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Un festival guadabile

Sarà per Fazio e Littizzetto, per Asaf Avidan e Anthony & the Johnson, per Elio e Gazzè, per una possibilità di ascoltare la parte nobile del “nazionale popolare”,( che c’è pure quella, a quanto pare) insieme ad alcuni artisti interessanti e ospiti non scontatissimi, comunque capaci di qualità alta.

Sarà che la politica è disattenta, o troppo attenta a scannarsi a suon di proclami “intra moenia”, che i cattolici vivono il turbamento delle dimissioni papali, mentre i miti cadono uno dopo l’altro (Cfr. l’eroe tragico Pistorius trasformato in un qualsiasi uomo capace solo di uccidere) .. ecco che il festival sfugge ai più triti luoghi comuni e si parla di diritti mancanti, di coppie omosessuali, di morte, di chiesa, di vita, di violenza ….

Che in questa Italia non è cosa da poco se moltiplicata per milioni di spettatori …

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Tutti quei dubbi che non dovresti (vorresti) avere

Due titoli e due articoli
La violenza sulle donne: un eccidio. Perché non turba quanto dovrebbe?

La tempesta dentro: amore e tormento nelle storie delle madri infanticide.

Non bisognerebbe avere dubbi. E giudicare male gli uni e le altre. Mostri cattivi: gli uomini che uccidono le donne e le donne che uccidono i figli.

Assassini gli uni e le altre. Cambiano solo i numeri.

Ma non muta la la nostra coscienza, nè la nostra responsabilità.

Drammi umani. Stay human, resta umano, come avrebbe detto Vittorio Arrigoni. Colpevoli e carnefici, abbracciati stretti in uno stesso paradigma, di morte e violenza; che ci liberano dalla colpa.

Come ci liberano dalla colpa i quotidiani suicidi, figli della crisi. Uomini non visti, e che scivolano lentamente verso la scelta di morire. Tutti uomini.

Paradossalmente si rivelano sempre per essere i più fragili e i più violenti. Che ci sia un nesso? Ci vuole molto coraggio, troppo coraggio, per vivere, e per sopravvivere.

Ci vuole troppo coraggio per non uccidere. Il coraggio di fermarsi.

Il coraggio di fermarsi davanti a chi, evidentemente più fragile fisicamente (donna, bambino, rom, povero, disabile, migrante) è proprio per questo paradosso, immensamente più potente.

Non so come funzioni il meccanismo, ma è certo che funziona. E’ facile trovare il coraggio per non picchiare un uomo grande e grosso, forte, attento, pronto alla difesa e all’azione. Lo è meno, meno facile trovare il coraggio per non “picchiare” uno debole ed indifeso, che chiama in noi alcune virtù (calma, intelligenza, amore, cura, attenzione, coraggio, forza, prospettiva, immaginazione) .. che se non ci sono …. non fanno che innalzare la potenza dell’altro. Evocando il mostruoso che c’è (anchein noi). Mostruosi, lo siamo se non abbiamo queste doti, e se non le possiamo evocare, non le ritroviamo, non le abbiamo nemmeno mai sentite nominare.

Per me, lo ammetto, di essere in contro tendenza, i femminicidi non sconvolgono così tanto.

E non dovrei!!! 😦

Sono donna, mi interessano questi temi, mi interessa la questione delle donne. Sono io che non mi indigno abbastanza, in fondo ammazzano una come me, del mio stesso sesso, della mia stessa forma? Eppure no, non indigno di più?

MI INDIGNO …  ALLO STESSO MODO.

Mi indigna l’imprenditore che si suicida, e che una figlia giovanissima debba salvare il padre dal suicidio, impedendolo. Mi indigna pensare che le multinazionali del farmaco e della chimica facciano cose indegne con la nostra salute. Che lo stato italiano abbia “permesso” lo scempio di Genova al G8, e la tragedia in mare degli migranti e nei lager che sono i CTO, che la protezione civile sghignazzi davanti all’Aquila che crolla. Mi indigna quello che è successo a Casale Monferrato con Eternit, e qui a Broni (e le migliaia di morti che ancora pagheremo all’amianto), mi indigna che non si controllino i picchi di morti per tumore attorno ai grandissimi impianti industriali, e che si debba morire ancora per lavoro, mentre qualcuno ci si ingrassa e ne trae benefici. Ogni frammento di questi mi turba e disturba. Una violenza concessa e assistita.

Perché quello su cui voglio e posso so-stare sono  i diritti, tutti i diritti, tutti quelli negati. Ogni giorno. Diritti negati che sanno di violenza e prevaricazione, e tutti quei diritti negati che generano morte e violenze (anche meno eclatanti) a lungo termine.

Dopo due …  tre  … dieci … venti anni … Come se i diritti negati e le violenze (tutte) fossero un cancro che si propaga e autoalimenta, divorando(ci) il futuro.

Come donna, cittadina, madre, sono convinta che la violenza sia “il nostro figlio malato “(nostro >> delle nostre società) che va capito ma cambiato, e fatto crescere, ed evolvere diversamente. Che va riconosciuto come nostro, ma non scotomizzato e visto solo nell’alterità (ai razzisti espliciti questa azione viene benissimo). Va incontrato (e visto) per trasformarlo, nelle azioni quotidiane, nei luoghi di cultura, nello stato, nelle aziende …

Questo, io credo, sia il mio minimo ma migliore contributo: non farne solo una questione di genere, o farlo solo quanto lo è davvero, e non sempre lo è.

