PONTITIBETANI

Zone Temporaneamente Autonome


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fase di disintossicazione ormonale … punk mother

Punto 1.

Piscina (o ingresso a scuola), tanto c’est la meme chose, le madri indipendentemente dal fisico che indossano si comportano come gli hall black sul campo da rugby, che si tratti di “docciare” il pupo o accompagnarlo sino alla scuola media, sono pronte a scannarsi acciocché il pupo non debba: aspettare, aspettare, aspettare, aspettare (il proprio turno).

Punto 3. (il punto 2 è alla fine e leggendo se ne capisce il perché)

(Si … son reduce dalla mattinata in piscina dove vedo il peggio della maternità…).
Madre e’ una buona cosa SE .. diventa sentimento collettivo e cura, se aiuta a pensare che il bambino e’ tuo, e  del tuo compagno/marito, e dei suoi fratelli o sorelle, e dei nonni e dei suoi amici, e della scuola, se ti decentra da te stessa e da lui, per guardarlo come parte del mondo, e se l’incontro con le altre donne non si fa in base ai figli avuti, ma ai figli pensati o alle maternita’ e alle cure che si offrono al mondo …

Se sei pronta a non prendere a borsate una altra donna che sta finendo di lavare suo figlio, nelle docce della piscina, ma riesci a sorriderle, o se le lasci il posto.

Se esser madre ti rende piu’ gentile verso il mondo e non piu’ egoista. Altrimenti hai solo replicato la specie, senza dare un contributo minimo all’evoluzione qualitativa della specie, ma solo a quella quantitativa. Comunque anche questo e’ anche maternita’ ..

Non ci vuole grande scienza a concepire e generare, e tantomeno rinnovare il patto naturale con le caratteristiche speciespecifiche del genere umano: cura e attaccamento e allevamento di un cucciolo che resta a lungo infante, prima di saper sopravvivere in autonomia.

Abbiamo tutte, o quasi, attraversato la fase gloriosa della maternità, e del viversi come uniche ed illuminate, gioiose e pacifiche, beate dall’ossitocina e dalla gioia infinita di aver generato, e da un intero background culturale ci induce alla mistica della maternità. A distanza di tempo, sembra persin surreale, quel tempo.

Solo che fare i figli non è solo naturale, ma anche normale.

E dopo cinque anni dalla nascita della figlia n°2  si vive il risveglio dal bagno ormonale, e si guarda la maternità con disincanto.

Sono io? Sono io anche e non solo come madre, ma cittadina, donna, individuo, essere senziente, sociale, lavorativo, politico e culturale, progettuale di altri mille progetti, che comprendono e non solo l’essere genitore.

Vedi la maternità nascenti passare dallo stesso gioco (giogo) di viversi all’apoteosi di se stesse, salvo crollare per l’astinenza da sonno o altre bazzecole simili, baby blues, lavoro, vita di coppia, crisi economica, mutui etc etc…. Vedi che manca, come ti è mancato, il basso profilo e l’understatement. Come se essere incinte fosse un dato divino, e non capace di accomunarci ad ogni specie che si replica allo stesso modo, gravidanza, parto, accudimento della prole.

Punto 4.

C’è allora un valore aggiunto all’essere madri?

Si  … quello della protezione della specie, anche quella altrui. Anche nelle piccole cose.

Immaginando che i cuccioli siano un bene comune, e non che il proprio cucciolo meriti di più degli altri, in quanto figlio della nostra eccezionale gravidanza. Immaginando che la maternità serva esattamente a questo a fare crescere la nostra etica verso la specie intera, a trasmettere la nostra cultura dell’accudire e accogliere, insegnando ai (anche ai nostri) piccoli il nostro essere persone e il nostro sapere.

Diventa così piacevole essere madri un pò più punk, meno perfettine, un pò meno esclusive, meno mistiche, scelte per la santa chiamata e straordinarie, insomma madri qualunque. Umane. Smettendo di coltivare quell’eccezionalità che ci impedisce di essere come gli altri, e di stare lorovicini.

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Punto 2.

