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Ai servizi sociali ….

Fate voi, io lavoro nel campo dal lontano 1989, “nei servizi sociali” veleggiando tra disabilità, handicap, disagio mentale, e socioeconomicoculturale, istituzioni, cooperative, servizi, scuole, minori, disagio, e fatiche, psicologi, giudici, fisiatri e fisioterapisti, famiglie, drammi, abusi, incuria, amore, cura, problemi economici, assistenti sociali, consorzi e comuni,  cura, igiene personale, progetti educativi, professioni e professionalità forti e deboli, tra interessi umani e subdole contrattazioni.  Si potrebbe dire  fra miseria e nobiltà.

Un lavoro che spesso mi restituisce il significato di restare umani, nella sua complessità, per via di quella costante sorpresa di trovare il meglio dove tutti credono vi sia il peggio e di trovare il peggio dove, a rigor di logica, dovrebbe starci “il” meglio.

Un lavoro, come molti, ma vissuto sempre in equilibrio, tra gli abissi che noi umani costruiamo per noi stessi, e i ponti meravigliosamente precari che costruiamo per attraversarli senza caderci dentro, ricordando che l’abisso può essere attraversato, a patto di non “flirtarci troppo”.

Berlusconi ai servizi sociali è,  a mio avviso, un offesa per me e il mio lavoro, per i miei colleghi e la nostra fatica, per chi, come famiglie e utenti dei servizi, tentano l’attraversamento dell’abisso e della faticosa vita che gli si è appiccicata addosso.

Una offesa profonda alla serietà che i servizi sociali mettono in campo per reggere e rilanciare le vita faticose. Nessun servizio si merita quella presa – (presenza) in giro…

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Se non ora quando … rimbalzando qui e là

Se non ora, quando … è il carpe diem che risuona nei social, rimbalzando dalla quotidianità, dai media, dal lavoro, dalle pratiche familiari e dai pensieri che si stanno muovendo ….

Insomma il nostro tempo di attesa è scaduto, sembra che sia ora di fare le cose, e non solo – da un osservatorio tutto femminile – iniziare a raccontare, mostrare, spiegare, professare ciò che già facciamo …..

Una delle critiche più tristi – umanamente triste – che ho ascoltato, e fatta da parte da molte  parlamentari Pdl, è quella che per loro la lotta per la dignità femminile è  ciò fanno ogni giorno.

La prima osservazione, ovvia, che pongo è: e allora? Non è ciò che facciamo un pò tutte? E allora perchè lo raccontano come si trattasse di un mero ed insindacabile fatto personale, unico, irripetibile e strordinario?

Eppure ricordo momenti in cui le donne in parlamento hanno saputo essere trasversali in un paio di occasioni. Ma sembra appartenere ad un altra storia.

Mi dispiace perchè la dignità, come i grandi temi non è mai individuale, o meglio si può concretizzare nella propria quotidianità; fa parte delle scelte personali e insindacabili, fa parte della capacità di assumersi le proprie responsabilità ma resta – anche – un fatto collettivo, civile, sociale e politico.

Inoltre una donna politica, come una professionista, rende pubblico e “professa” inevitabilmente le proprie scelte anche in termini di visibilità.

Può “dire” che i suoi comportamenti pubblici e privati sono scissi.

Può dirlo.

 

Ma come donne (eppure so che vale anche per gli uomini, ma posso parlare e guardare dal mio specifico sguardo femminile, mi riesce più facilmente) sappiamo che le scissioni non sono così facili. Siamo dannatamente complessi e stratificati, sappiamo che il nostro sguardo risente dei nostri percorsi di vita, delle scelte, e di molti altri aspetti; possiamo cercare la coerenza, possiamo imparare a distinguere meglio tra pubblico e privati (anzi dobbiamo farlo). Ma la nostra vita resta anche un fatto pubblico.

Questa è una ambivalenza, credo, irrisolvibile. Si può cercare una vita segreta e lontana dalla quotidianità, magari in un eremo. Ma a quel punto si sceglie altrimenti, no?

Allora la dignità ci appartiene e riguarda come fatto pubblico, fatto di cui trattare, senza sfuggire al necessario ingaggio: se non ora, quando?

Di mio faccio questo: sto cercando – ogni giorno – e con immensa fatica di staccare il pensiero dal “berlusconismo” e pensare alla questione femminile e alla questione italiana staccandola dai reati, dai moralismi, dalla lotta aspererrima, sul lancio di alcune lordure . Ciò che accade è la punta di un iceberg di una società che è in crisi, che segmenta il paese in buoni e cattivi, maschi e femmine, furbi e tonti, santi e reprobi.

Incapace di integrare e guardare la propria complessità….

Ma sottotraccia le donne stanno facendo tantissimo, e da un bel pò di tempo, è ora di professarlo, esporlo, dichiarare le proprie buone prassi.

E qui le donne dei social network (nella dichiarazione esplicita di alcune questioni o nell’uso di una strumento che elabora, facendolo, pubblico e privato) sono spesso piuttosto avanti, ammettiamolo…

Non per dire che femminile è meglio, ma per dire che il 50% di un paese fa e sa fare bene. Partiamo da qui: 50% che (può) fare impresa, che espone professionalità alte e alte dignità (dignus – meritevole > merito), che lotta per figli&lavoro&famiglia&propria professione e che ha un reddito iniquo rispetto alle abilità professate.

Insomma è cosa degna di essere narrata, e pretesa e rivendicata laddove esempio le donne hanno meno accessi a certe zone del mondo del lavoro …

La dignità è ancora un fatto – solo – personale?

Si, ma anche no.

Non se ne potrebbe parlare?


