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Perche’ si dimentica un figlio ..

Ho evitato per giorni la notizia di un padre che dimentica un figlio in auto, per via di quella angoscia che strizza lo stomaco. Certa della mia incapacita’ di affrontare le banalita’ mediatiche, troppo capaci di impoverire le vicende umane. Banalizzandole nel peggiore dei modi.
Mi sarei immedesimata nel padre, nella madre, nel bimbo …

Ma questa cosa succede, e’ successo e di nuovo anche oggi.

Ogni tanto accade una dimenticanza che apre una voragine nel cuore e alle domande cui ognuno potrebbe farsi.

Per ora i soliti esperti non ci hanno ancora offerto la loro bella spiegazione, rassicurante e pacificatrice.

Magari perche’ questa e’ una nuova forma di sofferenza che sembra colpire un poco di piu’ i padri (??), una forma di strozzatura e soffocamento sociale nelle mille cose da fare, nella quotianita’ priva di spazi, nell’assenza di una logistica familiare e pubblica …
Tutto subito ma anche troppo e tutto insieme.

Si puo’ dimenticare un figlio?
Mi conosco e credo non mi accadrebbe mai. Per questo non so cosa dire, se non restare annichilita.
Come per le madri, che abbandonate e invisibili nella sofferenza post partum, compiono gesti terribili verso il loro figli.
Seguite sia da un giudizio implacabile, quanto dalle Cassandre della psicologia che avvisano che una neo madre va accudita.
E un neo padre? E una neo famiglia? E se quello che e’ successo fosse una implicita domanda di sostegno?

Una tragedia (la ritengo una tragedia totale) simile mi induce all’ammissione che alle volte questo essere ammutoliti ha un senso: quello dell’interrogarsi sulla cecita’ che ci tocca tutti, prima o poi, nella vita rispetto alle vite altrui.
Che non dobbiamo o possiamo semplificare troppo, pena l’incapacita’ di cercare nuove domande e nuove risposte.


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Gente da bunga bunga

Leggevo delle ultime dichiarazioni ai giovani pdl del nostro premier, non gay, no adozioni ai single, si alle famiglie.
A latere metto il fatto che la stessa cosa detta da un Casini mi sarebbe suonata piu’ consona, va’. Insomma la moralina da un uomo vecchio che si comporta come se fosse sempre assatanato … Mah! Sempra impropria…

Mentre mi smazzavo questi pensierini e mi asciugavo i capelli, tentando di dare un senso compiuto all’acconciatura …e sono stata folgorata da un ricordo personale…

Lo stile bunga bunga forse e’ proprieta’ intrinseca al potere, e di quegli uomini ageee che lo hanno esercitato nel tempo?
Questo mi spigherebbe cosa e’ successo non piu’ tardi di 7/8 anni fa, nell’incontro con un uomo simile.
Io non ero una “ruby” inconsapevole e ero nell’esercizio delle mie funzioni, insomma stavo nel mio ruolo professionale (che prevedeva la tutela di un minore), lui aveva un ruolo similare.
Uomo piu’ anziano (una trentina di anni in piu’) e con una evidente maggiore abitudine all’esercizio del potere.
Dopo un primo scazzo professionale ha data per scontata la sua possibilita’ di indastidirmi privatamente.
Ho liquidato brevemente e decisamente l’importuno, pure temendo per un certo periodo ritorsioni lavorative, che potessero a ricaduta danneggiare il minore che tutelavo.

Fine aneddoto.

Eppure oggi torna vivido, con una serie di dubbi:
ma e’ cosi’ scontato confondere personale e professionale?

ma e’ cosi’ scontato che trentanni di differenza anagrafica conditi di potere rendano – automaticamente – appetibile ogni uomo?

ma e’ cosi’ scontato che una donna non si aspetti altro da chi ha potere, e che pure esercitando lei stessa un potere sia ciononostante sempre e comunque oggettivabile (donna sei e resti, quindi passiva e desiderosa di cotanto potere indiretto, come dono)?

ma e’ cosi’ scontato che le donne abbiano ancora bisogno di vivere e rilucere di luce riflessa (potere e maschile)?

Ma e’ una deriva generazionale maschile dei 70enni (non credo ho avuto ottimi nonni, e ne conosco altri)?