E questa è una altra visione dell’essere madri …..
(tratto e tradotto da “Chicken Soup for the Women”s Soul”) 
“Il tempo sta scadendo per la mia amica. Siamo sedute a pranzo quando casualmente mi dice che lei e suo marito stanno pensando di “cominciare una famiglia”. Quello che intende è che il suo orologio biologico ha cominciato il conto alla rovescia e la sta costringendo a considerare la prospettiva della maternità. “Stiamo facendo un sondaggio” dice, quasi scherzando. “Pensi che dovrei avere un bambino?” “Ti cambierà la vita” dico con attenzione, mantenendo un tono neutrale. “Lo so” dice. “Niente più dormite fino a tardi il sabato, niente più vacanze improvvisate…” Ma questo non è proprio ciò che intendo.Guardo la mia amica, cercando di decidere cosa dirle. Voglio farle sapere ciò che non imparerà mai ai corsi preparto. Voglio dirle che le ferite fisiche di una gravidanza guariscono, ma che diventare madre la lascerà con una ferita emotiva così profonda che la renderà per sempre vulnerabile. Considero l’idea di avvertirla che non leggerà mai più un giornale senza chiedersi “E se si fosse trattato di mio figlio?”. 
Che ogni disastro aereo, ogni incendio la tormenterà. Che quando vedrà le foto di bambini ridotti alla fame, si chiederà se possa esistere cosa peggiore del veder morire il proprio figlio. Osservo le sue unghie laccate con cura e il suo completo alla moda e penso che non importa quanto possa essere sofisticata, diventare madre la ridurrà allo stato primitivo di un’orsa che protegge il suo cucciolo. Che all’urlo di “Mamma!” farà cadere il soufflè o il suo cristallo più bello senza un momento di esitazione. Sento che dovrei avvertirla che indipendentemente da quanti anni abbia investito nella sua carriera, verrà professionalmente dirottata dalla maternità. Potrebbe lasciare suo figlio alle cure di qualcuno, ma un giorno andrà ad un’importante riunione di affari e penserà al dolce odore del suo bambino. Dovrà usare ogni grammo di disciplina per trattenersi dal correre a casa solo per assicurarsi che suo figlio stia bene. Vorrei che sapesse che le decisioni quotidiane non saranno più semplice routine. Che il desiderio di un bambino di cinque anni di andare nel bagno degli uomini del McDonald’s piuttosto che in quello delle donne si trasformerà in un gran dilemma. Che proprio là, nel mezzo del rumore di vassoi accatastati e delle urla dei bambini, le questioni di indipendenza e di identità di genere verranno valutate contro la prospettiva che un pedofilo possa nascondersi in bagno. Per quanto sicura di sè possa essere in ufficio, come madre tirerà sempre a indovinare. Nel vedere la mia amica così attraente, vorrei assicurarle che alla fine butterà giù i chili della gravidanza, ma che non si sentirà mai più la stessa. Che la sua vita, ora così importante, avrà minore valore ai suoi occhi quando avrà un figlio.Che la darebbe in un istante per salvare la sua prole, ma che comincerà anche a sperare di poter vivere più anni, non per realizzare i propri sogni, ma per vedere suo figlio realizzare i suoi. Desidero farle sapere che la cicatrice di un cesareo o una smagliatura lucida diventeranno distintivi d’onore. La relazione con suo marito cambierà, ma non come pensa. Vorrei che potesse capire quanto di più si possa amare un uomo che cosparge di talco un bambino con tanta cura o che non esita mai a giocare con suo figlio o sua figlia. Vorrei che sapesse che si innamorerà di nuovo di suo marito per motivi che ora troverebbe tutt’altro che romantici. Vorrei che la mia amica potesse percepire il legame che sentirà con tutte le donne che attraverso la storia hanno tentato disperatamente di metter fine alla guerra, ai pregiudizi e alla guida in stato di ebrezza. Spero che capirà come io possa pensare razionalmente alla maggior parte delle cose, ma possa perdere temporaneamente la ragione quando discuto della minaccia della guerra nucleare nel futuro dei miei figli. Vorrei descriverle l’euforia nel vedere tuo figlio imparare a colpire una palla da baseball. Vorrei immortalare per lei la grassa risata di un bambino che tocca per la prima volta il soffice pelo di un cane. Voglio che provi la felicità così reale che fa male. Lo sguardo interrogativo della mia amica mi fa realizzare che mi sono venute le lacrime agli occhi. “Non te ne pentirai mai”, dico alla fine. Poi allungo la mano sul tavolo verso la sua, gliela stringo e prego per lei e per me e per tutte le altri semplici donne mortali che nel loro cammino inciampano nella più santa delle chiamate.”

