anche nella libreria di casa erano raccolti molti libri che sfogliavo e ho risfogliato per anni.

Curiosa e attratta dalle immagini.

Una magia infinita.

Viva ancora oggi.

La fotografia, le immagini fanno oggi parte del linguaggio che uso e scelgo per i miei blog, immagine e sguardo rappresentano la mia comunicazione, fa parte della ricchezza espressiva che cerco ovunque.

 

Una altra parte della mia fierezza filiale va anche al fatto che mio padre ha portato, altra innovazione molto “social” della sua vita, la fotografia in un luogo atipico (allora) ovvero in mezzo agli abitanti di una vera e propria cittadella della disabilità, città nella città dove vivevamo.

Ha “persino” messo le sue Olympus in mano ai disabili, li ha portati in giro a fotografare, li ha messi davanti a pinze e bacinelle in camera oscura.

Mi ha insegnato a meticciare i saperi e non avere paura delle mescolanze.

 

Oggi io lavoro, spesso, nei luoghi e nei servizi della disabilità.

Ho imparato anche quello, mettendoci di mio l’educazione, la corporeità e la meraviglia dello sguardo.

Sono sempre stupita della potenza espressiva dei corpi, della loro ricchezza inesausta mai davvero fermata dalla disabilità. Basta imparare a guardarla.

In uno dei luoghi dove lavoro mi affascina ogni volta per la bellezza espressa dai quadri che vengono prodotti nell’Atelier di pittura, per la ricerca espressiva non banale, e la ricchezza cromatica.

Ho scoperto che anche loro fotografano, e non solo fanno un laboratorio interno che si chiama “Kalòs” .. ma organizzano da 4 anni una mostra di fotografia. Un meticciamento interessante, almeno per me, dove i disabili e il loro centro diventati esperti di sguardi, colore, immagini e bellezza diventano promotori di mostre e concorsi fotografici, come questo.

(ma di raccontare questa storia di fotografia e apprendimenti non ho finito …)

 

 

 

Annunci


Lascia un commento

Vestiti-per (corpi in scena e professioni)

Lunedì sono transitata per un piccolo tribunale di provincia … con il senno di poi credo che dovrei trasformare il transito in sosta, e l’attivita’ da estemporanea a fissa.

Perche’ il piacere e la curiosita’ dell’osservare l’umanita’ sono impagabili.

Il massimo per me sarebbe l’assunzione nel team del Dr. Leitman (serie tv Lie to me), e pure stapagata, come osservatore della comunicazione non verbale.

Ma bando ai preamboli….

Le avvocatesse, di detto tribunale, rappresentano un gruppo piuttosto omologo (ne avro’ osservate una trentina almeno) di signore mediamente molto (molto) eleganti; anche quelle piu’ sobriamente vestite e non ingioellate hanno un certo “non so che” di overdressed, o overstatement.
L’effetto e’ quello “matrimonio, il gruppo degli invitati ad un matrimonio si riscosce inconfondibilmente, e al di la del gusto individuale; la vista ci svela immediatamente la destinazione del gruppo. Per andare ad un matrimonio si deve indossare un “certo” stile, e con l’abbigliamento si comunica evento, destinazione, e cura, attenzione alla ritualita’ dell’evento.

Ma allora, perché le avvocatesse  si vestono “da matrimonio”? Evidentente la finalita’ della comunicazione non verbale non e’ la stessa, non sono ad una festa, anche se un tribunale è un luogo rituale della celebrazioni di eventi significativi come udienze, processi, guidizi. Certo momenti simbolicamente molto importanti e che  richiederebbero, per natura,  abbigliamento significativo. Ma anche scomodo, apparentemente. Sorgono domande.

Come fanno a trattenersi in piedi su tacchi straordinariamente alti, in abiti davvero poco pratici?
Perche’ molte sembrano aver fatto un bagno nel profumo?

Le chiavi di lettura sono varie: mostrare un potere e disponibilita’ economica (ai clienti, ai colleghi) come testimonianza di una abilita’ pratica che si trasforma in guadagno. “Sono abile” e’ una comunicazione importante sia per i colleghi, che per i clienti, e anche per i giudici.
Ma anche c’e’ il di-mostrare “sono alta” (grazie ai tacchi) e “profumata” (grazie al profumo), atti che veicolano una comunicazione non verbale importante.

