PONTITIBETANI

Zone Temporaneamente Autonome


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Cosa vogliono le donne (pensieri in viaggio)

Piccola, quasi infinitesimale, stradina di raccordo tra due provinciali, nella piatta pianura.
Riso, colza, granturco, campi arati.

Stradina da far west, tu o io, chi passa prima?

Stradina cosi’ minuscola che non la puoi nemmeno chiamare strada
Può passare solo uno.
Tu o io, io o tu?

Basta una frazione di secondo per calcolare la distanza tra le due auto.
Tu o io.
Dov’e’ la piu’ vicina zona erbosa dove rallentare e aspettare.
Chi la trova, per primo, si ferma.
Se e’ corretto.

Stasera non ho voglia di combattere o di calcolare, accosto io, finestrino aperto al caldo di un accenno di primavera.

L’altro, e’ un lui-guidatore, accenna un grazie con la testa. Un cenno sobrio ed essenziale. “Grazie ok”.

Mi ritrovo a pensare alle mille volte in cui esser uomini o donne diventa invece un peso, un calcolo, un gioco, un dover essere sempre un po’ sedotti/seduttori, maschi/femmine, attraenti/attratti, perennemente incastrati in un gioco delle parti.

Eppure alle volte basterebbe qualcosa di simile a quel cenno del capo, “quel grazie ok”, sobrio e veloce.
Tu e io, senza il gioco delle parti.

Alle prese con un lavoro, un progetto, un amicizia, incuranti di queste differenze.

Ci sono mille e mille altre occasioni in cui il gioco ha senso, e mille e mille occasioni in cui non ha senso, in cui e’ persino utile esser persone, sulla stessa strada.

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Corpi per l’ottomarzo

Fra le tante cose che non ho fatto oggi c’è stata l’adozione di un tema per questa giornata. Ma in fondo corsa edopo un pò di discussioni socio-politi-filosofiche tra noi, donna e uomo adulti di casa, attorno al nostro senso di questa data, e dopo molti pensieri ho deciso una adozione scomoda:

I corpi.

Ho dubbio che il tema del femminicidio non sia un tema solo delle donne, ma un tema ancor più profondo e sociale, collettivo, politico, trasversale.

Perché anche i corpi degli uomini perdono valore, diventano merce, parti di scambio. Non nella relazione di potere “affettiva” o “sessuale”, ma in quella tra chi ha il potere di dare  il lavoro e chi lo esegue. Corpi di uomini che vengono usati e/o rigettati, non protetti nel loro valore: uccisi e straziati dal lavoro o peggio dalla volontà degli “uomini” che “danno” lavoro.

i dati delle morti bianche la dicono lunga. E se volete un esempio paradigmatico lo trovate vicino e lo prendete neii recenti processi per il rogo alla Thyssen e per l’Eternit di Casale Monferrato. Che a chiamarle morti bianche ci vuole solo fantasia. Operai (e non solo) che hanno atteso e attendono lo stillicidio di una morte lenta, o che sono stati spezzati o amputati sotto una pressa, un ponteggio…

Corpi violati.

Perchè ci sono corpi, e parti di umanità, di donne e di uomini che hanno un valore minimo e minore, o almeno alcuni ne sono convinti.

Alcuni i cui sentimenti sono così eradicati, coartati, spenti dal gusto di possedere talmente tutto dell’altra/o fino a posserla/o nella morte, con la morte.

Possedere la morte cambio di nulla o di una vita in carcere se si uccide una donna, o di un nulla assoluto in termini di punizione se a morire è un “operaio”, un uomo da lavoro. Un corpo minore. C’è un peggio o un meglio?

Certo sono morti e dolori diversi, ferite dell’anima, iter processuali diversi, soggetti diversi, istanze diverse.

Ma che risuonano tristemente identici nello sguardo di chi li strazia senza considerarli interi, pieni, importanti, amabili e amati, degni di rispetto e cura, diversi, distanti altri ma non alieni o alienati.