La santità invece tiene lontani …..

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dei veri saggi, sapienti, soloni e presuntuosi storici (e le donne)

I vecchi son saggi. Non tutti, però. E non dovrei dirlo visto che mi avvicino progressivamente alla categoria…

La deriva storica che viviamo è quella di un mondo fatto di presuntosi storici (da anni presumono di dover insegnare agli altri), di tronfi “soloni” della ultima ora grevi e pedanti, e di qualche raro e sporadico saggio. Questi ultimi sono devvaro radi e preziosi, nel loro illuminare la strada con azioni e parole. Uno per tutti buono anche per noi laici: Don Andrea Gallo. Saggi son quella strana gente che si limita a offrire luce, laddove ognuno possa percorrer strade diverse con maggiore leggerezza, sapendo che quella luce permetterà di vedere un pò più lontano; qualcuno che fa luce senza arrogarsi alcun merito, con gentilezza e forza, passione e intelligenza. Merce rara, preziosa ma che si riconosce subito.

Per contro la rete, navigata di giorno in giorno, ci mostra un altro mondo possibile con meno presuntosi e più persone capaci di costruire, di offrire, regalare, insegnare senza pretesa (ma la rete non è Italia, si capisce). Laddove ci son pochi saggi, molto squali, e una marea di persone che provano a fare cose, tra rete e tempo quotidiano, tra idee e azioni, consapevoli che si può fare a patto di “star giù di dosso”, smontando i panni fastidiosi dei maestrini, dei finti vecchi saggi, mostrando la voglia di ascoltare e capire la divergenza, perchè la rete non è età, non è maschio, non è donna; un luogo dove si è e si può essere solo in base al valore che si riesce ad esprimere.

Insomma dove non ci sono i veri saggi, sarebbe più interessante, fuori dalla rete emergesse la pluralità delle voci, degli scambi, della condivisione, dell’ascolto, di una prassi nuova che fa posto ai giovani, in cui le donne osano prendere voce, in cui le intelligenze prevalgono sui saperi stantii e arroganti.

Ne sto facendo scuola in questi ultimi giorni, una realtà di “rete” (non web) dove mancano i giovani, e le donne son poco capaci di prendere voce, ed emerge in tutta la sua potenza la vecchia politica, la vecchia cultura, della presunzione, della verticalità, dell’ordine di beccata, la solita Italia stantia, dei vecchi asfittici e senza giovani, senza donne, senza prospettive.

Vorrei potermi prendere solo il meglio, oggi e in questo nuovo anno: più giovani, più rete, più donne, e qua e la la voce di qualche vero saggio e magari anche di qualche saggia.


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prove tecniche di trasmissione – da #donnexdonne a “le nuove professioni delle donne” …. e poi?

da #donnexdonne, passando per il mom camp …  fino “le nuove professioni delle donne” e poi?

UNO

E’ una domanda cui sono stata condotta e dallo sviluppo del gruppo, e da quel suo ostinato non cessare, dal suo continuare a produrre idee e progetti … ma arriva anche da alcune questioni dubbiose, impertinenti, ostinate che “insistono” a sottolineare come la questione femminile non rischia di non andare da alcuna parte se non diventa questione di genere,  abbattimento degli stereotipi, siano quelli si più pelesemente offensivi del corpo delle donne, come quelli altrettanto svilenti dell’intelligenza o dell’indentiità maschile, (cosa che avviene in modo più delicato o subdolo).

Il problema si fa tanto più evidente ragionando in termini educativi, e io lo faccio. Un pò anche solo perché mi “tocca” come operatore, e come madre o perché il mio compagno – maschio – me lo fa notare!