E le donne sono ancora cosi’ ineducate alla propria autonomia e al governo di parti di potere da non saper fare altro, che fare la fine delle fanciulle del bunga bunga?


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Scoppiare!! Genitori che sclerano a fine d’anno!!!

E’ stata una giornata dura, piena di inconvenienti, in cui faccende faticose si assommano ad altre faccende fastidiose. Una giornata in cui anche la genitorialita’ e’ un peso, e si trascina tra imposizioni inascoltate e voglia di sparire per un po’. Una giornata in cui capisci che anche la paternità e’ nello stesso brodo primordiale di fatiche e insicurezze.
Mentre stendo l’odiato bucato, freddo e molliccio, penso al perché fare i genitori sia così pesante. Perché viviamo con il timore che le nostre fatiche umane finiscano per traumatizzare questi figli. Che sembrano piu’ fatti per rompersi in mille pezzi, piuttosto che per durare.
Viviamo da genitori onnipotenti e tendenti alla perfezione con figli vissuti come fragilissimi.
E continua a ronzarmi in mente che questo non va e non funziona.
Per educare i figli ci vuole un villaggio, e questa massima mi piace, e non genitori che aspirano a non sbagliare, a dare il mille per mille, che aspirano alla sicurezza per i figli, che pensano che scgliere una scuola più famosa sia garanzia di un futuro scevro di ingombri.. Ci stiamo dimanticando della nostra umanità, degli errori che insegnano.. Della paura che fa parte della dose necessaria all’incremento della adrenalina che ci porta a vivere.
Tutti a comperare i dannati paraspigoli di gomma, le sicure per i cassetti, i corpipresa.
Tutti a incazzarci per la scuola, o a correre per il corso di calcio che si sovrappone a quello di pattinaggio artistico.
Paura, paura che i figli non riescano, non sbocchino, non vivano nella mainstream della vita.
Mentre ci rodiamo dentro quando c’è una giornata del cavolo, come questa.
Ma da quando la genitorialita’ ha cominciato a sconfinare con la follia del genitore perfetto??

Ho una teoria:
non e’ solo per via della famiglia che nuclearizzandosi si e’ ristretta perdendo il vilaggio che educa e sostiene, o a casusa di una società che ha reso impossibile la solidarietà orizzontale, trasformandola e professionalizzandola. Una soluzione che ha aumentato il problema!
C’e un altro elemento di criticità abbiamo perso la filosofia e la pedagogia, a favore della psicologia e della medicina.
Abbiamo avuto a disposizione come genitori tantissima psicologia divulgata, da aprire un abisso dove siamo precipitati. Ogni teoria psicologica che ci diceva come va educato un bimbo psicolgicamente sano, ci introduceva il dubbio necessario su come crescerlo, appunto sano, con una mente sana, una psiche curata con attenzione così come un corpo che diveniva oggetto di attenzioni perché fosse sempre sano.
E non e’ brutta roba, ne la psicologia lo e’, ne la medicina, o la prevenzione.
Trovo sia brutta e antieducativa la deriva che ci ha indotto a pensare che potevamo aver gli strumenti per dare noi un futuro ai nostri figli, sforzandoci di presidiare la cura, la sanità psichica, la protezione… Dimenticando così tutto ciò che e’ il resto, ossia la vita.
Attraversare la vita …. Son “cazzi” amarissimi, c’e la morte, la paura, il tradimento, il rischio, la sorpresa e ilmresto collocate ad arte e con imprevedibilità. Ci tocca stare qui con i figli, con noi stessi, con i nostri traumi (ora sappiamo che nome dargli) infantili, attanti a non riprodurli, attenti a non urlare, educare con amore pazienza, con i no giusti al momento giusto …
Ma esser umani, no,non e’ previsto.

Cocludo: oggi in libreria non finivo di contare i libretti che dicono come si fa a far fare qualsiasi cosa con i bimbi, mangiare, dormire, la cacca, giocare, sgridare …
Tanti, troppi per una sola vita.
Vorrei che il mio manuale di viaggio coma madre e genitore fosse più leggero, fatto anche di errori, non programmazione, un pizzico di fatalismo, e una grande fiducia nell’intelligenza delle mie figlie, a diventate donne nonostante me.
Madre scassapalle.

Buon anno a tutte e tutti!