E se fosse che sui corpi, donne e uomini, capaci di accordo nel volerli considerare nel loro significato pieno, nella loro interezza, nella loro umanità si rinnovasse l’incontro?

Donne che insegnassero agli uomini il dolore della violazione sessuale, dello strazio della morte per una “passione” incapace di vedere l’altra come viva ed esistenete, e uomini che insegnassero alle donne il dolore della violazione fisica di un corpo inutile se non come forza, forza, lavoro, braccia e muscoli, protesi di una azienda e di un profitto.

Buona utopia!

Stay human


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dei veri saggi, sapienti, soloni e presuntuosi storici (e le donne)

I vecchi son saggi. Non tutti, però. E non dovrei dirlo visto che mi avvicino progressivamente alla categoria…

La deriva storica che viviamo è quella di un mondo fatto di presuntosi storici (da anni presumono di dover insegnare agli altri), di tronfi “soloni” della ultima ora grevi e pedanti, e di qualche raro e sporadico saggio. Questi ultimi sono devvaro radi e preziosi, nel loro illuminare la strada con azioni e parole. Uno per tutti buono anche per noi laici: Don Andrea Gallo. Saggi son quella strana gente che si limita a offrire luce, laddove ognuno possa percorrer strade diverse con maggiore leggerezza, sapendo che quella luce permetterà di vedere un pò più lontano; qualcuno che fa luce senza arrogarsi alcun merito, con gentilezza e forza, passione e intelligenza. Merce rara, preziosa ma che si riconosce subito.

Per contro la rete, navigata di giorno in giorno, ci mostra un altro mondo possibile con meno presuntosi e più persone capaci di costruire, di offrire, regalare, insegnare senza pretesa (ma la rete non è Italia, si capisce). Laddove ci son pochi saggi, molto squali, e una marea di persone che provano a fare cose, tra rete e tempo quotidiano, tra idee e azioni, consapevoli che si può fare a patto di “star giù di dosso”, smontando i panni fastidiosi dei maestrini, dei finti vecchi saggi, mostrando la voglia di ascoltare e capire la divergenza, perchè la rete non è età, non è maschio, non è donna; un luogo dove si è e si può essere solo in base al valore che si riesce ad esprimere.

Insomma dove non ci sono i veri saggi, sarebbe più interessante, fuori dalla rete emergesse la pluralità delle voci, degli scambi, della condivisione, dell’ascolto, di una prassi nuova che fa posto ai giovani, in cui le donne osano prendere voce, in cui le intelligenze prevalgono sui saperi stantii e arroganti.

Ne sto facendo scuola in questi ultimi giorni, una realtà di “rete” (non web) dove mancano i giovani, e le donne son poco capaci di prendere voce, ed emerge in tutta la sua potenza la vecchia politica, la vecchia cultura, della presunzione, della verticalità, dell’ordine di beccata, la solita Italia stantia, dei vecchi asfittici e senza giovani, senza donne, senza prospettive.

Vorrei potermi prendere solo il meglio, oggi e in questo nuovo anno: più giovani, più rete, più donne, e qua e la la voce di qualche vero saggio e magari anche di qualche saggia.


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Di Eros e Thanatos (A Stefania, alle altre e a noi tutti) – parte II

No so con certezza, ma credo che alle donne sia data (perché insegnata) una maggiore possibilità di agire con “le cose” del corpo e con quelle dell’amore, del sentimento.

Un vincolo educativo e fisiologico che nasce anche nel tempo del parto e del pueperio e che pure è anche culturale; un vincolo che è dato dalla possibilità di diventare madri, virtualmente pronte ad avere cura dei corpi e delle emozioni.

Forse non è nemmeno un caso il legame fra sposo e sposa si chiami appunto matrimonio (atto, agire della madre);  quindi ciò che lega un uomo e donna arriva “voluto” e agito dalla donna, dalla maternità.