E quindi come si può continuare a dire che i modelli femminili sono sviliti e svuotati di senso, reificati e insipiditi senza – prima o poi – arrivare a riflettere sul fatto che avviene lo stesso per quelli maschili?

Mi sembra che certa comunicazione televisiva, pubblicitaria, politica, lo mostri esponenzialmente, dove l’appiattimento genera “mostri” esattamente come succede il vuoto della ragione. Uomini – diventano – bamboccioni (belli, sexi, scemi), politici – diventano – facilmente corruttibili, latinlover restano annegati nei profumi ma innamorati di un auto. Diventa poi difficile andare oltre, vedere altro, cercare ancora.

Non è inevitabile pensare a cosa succederà con i bambini (maschi), gli adolescenti, i ragazzi, cioè con i maschi che staranno di fianco alle nostre figlie femmine, che magari saranno state sensibilizzate o educate alla dignità di genere?

Come facciamo se il dialogo tra i generi non inizia oggi guardando un oggetto comune, seppure da visuali diverse che possono anche – in alcuni punti o in molto intenti -corrispondere?

DUE

Allora che ne è del senso di donnexdonne .. se l’oggetto sono i generi (per non dire delle buone prassi)?

Forse il bello, e bello lo è per me, del movimento web (siano essi i blog, i social etc) è osservare l’uscita delle donne dalla privatezza di alcune questioni, cercando una possibilità di incontri allargati, un contagio di idee, una capacità (in via di maturazione) nel riconoscere quei bisogni sempre più comuni, e che impongono la ricerca di risposte.

Trovo stimolante l’allenamento alla discussione, che risponde ad una pluralità di possibilità: impegno civile per alcune, politico per altre, più riflessivo per altre ancora. Insomma web come “buona” prassi per allenarsi ad una comunicazione che non è privata, ma pubblica, che non è figlia del parchetto sotto casa, che non è la lamentazione tormentosa di genere.

Ma questo solo è un passo, le varie primavere arabe hanno mostrato in modo davvero potente l’impatto comunicativo di uno strumento mediatico “debole”, (twitter/fecebook etc) anche se usato da soggetti apparentemente deboli, senza voce, o con una voce economicamente meno potente.

La domanda successiva che resta è: e poi, cosa fare poi, dove guardare, verso quali orizzonti?

TRE

Allora andremo a Bologna (con Stefania Boleso), come voce del gruppo #donnexdonne, e forse racconteremo della possibilità comunicativa dei socialnetwork che abbiamo sperimentato, delle donne, delle buone prassi che si cercano, ed è faticoso trovare.

Qualche riflesso di questi pensieri credo sia stato collocati anche nell’intervista che Mara Cinquepalmi ci ha fatto.


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Comunicazione senza genere

Un quadro in cui la sfida della cultura della complessità ha giocato un ruolo naturalmete centrale, prima di tutto proponendosi come area di convergenza, più che interdisciplinare, transdisciplinare, di cooperazione si ma “de-generativa” nel senso di superamento tra i generi, e di creazione tra generi nuovi, tra scienziati dei territori più differenti: ingegneri, matematici, filosofi, antropologi, linguisti, informatici, biologi, economisti, sociologi, ecc.

Da La COMUNICAZIONE GENERATIVA di Luca Toschi –  Apogeo ed. – pg. 15

il Wordle di questo articolo

Sto leggendo questo libro: bella lettura,  piuttosto impegnativa.

Arrivata a questo brano mi è venuta in mente una delle riflessioni che avevo condiviso (chissà dove) in questi giorni in cui abbiamo scritto tanto di e per #donnexdonne.

Il pensiero, se riesco a dargli una soddisfacemente forma chiara, è questo:

l’uso dei nuovi media, della comunicazione testuale, sta permettendo una nuova forma di conoscenza/consapevolezza del “femminile”.

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Per mamme 2.0: una tribù web e il corpo dilaniato

Partiamo dal link seguendolo potrete accedere ad un articolo e quindi alla intera ricerca sulle mamme 2.0. E comincio io condividendo parte del testo. Lascio a voi capire e  lasciarvi spazio per dire qualcosa in proposito …

a voi …..