Al di la del giudizio e dell’oggettivo/soggettivo fastidio (per il profumo), questo essere molto alta/molto profumata sono due atteggiamenti che permettono di governare o dominare lo spazio e la prossemica con colleghi e clienti.
Altezza puo’ voler dire “guardare negli occhi” e compensare il fatto che spesso gli uomini sono piu’ alti, o guardare “dall’alto in basso” e stabilire asimmetrie di potere. Insomma una sorta di parificazione delle distanze.

Il profumo poi non e’ solo oggetto di seduzione, ma occupa (soprattutto se “prepotente” forte incisivo) uno spazio olfattivo, impone, richiama e indica, dichiara la presenza di una persona e del suo “odore” (profumo) come un marchio territoriale. Puo’ persino imporre una distanza, obbligando altri a stare lontani, con un eccesso di profumo.

Sarebbe curioso capire se c’e’ consapevolezza nell’uso della comunicazione non verbale e corporea, nella sua molteplicita’ di mezzi espressivi, se le variabili dipendono dal territorio (tribunali grandi o piccoli, appartenenza a studi legali affermati o meno, localizzazioni in grandi metropoli o piccole provincie).

Peraltro nell’aula del giudice e dei suoi assistenti regna(va) la dimissione nell’abbigliamento, e un certo sottotono,
anche umorale… Che creava una asimmetria davvero curiosa. (n.b giudice ed assistenti erano comunque donne).


4 commenti

Vestìti per …

Due diverse visioni, di questi giorni:
Spider di Cronenberg e The good wife.
Ne estraggo due frammenti.

Il protagonista scizofrenico del primo, e’ vestito con numerose camicie sovrapposte. Abita in una sorta di comunita’ protetta, per pazienti usciti dall’ospedale psichiatrico; che viene gestita da una ruvida ed asciutta signora. Quando questa, accortasi dell’abbigliamento inconsueto dell’uomo, lo interpella, riceve la risposta da un altro ospite. Che spiega che Gli abiti fanno l’uomo, e meno c’è l’uomo, più cresce il bisogno dell’abito.

The good wife e’ la moglie di un procuratore, trascinato in uno scandalo sessuale e mandato in prigione con l’accusa di corruzione (o simile) relativa al suo lavoro. La moglie si trova costretta a tornare alla sua precedente carriera di avvocato, e a gestire una vita improvvisamente interrotta dallo scandalo e dai tradimenti ripetuti del marito.

Mentre interroga una donna accusata, ingiustamente, dell’omicidio del suo ex marito, la sollecita a truccarsi e vestirsi ed avere cura di se. Perche’ e’ importante.

C’e’ un gioco di rispecchiamenti tra le due donne ugualmente ferite dalla vita.

L’imputata chiede alla avvocato se questo poi la fara’ stare/sentire meglio, ma la risposta e’ sempre rivida ed asciutta, curarsi non la fara’ stare meglio, ma si vedra’ meno…. (fatica, sofferenza, dolore).

Una altra forma di corazzamento e protezione dal vuoto o dal freddo interiori, e che protegge anche dal mondo esterno.


23 commenti

Per mamme 2.0: una tribù web e il corpo dilaniato

Partiamo dal link seguendolo potrete accedere ad un articolo e quindi alla intera ricerca sulle mamme 2.0. E comincio io condividendo parte del testo. Lascio a voi capire e  lasciarvi spazio per dire qualcosa in proposito …

a voi …..

 


 

Dice Etnografia Digitale

“Come si è visto attraverso le loro conversazioni attorno ai prodotti e ai Brand per l’infanzia la web tribe delle Mamme 2.0 da corpo ad un’intensa e peculiare attività di produzione culturale. Attraverso tale produzione culturale le Mamme 2.0 riescono ad ingaggiare, in maniera implicita, un’azione di resistenza simbolica nei confronti del contesto sociale che le circonda, e soprattutto verso gli stereotipi e le forme di dominio prodotte ed imposte dal suddetto contesto. Nello specifico possiamo affermare che la web tribe delle Mamme 2.0 pone in essere due strategie di resistenza culturale: una di chiusura e l’altra di apertura.

Da un lato la web tribe si chiude su se stessa, in maniera quasi settaria, dando vita, grazie a e tramite i forum online, ad una sorta di società segreta, dotata linguaggi e“codici iniziatici”propri, all’interno della quale le mamme/utenti si riappropriano del loro diritto di narrazione su se stesse e sulla maternità. Questa chiusura si attua sia nei confronti della “petulante società degli esperti” che della “sorda società dei mariti”; “società” che, parimenti, negano alla madre il diritto di parola: la prima sovrapponendo la propria parola a quella delle mamme, la seconda non facendosi carico di ascoltarla. In entrambi i casi, dunque, entrambe le “società” oppongono degli ostacoli alla piena espressione di sé della madre, ostacoli che le Mamme 2.0 riescono a valicare grazie alle loro arene simboliche di produzione e resistenza culturale.