Perciò sembra che legami dell’amore siano atti/agiti/curati delle donne, mentre ai padri e agli uomini viene lasciato il compito di trasmettere il lascito dei beni, del patrimonio e i terreni. Questa estraneazione degli uomini dal dono della madre, dal dono delle “cose” (atti, sentimenti, cure) dell’amore, se non ne è la genesi può ragionevolmente essere una concausa di quel vuoto, di quella violenza, della quella morte. Un lascito che gli uomini si vedono consegnare per cultura.

Non mi piace troppo cavalcare la cronaca , ma ciò che genera questo post è l’omicidio di una giovane donna da parte del suo ex fidanzato, entrambe giovanissimi.

Stefania.

Ci sono pensieri che non tornano e che infastidiscono, non si può non notare che il giovane assassino era uno studente di psicologia. Uno che delle “cose” dell’amore ne stava facendo studio, imparando come si debba trattare e come di debba avere cura del dolore; quel dolore che se non espresso col corpo, con le parole, con le lacrime, diventa distruzione, a volte suicidio, o morte con la distruzione dell’altro. Gli uomini che si suicidano sono il triplo delle donne.

Un giovane uomo, che pure sceglie una strada, studiando all’università una materia (psicologia così ieri diceva la cronaca) che gli insegni ad aver cura, e a far crescere, e a trattare la sofferenza perché non distrugga; è lui che diventa vittima di se stesso. Non trova la capacità di elaborare e  trasforma un lutto non elaborato in un omicidio; in questo lo rende ancor più inconcepibile. Trasforma le parole, da dire – che si possono dire – che si deve imprarare a dire, quanto si è dolenti in una violenza che distrugge e non ricongiunge la vita e morte.

Questa divaricazione tra corpo, dolore e violenza sembra continuare anche in chi ha saputo scegliere un percorso di studi e che sembra andare esattamente direzione opposta,   eppure nemmeno lui non riesce a sganciarsi dal suo ruolo di assassino.

Così ci dice quanta strada sia ancora da fare, e quanto sia lunga la divaricazione. Una strada che le donne non possono compiere da sole, e non possono compiere solo indignandosi. Possiamo solo possono provare a dirci, e ad insegnare come cambiare il circuito. Donne e madri, uomini e padri, operatori dell’educazione insieme a trovare come sono cambiati, cos’è cambiato.

Le donne possono ri-guardare i loro figli maschi insegnando a piangere, insegnando il corpo che soffre, ma che esce dalla sofferenza senza costruire morte e violenza, ma ri-generandosi. Gli uomini possono raccontare quella ricongiunzione tra Eros e Thanatos, per come l’hanno fatta, e per come stanno facendola nella paternità e nella professione.

Per ora chiudo il post, e 2011 con una frase che mi suona sempre più familiare, anche se faticosa #stayhuman

(segue)


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Se non le donne…

Vecchie storie. Storie da donne. …. Che se nessuno lo fa  …lo faremo noi. Ma con una serie di impliciti: siamo noi alla fine sempre quelle che si sacrificano, che sanno davvero fare funzionare le cose, che arrivano nell’emergenza. Che anche qui ce ne sarebbe da scrivere, delle derive del potere attivo o passivo, di maternità, femminilità, e passività, di comodità e non assunzioni di responsabilità. Reciproche, di donne e di uomini.

Ma se arrivassimo prima e insieme, se la parità smettessimo di leggerla sulle riviste per donne, o la rivendicassimo e basta con una serie di “mi piace” e  …..cominciassimo a coglierla, laddove essa c’è? Non solo. Se ci diciamo che la prassi, e’ ciò che è, e’ ciò che accade, ciò che è innovativo, diverso, emergente. Certo una cosa così semplice non ci renderà le eroine che salvano il mondo, saremo “solo” la massa critica che innesca il cambiamento.