 


 

Dice Etnografia Digitale

“Come si è visto attraverso le loro conversazioni attorno ai prodotti e ai Brand per l’infanzia la web tribe delle Mamme 2.0 da corpo ad un’intensa e peculiare attività di produzione culturale. Attraverso tale produzione culturale le Mamme 2.0 riescono ad ingaggiare, in maniera implicita, un’azione di resistenza simbolica nei confronti del contesto sociale che le circonda, e soprattutto verso gli stereotipi e le forme di dominio prodotte ed imposte dal suddetto contesto. Nello specifico possiamo affermare che la web tribe delle Mamme 2.0 pone in essere due strategie di resistenza culturale: una di chiusura e l’altra di apertura.

Da un lato la web tribe si chiude su se stessa, in maniera quasi settaria, dando vita, grazie a e tramite i forum online, ad una sorta di società segreta, dotata linguaggi e“codici iniziatici”propri, all’interno della quale le mamme/utenti si riappropriano del loro diritto di narrazione su se stesse e sulla maternità. Questa chiusura si attua sia nei confronti della “petulante società degli esperti” che della “sorda società dei mariti”; “società” che, parimenti, negano alla madre il diritto di parola: la prima sovrapponendo la propria parola a quella delle mamme, la seconda non facendosi carico di ascoltarla. In entrambi i casi, dunque, entrambe le “società” oppongono degli ostacoli alla piena espressione di sé della madre, ostacoli che le Mamme 2.0 riescono a valicare grazie alle loro arene simboliche di produzione e resistenza culturale.

Dall’altro lato, invece, la web tribe opera una strategia di apertura, per così dire, totale. Infatti decostruendo, “dilaniando” il corpo femminile nella sua totalità, la tribe priva il potere sociale del sostrato su cui esercitare il proprio potere manipolatorio. Le Mamme 2.0 cioè elidono, occultano il corpo femminile, ovvero la materia grezza su cui una società di esperti (che si declina principalmente al maschile) cerca di inscrivere dispoticamente le proprie narrazioni sulla maternità. Tramite questo processo di elisione ed occultamento la web tribe delle Mamme 2.0 riesce, de facto, a riappropriarsi del suo di dritto di narrazione su se stessa e sulla maternità. Infatti, in ultima analisi, possiamo constatare come, attraverso il suddetto processo di decostruzione del corpo femminile, ci ritroviamo in presenza di due tipi di corpo materno: un corpo“dato in pasto”alla società ed un corpo“dato in pasto”al gruppo tribale. Il“corpo sociale”è un corpo in decomposizione, morto, privo di quella vita che costituisce l’oggetto privilegiato dell’esercizio del potere. Il“corpo tribale”, invece, è un corpo riportato a vita nuova, ovvero ad una vita declinata secondo modalità di costruzione culturale sancite egualitariamente dalle sue legittime proprietarie: le mamme.

http://www.etnografiadigitale.it

CONCLUSIONI RIASSUNTIVE

In conclusione riassumiamo per punti tutte le considerazioni fatte fin’ora sulla web tribe delle Mamme 2.0, di cui compendiamo di seguito tutti i tratti identitari e i codici culturali distintivi:

Le Mamme 2.0 sono giovani mamme (tra i 14 e 33 anni) che hanno dimestichezza con le nuove tecnologie della comunicazione e che sanno integrarle efficacemente nella loro vita quotidiana.

Le Mamme 2.0 amano rappresentarsi come esperte e “scienziate” della maternità. Questo consente loro di ri-appropriarsi di quel diritto di parola in campo di maternità che la società tende a negare loro.

Grazie ai prodotti e ai Brand per l’infanzia le Mamme 2.0 danno voce a quello che abbiamo chiamato the dark side of motherhood: l’esperienza del dolore fisico e della solitudine morale che spesso caratterizza la pre-neo-maternità.

Grazie ai prodotti e ai Brand per l’infanzia le Mamme 2.0 danno voce a quello che abbiamo chiamato the bright side of motherhood: la gioia di consacrarsi alla maternità e al benessere dei propri figli che prende corpo in un desiderio di acquisto compulsivo di prodotti per l’infanzia.