Dall’altro lato, invece, la web tribe opera una strategia di apertura, per così dire, totale. Infatti decostruendo, “dilaniando” il corpo femminile nella sua totalità, la tribe priva il potere sociale del sostrato su cui esercitare il proprio potere manipolatorio. Le Mamme 2.0 cioè elidono, occultano il corpo femminile, ovvero la materia grezza su cui una società di esperti (che si declina principalmente al maschile) cerca di inscrivere dispoticamente le proprie narrazioni sulla maternità. Tramite questo processo di elisione ed occultamento la web tribe delle Mamme 2.0 riesce, de facto, a riappropriarsi del suo di dritto di narrazione su se stessa e sulla maternità. Infatti, in ultima analisi, possiamo constatare come, attraverso il suddetto processo di decostruzione del corpo femminile, ci ritroviamo in presenza di due tipi di corpo materno: un corpo“dato in pasto”alla società ed un corpo“dato in pasto”al gruppo tribale. Il“corpo sociale”è un corpo in decomposizione, morto, privo di quella vita che costituisce l’oggetto privilegiato dell’esercizio del potere. Il“corpo tribale”, invece, è un corpo riportato a vita nuova, ovvero ad una vita declinata secondo modalità di costruzione culturale sancite egualitariamente dalle sue legittime proprietarie: le mamme.

http://www.etnografiadigitale.it

CONCLUSIONI RIASSUNTIVE

In conclusione riassumiamo per punti tutte le considerazioni fatte fin’ora sulla web tribe delle Mamme 2.0, di cui compendiamo di seguito tutti i tratti identitari e i codici culturali distintivi:

Le Mamme 2.0 sono giovani mamme (tra i 14 e 33 anni) che hanno dimestichezza con le nuove tecnologie della comunicazione e che sanno integrarle efficacemente nella loro vita quotidiana.

Le Mamme 2.0 amano rappresentarsi come esperte e “scienziate” della maternità. Questo consente loro di ri-appropriarsi di quel diritto di parola in campo di maternità che la società tende a negare loro.

Grazie ai prodotti e ai Brand per l’infanzia le Mamme 2.0 danno voce a quello che abbiamo chiamato the dark side of motherhood: l’esperienza del dolore fisico e della solitudine morale che spesso caratterizza la pre-neo-maternità.

Grazie ai prodotti e ai Brand per l’infanzia le Mamme 2.0 danno voce a quello che abbiamo chiamato the bright side of motherhood: la gioia di consacrarsi alla maternità e al benessere dei propri figli che prende corpo in un desiderio di acquisto compulsivo di prodotti per l’infanzia.

Nelle loro narrazioni di sé le Mamme 2.0 costruiscono delle figure maritali particolarmente negative: i mariti sottomessi, i mariti disattenti e i mariti riottosi. Ponendosi come nemici esterni, queste figure svolgono la cruciale funzione antropologica di rafforzare i confini interni della web tribe delle Mamme 2.0.

Grazie alle arene simboliche di discussione che si creano attorno ai Brand e ai prodotti per l’infanzia le Mamme 2.0 riescono a smantellare gli stereotipi culturali tradizionali della mamma passiva e remissiva.

Le arene simboliche di discussione che le Mamme 2.0 costruiscono attorno ai prodotti e ai Brand per l’infanzia favoriscono il trascendimento delle contraddizioni contenute nello stereotipo post-moderno della “madre indipendente”. Infatti offrendo uno spazio libero ed immediatamente accessibile di riflessione su di sé, di confronto e di sostegno reciproco, le suddette arene permettono alle Mamme 2.0 di essere autocoscienti ed autonome senza per questo essere sole.

I processi di produzione culturale articolarti dalle Mamme 2.0 assumono delle forme di resistenza estrema che si esprimono in un’operazione di decostruzione del corpo femminile: rappresentando il loro corpo di madri come un corpo sfigurato che va in pezzi le Mamme 2.0, da un lato, “denunciano” la condizione di dolore e solitudine a cui la maternità le costringe e a cui l’ambiente sociale che le circonda sembra disinteressarsi; dall’altro sottraggono al potere degli esperti (che spesso parla al maschile) quel supporto di base (il corpo appunto) su cui esso tende ad inscrivere dispoticamente e fraudolentemente le proprie“verità”sulla maternità.”