Perciò si scava, in ciò che c’è, si sa e si conosce,e che spesso non si riconosce come qualità, se è banale non è qualità. Perciò oggi: nessun onore, nessun palco, nessuna home page, ma si va spulciare nel banale, ‘che alle volte il banale dice molto di più della home page di un giornale on line. Alle volte il banale cela in ciò che già facciamo e che non vediamo.

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Se non ora quando … rimbalzando qui e là

Se non ora, quando … è il carpe diem che risuona nei social, rimbalzando dalla quotidianità, dai media, dal lavoro, dalle pratiche familiari e dai pensieri che si stanno muovendo ….

Insomma il nostro tempo di attesa è scaduto, sembra che sia ora di fare le cose, e non solo – da un osservatorio tutto femminile – iniziare a raccontare, mostrare, spiegare, professare ciò che già facciamo …..

Una delle critiche più tristi – umanamente triste – che ho ascoltato, e fatta da parte da molte  parlamentari Pdl, è quella che per loro la lotta per la dignità femminile è  ciò fanno ogni giorno.

La prima osservazione, ovvia, che pongo è: e allora? Non è ciò che facciamo un pò tutte? E allora perchè lo raccontano come si trattasse di un mero ed insindacabile fatto personale, unico, irripetibile e strordinario?

Eppure ricordo momenti in cui le donne in parlamento hanno saputo essere trasversali in un paio di occasioni. Ma sembra appartenere ad un altra storia.

Mi dispiace perchè la dignità, come i grandi temi non è mai individuale, o meglio si può concretizzare nella propria quotidianità; fa parte delle scelte personali e insindacabili, fa parte della capacità di assumersi le proprie responsabilità ma resta – anche – un fatto collettivo, civile, sociale e politico.

Inoltre una donna politica, come una professionista, rende pubblico e “professa” inevitabilmente le proprie scelte anche in termini di visibilità.

Può “dire” che i suoi comportamenti pubblici e privati sono scissi.

Può dirlo.

 

Ma come donne (eppure so che vale anche per gli uomini, ma posso parlare e guardare dal mio specifico sguardo femminile, mi riesce più facilmente) sappiamo che le scissioni non sono così facili. Siamo dannatamente complessi e stratificati, sappiamo che il nostro sguardo risente dei nostri percorsi di vita, delle scelte, e di molti altri aspetti; possiamo cercare la coerenza, possiamo imparare a distinguere meglio tra pubblico e privati (anzi dobbiamo farlo). Ma la nostra vita resta anche un fatto pubblico.

Questa è una ambivalenza, credo, irrisolvibile. Si può cercare una vita segreta e lontana dalla quotidianità, magari in un eremo. Ma a quel punto si sceglie altrimenti, no?

Allora la dignità ci appartiene e riguarda come fatto pubblico, fatto di cui trattare, senza sfuggire al necessario ingaggio: se non ora, quando?

Di mio faccio questo: sto cercando – ogni giorno – e con immensa fatica di staccare il pensiero dal “berlusconismo” e pensare alla questione femminile e alla questione italiana staccandola dai reati, dai moralismi, dalla lotta aspererrima, sul lancio di alcune lordure . Ciò che accade è la punta di un iceberg di una società che è in crisi, che segmenta il paese in buoni e cattivi, maschi e femmine, furbi e tonti, santi e reprobi.

Incapace di integrare e guardare la propria complessità….

Ma sottotraccia le donne stanno facendo tantissimo, e da un bel pò di tempo, è ora di professarlo, esporlo, dichiarare le proprie buone prassi.

E qui le donne dei social network (nella dichiarazione esplicita di alcune questioni o nell’uso di una strumento che elabora, facendolo, pubblico e privato) sono spesso piuttosto avanti, ammettiamolo…

Non per dire che femminile è meglio, ma per dire che il 50% di un paese fa e sa fare bene. Partiamo da qui: 50% che (può) fare impresa, che espone professionalità alte e alte dignità (dignus – meritevole > merito), che lotta per figli&lavoro&famiglia&propria professione e che ha un reddito iniquo rispetto alle abilità professate.