Nelle loro narrazioni di sé le Mamme 2.0 costruiscono delle figure maritali particolarmente negative: i mariti sottomessi, i mariti disattenti e i mariti riottosi. Ponendosi come nemici esterni, queste figure svolgono la cruciale funzione antropologica di rafforzare i confini interni della web tribe delle Mamme 2.0.

Grazie alle arene simboliche di discussione che si creano attorno ai Brand e ai prodotti per l’infanzia le Mamme 2.0 riescono a smantellare gli stereotipi culturali tradizionali della mamma passiva e remissiva.

Le arene simboliche di discussione che le Mamme 2.0 costruiscono attorno ai prodotti e ai Brand per l’infanzia favoriscono il trascendimento delle contraddizioni contenute nello stereotipo post-moderno della “madre indipendente”. Infatti offrendo uno spazio libero ed immediatamente accessibile di riflessione su di sé, di confronto e di sostegno reciproco, le suddette arene permettono alle Mamme 2.0 di essere autocoscienti ed autonome senza per questo essere sole.

I processi di produzione culturale articolarti dalle Mamme 2.0 assumono delle forme di resistenza estrema che si esprimono in un’operazione di decostruzione del corpo femminile: rappresentando il loro corpo di madri come un corpo sfigurato che va in pezzi le Mamme 2.0, da un lato, “denunciano” la condizione di dolore e solitudine a cui la maternità le costringe e a cui l’ambiente sociale che le circonda sembra disinteressarsi; dall’altro sottraggono al potere degli esperti (che spesso parla al maschile) quel supporto di base (il corpo appunto) su cui esso tende ad inscrivere dispoticamente e fraudolentemente le proprie“verità”sulla maternità.”


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“Credulonia” .. Ruby e le altre …

Mi è stato insegnato che la confutazione all’altro va fatta appellandosi alla parte più alta della sua intelligenza, evitando il contenzioso sulle sue argomentazioni più becere e basse, quindi non svilendo la altrui intelligenza.

Bene.

Allora prendiamo di petto la questione Ruby e le miniprostitute, proviamo a postulare l’assoluta e totale buona fede (Fede .. non è un gioco di parole attorno ad Emilio ..) di Silvio & co., nessuno sapeva nulle e nessuno ha mai fatto nulla di “male”.

Ammettiamo solo che a casa di un signore molto molto ricco, molto molto potente, molto molto anziano andassero a cena un sacco di ragazze molto molto giovani. Così “molto molto” giovani da sospettare che fossero troppo giovani.

Allora mi dico che se a casa di mio nonno (che appunto era vedovo) fossero andate diciamo 5/6 diciottenni qualche cosa me lo sarei chiesta come nipote, e qualcosa certamente (e anche più legittimamen) se lo sarebbero chiesta mia madre e i miei zii ….

Ma aggiungo che tutti si sarebbero chiesti che cosa ci facevano ragazze così giovani, e magari avrebbero chiesto alle ragazze quanti anni avevano, e da adulti responsabili le avebbero rimandate a casa.

Facciamo pure finta di credere che le signore sessantenni rifatte sembrino giovani donne, fingiamo anche che le adolescenti implumi delle sfilate siano trentenni glamour, ma sappiamo che stiamo fingendo:

sessantanni sono sessanta

e diciassette anni sono diciassette.

Non si scappa e il corpo non mente.

Eppure nessun adulto attorno ad un “Presidente del Consiglio” (non fosse perchè era un adulto, perchè era un vecchio, perchè rappresentava un paese, perchè aveva responsabilità) gli ha mai detto:

“Hey Silvio, ma queste sono troppo giovani, cosa ci fanno qui, mandiamole a casa, sono ragazzine ……..”,

no, nessun adulto ha fatto l’adulto.

 

Sembra che il prode Sallusti abbia anzi scritto approssimativamente che questa ragazze sembravano più adulte della loro età, quindi che problema ci poteva essere?

Tanto “sembravano”, quindi si poteva anche fare finta … di niente.