2 commenti

Franca Viola da Alcamo

Franca Viola (Alcamo, 09 gennaio 1947)

fu la prima donna italiana a rifiutare il matrimonio riparatore, diventando un simbolo della crescita civile dell’Italia nel secondo dopoguerra e dell’emancipazione delle donne italiane.

Il 26 dicembre 1965, all’età di 17 anni, Franca Viola, figlia di una coppia di coltivatori diretti, venne rapita (assieme al fratellino Mariano di 8 anni, subito rilasciato) da Filippo Melodia, un suo spasimante sempre respinto, imparentato con la potente famiglia mafiosa dei Rimi, che agì con l’aiuto di dodici amici. La ragazza venne violentata e quindisegregata per otto giorni in un casolare al di fuori del paese; fu liberata con un blitz dei carabinieri il 2 gennaio 1966.

Secondo la morale del tempo, una ragazza uscita da una simile vicenda, ossia non più vergine, avrebbe dovuto necessariamente sposare il suo rapitore, salvando l’onore suo e quello familiare. In caso contrario sarebbe rimasta zitella, venendo additata come “donna svergognata”.

All’epoca la legislazione italiana, in particolare l’articolo 544 del codice penale, ammetteva la possibilità di estinguere il reato di violenza carnale, anche ai danni di minorenne, qualora fosse stato seguito dal cosiddetto “matrimonio riparatore”, contratto tra l’accusato e la persona offesa; la violenza sessuale era considerato oltraggio alla morale e non reato contro la persona.

Ma, contrariamente alle consuetudini del tempo, Franca Viola non accettò il matrimonio riparatore. Suo padre, contattato da emissari durante il rapimento, finse di acconsentire alle nozze, mentre con i carabinieri di Alcamo preparavano una trappola: infatti, quando rapitore e complici rientrarono in paese con la ragazza furono arrestati.

Eventi successivi

Subito dopo il fatto, la famiglia Viola, che aveva contravvenuto alle regole di vita locale, fu soggetta ad intimidazioni: il padre Bernando venne minacciato di morte, la vigna fu rasa al suolo ed il casolare annesso bruciato.

Il caso sollevò in Italia forti polemiche divenendo oggetto di numerose interpellanze parlamentari. Durante il processo che seguì, la difesa tentò invano di screditare la ragazza, sostenendo che fosse consenziente alla fuga d’amore, la cosiddetta “fuitina“, allo scopo di mettere la propria famiglia di fronte al fatto compiuto per ottenere il consenso al matrimonio.

Filippo Melodia venne condannato a 11 anni di carcere, ridotti a 10 e a 2 anni di soggiorno obbligato nei pressi di Modena. Pesanti condanne furono inflitte anche ai suoi complici dal tribunale di Trapani, presieduto dal giudice Giovanni Albeggiani. Melodia uscì dal carcere nel 1976 e venne ucciso, nei dintorni di Modena, da ignoti con un colpo di lupara il 13 aprile 1978.

Franca Viola diventerà in Sicilia un simbolo di libertà e dignità per tutte quelle donne che dopo di lei subirono le medesime violenze ed ebbero, dal suo esempio, il coraggio di “dire no” e rifiutare il matrimonio riparatore.

Franca Viola si sposò nel 1968 con il giovane compaesano Giuseppe Ruisi, ragioniere, con il quale era fidanzata, che insistette nel volerla sposare, nonostante lei cercasse di distoglierlo dal proposito per timori di rappresaglie. La coppia ebbe due figli: si trasferì a vivere a Monreale per i primi tre anni di matrimonio, per poi tornare ad Alcamo.

Giuseppe Saragat, Presidente della Repubblica, inviò alla coppia un dono di nozze per manifestare a Franca Viola la solidarietà e la simpatia sua e degli italiani. In quello stesso anno i due sposi vennero ricevuti dal papa Paolo VI in udienza privata.

Passeranno ancora sedici anni per l’abrogazione di quella norma inutilmente invocata a propria discolpa dall’aggressore: l’articolo 544 del codice penale sarà abrogato dall’articolo 1 della legge 442, emanata il 5 agosto 1981, che abolisce la facoltà di cancellare una violenza sessuale tramite un successivo matrimonio.

fonte Wikipedia

Leggere anche: Il silenzio dei padri di Claudio Fava


Sederi pesanti e cervelli piatti

 

… lavoravo ieri ad un progetto, con alcuni colleghi, pensato per ridare forma e spessore ad un lavoro appiattito.