Ma farne una questione collettiva e di cultura.

Che questo si, come donne ce lo hanno insegnato bene, a fare i conti con la nostra violenza (non si può e non si fa), a non distruggere il mondo ma ad averne cura, a farlo crescere, a deviare la violenza interiore e usarne la parte di forza che ne fa parte, fino a crescerla come forza interiore. Per partorire, accompagnare nella malattia, crescere tutti i figli (belli e brutti, amati e meno amati), sopravvivere vive alla vita o alla morte di chi si ama, sopravvivere ad un figlio che non c’è più, per curare il corpo dei defunti. Un saper, non sempre voluto, che ci portiamo dietro da migliaia di anni, raffinato ed evoluto, che può diventare paradigma e insegnamento di una società più equa. ….


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Io ci saro’…

Ma non parlo della manifestazione.

Ci sarò e ci sono alla scuola media della figlia grande.

Anche se siamo solo io e la mamma di X., rappresentanti di classe sparutissima avanguardia dei genitori, che pensano che fare i genitori sia un problema strettamente individuale (genitori che tal volta, con un poco di fortuna, pensano che sia un problema genitoriale, altre volte trasformano il proprio ruolo una indifferenziata “faccenda di famiglia”) …
Invece e’ anche uno straordinario problema collettivo.
Tanto più quando i genitori hanno figli che entrano in un mondo sociale e pubblico: la scuola.
E allora ci siamo state per avere una aula appena più grande, pulita e con un pavimento nuovo.
Ci siamo state accanto alla mamma del solito ragazzino vivace, a parlare di sospensioni, di vuoti educativi, di strumenti di supporto che mancano.
Siamo i genitori che restituiscono alla scuola, senza dubbio infastidendola e interrogandola con domande e dubbi, il senso delle scelte che fanno, del fallimento generato dalla dispersione scolastica, dalla mancanza di in progetto che non sia in termini di didattica. Perché la vita contiene anche la didattica, ma non solo, e il diritto allo studionon e’ un concetto astratto.

In fondo, visto il profitto scolatico di mia figlia, la sua capacita’ di concentrazione, e di studiare in autonomia, potrei anche disinteressarmene e autopensionarmi da alcune responsabilità di ruolo.

Eppure credo che la scuola sia un bene collettivo e comune da tutelare, nelle sue parti spicciole e pratiche, nell’incontro tra famiglia-docenti, nelle differenze di opinioni, nella dimostrazione pratica (per i figli propri e altrui) che attorno a loro resta e regge una rete di sostegno alla crescita, non necessariamente visibile, ma presente.

Non e’ molto (lo ammetto) ed e’ frustrante l’assenza di strumenti – per lo studio – di una piccola scuola … Ma la scommessa e’ non lasciare vincere la solitudine e l’apatia….


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i dottori di Stefano Cucchi

fonte Repubblica

Ci sono altri tre medici dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dove Stefano Cucchi è morto il 22 ottobre scorso, sotto inchiesta da parte della procura di Roma per l’ipotesi di reato di omicidio colposo.
I loro nominativi, secondo quanto si è appreso, stanno per essere iscritti nel registro degli indagati su iniziativa dei pubblici ministeri Vincenzo Barba e FrancescA Loy, titolari dell’inchiesta giudiziaria. A questi sanitari gli inquirenti sono arrivati dopo un ulteriore esame della cartella clinica di Cucchi. Da quella documentazione è emerso che i tre hanno avuto a che fare con il detenuto nel reparto penitenziario del Sandro Pertini. I loro nomi vanno ad aggiungersi a tre colleghi dello stesso ospedale, a loro volta iscritti per omicidio colposo, e a tre agenti della polizia penitenziaria in servizio nel tribunale di Roma sotto inchiesta per omicidio preterintenzionale.

Al di là di ogni giudizio o pensiero sulla colpevolezza … stamattina questa notizia, colta in volo in radio, mi ha generato due tre pensierini brevi brevi.

1. in un momento preciso in cui le leggi vengono fatte costruendo dei distinguo sulla pelle delle persone, e stabilendo o togliendo alcuni diritti (migranti, sacche di sanità privatizzata) non mi sembra poi strano che qualcuno tenda a generalizzare ed estendere il concetto: un detenuto ha qualcosa di meno di altri, è uno che vale meno di altri, uno fra i meno. Questo non giustifica nulla, anzi magari rende più importante questo atteggiamento, perchè denuncia dei presidi che vanno a cadere: la salute come bene collettivo e come diritto.

2. al tempo stesso questo fatto così paradossale diventa pubblico, diventa un reato che viene denunciato, e gli stessi “carcerati” (alcuni anche extracomunitari)  cominciano a raccontare quelle scomode e rischiose verità del carcere. (se la notizia poi se/come sistata confermata non so .. http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/cronaca/morte-cucchi-3/testimoni-5dic/testimoni-5dic.html e http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/cronaca/morte-cucchi-3/testimoni-5dic/testimoni-5dic.html). Insomma anche il carcere diventa un pò più trasparente e forse con qualche diritto in più.

3.  tutto questo è una fucina di paradossi e di contraddizioni, di diritti negati e (spero) nuovi diritti.

ma di sicuro un legiferare che privilegia i diritti di alcuni e riduce i diritti di altri probabilmente aumenta il numero delle vittime ..