Perchè??

 

Ecco io penso che stiamo consegnando ai nostri figli un mondo in cui gli adulti non vedono i bambini, i piccoli, i giovani ….. questo è quello che stanno imparando oggi, anche da questo piccolo fatto.

Sono abbastanza certa che i “comunisti” saranno in accordo ma quelli del “pdl”, e faccio appello alla loro intelligenza, come fanno a non pensare che questa singola cosa, policalmente, culturalmente non funzioni??

E vada bene così???


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Blog – Mob

C’è già? Lo hanno inventato già? Forse si, e non importa!

Questo blog è in blog mob, ma per giocare in conto piede non è una mobilitazione contro (che pur resta un implicito) ma pro…

Pro? La cultura che cade a pezzi in Italia, e che non viene curata (Pompei), sostenuta e ricostruita (l’Aquila), o chiusa (come molti teatri). Ha dovuto ricordarcelo, alla prima della scala anche il Maestro Baremboim, che la cultura in Italia vale poco.

Oramai nessuno ricorda che la “bella Italia” lo era in virtù di un patrimonio artistico e culturale, ricco e bello, qualcosa che attirava turisti e studiosi.

Oramai è carne da macello o da svendita o saldo, come la scuola e l’università.

Lasciamo perdere  che l’università è una delle fucine della ricerca e del futuro, vero?

E quindi per non inventare nulla uso biecamente ciò che stanno facendo gli studenti nelle piazze (leggono libri), come ci ha insegnato Fahrenheit 451 (cito Wikipedia)  il cui il protagonista “Scappa poi lungo il fiume, sulle cui rive incontra un gruppo di uomini fuggiti dalla società che, insieme ad altri loro compari sparsi per tutta la nazione, costituiscono la memoria letteraria dell’umanità, in quanto conoscono a memoria numerosi testi.” (cfr nota fondo pagina tratta sempre da Wikipedia).

E allora il mio Blog -Mob consiste nel ri-lanciare in rete frammenti di cultura e di ricordi, parole e suoni, musica e voci…. giorno per giorno, per non dimenticare il valore perzioso della conoscenza e dei saperi. Che non possono essere omologati, ma devono essere ricchi, condivisibili, metticiabili, e non  svenduti o chiusi. E’ un Mob a favore del Bello. E’ un atto di affetto per ciò che è cultura nelle sue forme, alte e basse, classiche o innovative.

 

 

 

 

 

da wikipedia

Il romanzo di Bradbury affronta il tema delicato della gestione delle informazioni e del controllo della società e – sotto questo particolare aspetto – tratta lo stesso tema dell’altrettanto famoso romanzo di Aldous HuxleyIl mondo nuovo, pubblicato nel 1932. In entrambi i romanzi l’attenzione delle persone verso l’operato del governo è annichilita dall’imposizione di un consumo di massa, dove il fine ultimo è apparenza, protagonismo e appagamento materialista. Nonostante il proposito delle dittature, la felicità risulta essere apparente, esistono quindi momenti di tristezza che però possono essere eliminati facilmente grazie all’uso di pillole.

Fahrenheit 451 ha anche numerose analogie con il romanzo 1984 di George Orwell: in entrambi i libri si incoraggia la delazione (persino fra componenti dello stesso nucleo familiare) e si fa un uso massiccio della censura, dove però quest’ultima è organizzata in modo differente. Mentre in 1984 tutte le notizie vengono costantemente falsate ad opera di un ministero delegato, nel romanzo di Bradbury è bandita qualsiasi informazione scritta. I libri sono quindi dichiarati materiale illegale, e come tale, tenuti nascosti nei posti più disparati dai lettori fuorilegge per far fronte alle continue incursioni dei pompieri incendiari.

A differenza di quanto accade in 1984Fahrenheit 451 e il Mondo Nuovo possono essere considerati libri critici verso le degenerazioni informative dei regimi democratici, basati sul sempre più invadente consumo di massa.

In ogni caso il libro di Bradbury ha un finale aperto a una nuova vita e alla speranza, mentre Orwell non lascia alcuna via di fuga.