 

E oggi mentre meditavo sulle varie faccende lavorative, mi è venuto l’orrido sospetto che l’appiattimento fosse molto più diffuso e trasversale.

 

Insomma come in Flatlandia ci si appiattisce,

ma da brava psicomotricista mi sono fatta il check up.

 

 

Seduta su sedia girevole, davanti al pc (seeeeeeeee  …. davanti al mac) gli occhi filtrano e selezionano cosa serve guardare,

e le dita sforiano tasti e il tavolo, freddino, di marmo.

Il naso non sente, o meglio sente di non sentire nemmeno più il profumo di scorza di arancia.

Le orecchie ascoltano il russare lento della gatta, ma lo lasciano sullo sfondo.

Bocca niente, e da un pò che non si mangia.

Che il corpo sia fermo immobile da un bel pò,  mi informano le cervicali  – c4/c5/c6  – dando bruschi segnali di agonia,

il sedere è inesorabilmente piatto.

 

 

Qui non restano che vaghi scintillii di neuroni, mentre trasmettono informazioni, attorno a me milioni di info,

eppure ne scelgo solo alcune.

 

E non solo perchè sono al pc, non è quelo che ti rinchiude nei circuiti chiusi

… c’è gente che si rilassa solo se cammina almeno più di 16 ore,  nei week end, e a quota 1300.

Ma dopo qualche anno il circuito è sempre quello,

Non se ne esce, si appiattisce lo stesso.

Repetita iuvant, ma anche no.

 

Ma siamo così, alla fine, spesso lasciamo perdere qualcosa, o abbiamo bisogno di filtrare informazioni, notizie e sensazioni.

Selezioniamo tantissimo, tutto ciò che non è immediatamente in uso resta sullo sfondo.

Eppure questo filtrare pò ci salvaguarda,

 

immagino l’effetto spesa – al – supermercato – a – natale, se non fosse per i filtri,

ne uscirei ululante, troppe cose, persone, stilo, facce, odori, sensazioni, emozioni.


Il corpo si appiattisce nelle abitudini di filtraggio, esattamente come il suo degno compagnuccio cervello, ‘chè  …si sa vanno a due a due come le ciliegie. O le mani.

 

 

Allora prima o poi io andrò a rimpolpare qualche professionalità appiattita, sempre che non mi dimentichi della mia piattezza ….

 

 

e 10 minuti per caso trovo questo su Pedagogika di P. Mottana

 


4 commenti

25 novembre – giornata internazionale della violenza sulle donne – insegnare la violenza per assenza

Oggi avrei scritto volentieri un post diverso.

Ma evidentemente occorreva parlare della violenza contro le donne proprio così.

Evidentemente bisogna sempre passare dalla questione della sessualità come vissuto di pretesa di potere/potenza/impotenza di uno contro un’altra.

Evidentemente i protagonisti di questa storia non sapevano nemmeno di essere su una scena che si porta dietro questo tema, e restano inconsapevoli vittime di uno stile che impone alle femmine di essere ben-educate e ai maschi di essere predatori.

Evidentemente anche l’essere su una scena educativa non ha permesso agli adulti di essere consapevoli del messaggio che trasmettevano …

Ecco cosa è successo …

C’è una scuola – una scuola media statale – ora dell’intervallo.

Protagonisti: un ragazzino – una ragazzina – una professoressa

Il ragazzino tocca il sedere alla compagna, la quale si ribella e lo appella a male parole.

La professoressa sgrida la ragazzina per il linguaggio non consono alla scuola.

La ragazzina, scusandosi, spiega il perché del suo modo di parlare al compagno.

La professoressa ribadisce che a scuola non si parla così.

La professoressa non dice nulla al compagno.

Il ragazzino sbeffeggia la compagna perché è lei ad esser stata sgridata,  e quindi pensa di non avere fatto nulla di male.

 

A me non restano che alcune considerazioni di contorno:

manca la cattiva fede, nei protagonisti,

manca nella scuola una cultura di educazione all’affettività per i preadolescenti/ adolescenti

manca nel ragazzino l’idea che il corpo altrui è soggetto e non oggetto,

manca la possibilità di parlare a scuola di cosa siano i generi e l’incontro tra i generi,

ed è un vero peccato.

Perchè è proprio dove i ragazzini (la scuola) imparano a stare insieme che si può costruire un senso comune dell’incontro fra i generi, i corpi, i saperi e i sentimenti.