(sto ancora incazzzzzzata! Grrrrrr!!)


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Vendere, vendersi, svendersi … mammmeeeemmarketing!

Ok. Giriamo pagina e scriviamo un nuovo post.

Bizzarro comunque, parlare di mamme e blog, e di qualcosa di nuovo e venire ri-buttati nel tema precedente, più o meno.

Evidentemente dal binomio mamme blogger – pubblicità non si scappa. Siamo troppo un target.

O meglio ci dicono troppo che siamo un target, e così si ritorna alla questione delle etichette che sembrano inevitabili per le mamme.

Eppure …. i blog tecnici, quelli che si consultano per mettere su il blog, che ti mettono i tutorial o tutte quelle cosine simpatiche da “blogger” son pieni zeppi di pubblicità, e mi chiedo saranno così in fermento sull’eticità dei loro ads, dei 132524764 bannerini?

Eppure … (è una provocazione …!) tutti “vendiamo”, se parliamo di politica, di una scelta di vita, se siamo vegetariani, se parliamo di un film, un libro, di un hobby … diamo agli altri in modo involontario e inconsapevole delle interpretazione degli oggetti o prodotti connessi. Se parliamo di lavoro, del nostro lavoro, ecco ogni volta che ne parliamo sul blog “lo vendiamo” … anche quando non è un lavoro che produce “prodotti” ma altro, contenuti, cultura, servizi, aiuto alle persone, parlarne è farne pubblicità.

Così succede se questa è la chiave di lettura che teniamo: la blogosfera, tutta intera, vista come un enorme contenitore di pubblicità diretta o indiretta.

Ma allora anche la allegra famigliola bio che produce le fasce porta bebè e le vende sul suo blog, tutto etico, bio, equo .. comunque è prigioniero di un mondo esecrabile, un pò scorretto, in fondo, fatto di vendita.

La maternità e la vendita non possono e non devono essere meticciate, quindi?

Perchè la mamma è sempre la mamma, è un valore infinito e superiore che non si mai deve sporcare con nulla?

Eppure la vendita è, come ho già scritto da qualche parte (l’ho fatto mi pare??) è una attività di scambio umana, piuttosto antica, credo persino inevitabile e tutti gli umani ci si trovano cacciati dentro. Anche i più etici, quelli più capaci di non scendere a compromessi, anche se si cuciono da soli le scarpe, anche se usano il feltro che hanno prodotto da soli in casa ..prima o poi …

gli aghi dovrenno comperarli, colpa di una tecnologia superiore. Ma dovranno comperare.

Detto ciò torno alla domanda: ma putacaso …… ci si fanno tante menate perchè:

le mamme sono un target appetitoso (e un pò scemo) per alcuni,

oppure sono, per altri,  delle entità archetipiche, miti, esseri superiori e angelicati, che non possono parlare di pubblicità,

o perchè  ci sono, certo, aziende& pubblicitari che tirano a fregare il target e vendere anche il ghiaccio agli esquimesi…?

Non ho una risposta precisa,

ma mi piace l’idea che ci siano associazioni di consumatori, che tentano di tutelarci

che ci siano aziende che provano (immagino con fatica e goffaggine) a comunicare un pò con i consumatori.

che ci siano mamme che tentano di lavoarare con il proprio blog, e farsi bannerizzare,

pure sapendo che la strada per non farci ottundere la mente dalla pubblicità e per non  comperare l’inutile è lunga,

che la consapevolezza è faticosa,

che la vendita e lo scambio delle merci è inevitabile e necessario, e quindi è meglio che sia equo e paritetico, e che le madri siano persone e non un target angelicato e un pò scemotto.

La strada è lunga e questo post ne è la riprova, quante riflessioni avrò tagliato fuori? Ma valeva la pena incominciare anche così …

Poi posto altro materiale: per ora

qui

http://genitoricrescono.com/i-piccolini-barilla-e-le-blogger/

 

e qui

http://www.veremamme.it/mamamablog/2010/3/26/tapping-listening.html


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Asilo: inizio

Le cose dell’asilo son pronte. Solita procedura già nota. Anche lei, la protagonista,e’ stata doverosamente preparata. Mi viene facile pensare che sara’ facile per lei, avventurosa come e’ iniziare…
Ma non ne sono proprio sicura, comunque un pomeriggio intero di emicrania incontenibile mi fa pensare che un po’ di ansia io ce l’abbia …


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Il senso delle parole: condividere

Ho una amica che puntualmente mi tira le orecchie quando condivido in un modo banale … qualcosa in rete.