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Sinistra sinistra (sostantivo + aggettivo)

Ascoltavo alla radio la serie dei misfatti, a volte sono tali, degli amministratori leghisti; i quali spesso se ne impippano di quella parolina magica che si chiamano ” diritti”. Spesso il razzismo sotto velate spoglie fa orrore.

Ma ecco che mi chiedo … ma il burqua non era un segno di annullamento dell’identità femminile, insieme all’infubulazione e ammennicoli vari?

Non era una cosuccia che la sinistra, in altri tempi, esecrava?

Orbene quale confine c’è tra il diritto alla propria religione e l’annichilimento di una persona (donna nella fattispecie)?

Infatti… non si parla di un velo islamico ma di questo:

Allora lasciamo pure agli amministratori leghisti i loro deliri e paranoie razziste, andiamo a protestare laddove i veri diritti vengono infranti.

E non perdiamo di vista che il burqua va al di là dei dettami coranici e della dignità di una donna.

Altrimenti per dare contro ai leghisti .. buttiam via il bambino con l’acqua …. (opsssss i diritti delle donne).


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sempre più radi esempi di civiltà: pagare la mensa per i figli altrui.

Credo ci sia poco da dire.

Basta leggere quello che ha scritto la persona che ha pagato la retta, pensando al nostro futuro.

Penso a lui con stima.

Condividete se pensate che possa aiutarci per ritornare ad essere un paese civile …


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lavori altrui – in corso

il mio compagno lavora nel commercio.

e cioè anche io, quando non casalingheggio, mammeggio, stirello, consulenzo, psicomotricisticizzo, bloggereggio…

come credo di aver scritto una miriade di post fa, siamo a quota 537, è un mondo quello della clientela di un negozio che rappresenta un osservatorio bizzarro di umanità e bisogni.

ma anche chi lavora rappresenta una ben strana altra forma di umanità, spesso asservita ai bisogni e bizzarrie del cliente, per ora ho capito che:

1. non si beve, o ci si nasconde per farlo. non sta bene, non è bello non si fa.

2. mangiare???? farlo in pubblico è anche peggio: ho visto i ragazzi del bar, a fianco, ingozzarsi con un boccone per correre a farci un caffè (e si che ci conoscono da un paio di anni). insomma il cliente non deve veder o sapere che anche quell’essere lì si nutre.

3. il bagno. non si può chiudere un negozio per assolvere ai bisogni fisiologici …

4. orari di chiusura. è una astrazione. il negoziante non ha una vita propria. mai.

ora ammetto che la linea di confine è sottile, tra diritti e professionalità, tra un lavoro “di servizio” e la necessità di vivere in modo sano il luogo di lavoro, anche quando se si è proprietario/referente unico.

sconfinare troppo nell’uno o nell’altro versante è complicato e inadatto, anche perchè la famigerata clientela è sempre più abituata alla prestazione da grande distribuzione: tanto, tutto, subito, sempre e comunque. quindi sembrano non esserci vie di scampo per il negoziante che già non mangia e non beve …. domanda: è una prospettiva sana???

intanto per la cronaca la gdo sta uccidendo il centro della semicittà dove lavora quel pover’uomo (nonchè mio compagno di vita), i negozi chiudono come se piovesse, e non è solo la crisi in atto ma la stozzatura dei piccoli ad opera del grande.

chi tiene dietro al ritmo di apertura dei grandi centri commerciali? mentre gli amministratori comunali continuano ad autorizzare aperture di altri centri commerciali.

l’altra domandina sul senso delle vita (è una domandina carogna) è ma una volta che i centri storici saranno senza negozi cosa ne sarà delle città … ????


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divorzi miliardari

Cosa insegnerà il divorzio miliardario della Signora Veronica Lario?

3,500,000 o 300,000 la cifra in se è praticamente irrilevante. Sono comunque tanti soldi.

Uno mira a portarsi via il massimo, l’altro a mollare il minimo.

Meno irrilevante è il senso del divorzio, quando la dignità di una donna viene “ricompensata” in soldi, da parte del marito diciamo un pò “farfallone”?

La opzione di scelta è vendicarsi portandosi via il più possibile, oppure dichiarare che da una persona squallida non vale la pena di portarsi via se non il minimo sindacabile.

Ognuno poi si farà i suoi conti con questo.


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fonte la repubblica


Le insignite di alte onoreficenze repubblicane hanno scritto
per chiedere alle alte cariche dello Stato “rispetto”

Appello per la dignità delle donne
già migliaia le adesioni su Facebook

di GIOVANNA CASADIO

 

ROMA – In poco tempo, da quando è stato aperto il gruppo su Facebook e la casella di posta elettronica (appelloperledonne@gmail.com) sono arrivate già un migliaio di adesioni all’appello “Una Repubblica che rispetti le donne”. Sono state le donne insignite di alte onorificenze a lanciarlo: la poetessa Maria Luisa Spaziani, Cavaliere di Gran Croce, Maria Bianca Bosco Tedeschini Lalli, prima donna rettore e Grande Ufficiale della Repubblica come Silvia Costa, una vita politica nelle istituzioni e ora candidata del Pd a Strasburgo, la giornalista Elena Doni; insieme con i commendatori della Repubblica, Linda Laura Sabbadini, Rosa Valentino fondatrice dell’associazione donne giuriste, Paola Spada, Gigliola Zecchi, Susanna Diku, la ginecologa che nel 2000 fu la prima immigrata a riceve un’alta onorificenza repubblicana dall’allora presidente Ciampi, e molte, molte altre. Dicono basta alla mancanza di rispetto; alle donne “che assurgono agli onori dei media se sono compiacenti verso i potenti e asservite a un modello mercificato e lesivo dell’identità femminile