Insomma è cosa degna di essere narrata, e pretesa e rivendicata laddove esempio le donne hanno meno accessi a certe zone del mondo del lavoro …

La dignità è ancora un fatto – solo – personale?

Si, ma anche no.

Non se ne potrebbe parlare?


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Ripartire dall’ABC

Va da se che alle volte, nonostante mi abbiano insegnato il valore pedagogico del resistere (al cambiamento … Educativo), devo ammettere che l’educazione non e’ cosi’ omnipresente e la resistenza a capire a volte e’ proprio (proprio) capziosa e innaturale.

Allora va in questo senso l’insistita pretesa che la manifestazione del 13 febbraio in tutta Italia – “se non ora, quando?”non sia altro che una forma di becera di moralismo di una sinistra vecchia ed esausta. Lo hanno detto molto chiaramente le”deputate /amazzoni” del Pdl, intervistate per L’infedele, di Gad Lerner. Loro per questo non ci saranno alla manifestazione, figlia della sinistra bacchettone, loro che combattono per la dignità giorno per giorno, in silenzio e privatezza. Sembra che la lotta per la dignità sia diventata solo un fatto individuale e non anche un fatto collettivo. Ma forse non sanno che le donne italiane perdono lavoro e credibilità professionale a partire dal primo figlio?

Così tanto per tirare in ballo ” un fatto”  banale….

L’infedele ieri sera ne ha parlato, ma la puntata non l’ho ancora trovata da pubblicare …

E ad essere onesti forse non hanno tutti i torti, laddove l’agone politico sembra  piuttosto sfruttare il fastidio per le prassi erotiche di un vecchio premier, che non gli eventuali reati ad esso connessi.
Eppure forse se  siamo onesti laddove i nostri vecchi hanno manifestato ancora gusto della vita, con intelligenza, pudore, savoir faire, desideri fisici, alimentari e intellettuali …  (forse)  ne siamo stati, persino, lieti;  laddove questo ci diceva che negli anziani (il nostro futuro prossimeo venturo) prima della morte c’è ancora tanta vita, forse speranza.
Certo il senso della misura, dopo una certa eta’, sarebbe opportuno per non cadere nel grottesco, ridicolo e penoso. Come accade.

Ma pazienza, non facciamo i moralisti. Sono i reati che contano, non il viagra.
Ricordiamocelo.

Mentre la liberazione sessuale, la legittimazione di questa parte della (nostra) vita …  e’ un patrimonio storico ed intangibile di questo paese, del 50% del paese.

Noi donne.


Una parte legittimata, se non lo ce dimentichiamo, insieme alla conquista di una serie di diritti e di possibilità, servizi che la crisi economica e una politica vetusta, antiquata e maschilista, soprattutto molto ignorante (lega) o imbelle (pd), stanno erodendo.

Abbiate pazienza saremo in piazza non perchè schifate dal sesso di un vecchio, ma per i diritti, per il futuro, per il lavoro, per i servizi, per la maternità, per la famiglia e tutte le questioni che richiedono dignità, attenzione, finanziamenti, cultura e rispetto.

Abbia pazienza il signor b., se si colloca nella legalità potrà continuare a fare ciò che gli pare, basta che non sia a spese nostre, che non sia a carico del paese, che  non ci esponga al ridicolo internazionale (si sa che i contratti a volte “saltano”, se si risulta essere il paese di Pulcinella, o quello delle banane, insomma laddove la serietà non è garantita), basterebbe che non ci danneggiasse, e soprattutto basterebbe smettesse di voler essere il centro dei pensieri del paese.

Al limite, noi, ci potremo tenere quel senso di pietà e disgusto che vien fuori davanti alle persone che hanno perso il senso della loro dignità.

Per il  resto mi pare equo, no?