Condividere ” in rete” non e’ la stessa cosa del condividere nel mondo non digitale, pare.
Alcune regole sono diverse.

Ma andiamo con ordine.
Ci sono due accezioni del termine:
il primo fa riferimento al concetto di dividere con gli altri, il secondo a quello di approvare. (http://it.thefreedictionary.com/_/dict.aspx?word=condividere)
I sinonimi invece sembrano virare decisamente sulla seconda interpretazione del termine, cioe’ la approvazione di una idea, etc etc

In rete proprio questa seconda, se si condivide fisicamente un file su facebook … Implica aderirne alle idee, concetti.

E’ interessante, perché se ho ben capito, questo elide la possibilità di condividere senza sposare in toto il contenuto, senza disapprovare lo stesso in parte o integralmente.

Ovviamente la cosa mi rende perplessa. Mi rende perplessa questa netiquette (?) forse rigida.
Mi sono chiesta se non sia una regola che vada innovata, amche solo nominandola e insegnandola.
In rete la condivisione di un file implica aderirvi, a meno di non argomentare i perché e i dubbi.
Ma chi si prende la briga di spiegare come funzionava la rete quando non era ancora 2.0, e cosa e’ cambiato con la globalizzazione?
Cosa vuole dire condividere?

Mica tutti hanno amici che ti spingono alla consapevolezza….

La questione, peraltro non e’ così banale …


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La minina e il coetaneo: riflessioni genitoriali su uomini e donne mignon

Storia di vacanza: scritto il 13 agosto 2010
La minina ha un amichetto di campeggio, L. 5 anni. Al mattino si trovano e giocano davanti ai bungalow, lei più silente dati i due anni che ancora non le consentono la parlantina disinvolta che mostra in casa,
lui intraprendente e gentile, più disinvolto nei suoi tre anni in più.

L. le propone la gamma dei giochi da maschi che conosce: pistole ad acqua e mitraglietta.
Lei offre i giochi da mare che stazionano davanti al bungalow, formine, secchielli, palette, sassi, aghi di pino …

Io e il papa’ della minina, li abbiamo osservati, anche considerando le differenti proposte di gioco, ci e ‘ sembrato che ci siano alcune peculiarità che sono consentite alle femmine, e non ai maschi.

La fortuna culturale delle femmine (di questi tempi, ammettiamolo) consente loro di esplorare luoghi, giochi, saperi anche maschili senza incontrare una riprovazione sociale e culturale così massiccia, come succederebbe (succede) se fosse un maschietto a volere una bambola.

Nonostante tutto abbiamo comperato, alla minima, alcuni giochi da ” maschio” e altri da femmina, altri ancora unisex.
Non ci siamo formalizzati davanti alla proposta delle pistolette ad acqua (anche se non siamo amanti del corredo piccolo Rambo), ne crediamo ci formalizzeremmo davanti a rischieste di attività sportive più maschili.

Per parte mia, ho ricevuto da mio padre alcune dritte di manutenzione domestica basilari in genere destinate ai maschi (minime manutenzioni elettriche, idrauliche, uso del trapano, verniciatura), ciò non ha mai messo in gioco la mia femminilità ma incentivato alcune capacita’ “per cavarmela” nella vita. Peraltro queste attività spesso per me rappresentano (ancora) sfide e gioco, al tempo stesso.

Ci sembra davvero che il percorso di conoscenza di un maschio passi da una identificazione con il maschile più stereotipata e rigorosa, che concede poco di conoscere i due sessi, i giochi da “femmine”, le espressioni complesse delle emozioni, e ogni variabile dal maschile puro sembra destinata ad una certa severa riprovazione, cosa che alle bimbe non capita …
Lo spauracchio di un maschio non maschile e’ sempre pronto ad esser sventolato.

L’uomo accede più facilemente a questo sapere se (da) adulto e in base ad un percorso più personale, fatto di sensibilità e fatica, dopo che l’identità maschile si e’ stabilizzata, almeno e’ la sensazione che abbiamo condivisa.