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disambiguare: selfie

Anche questi sono selfie (con buona pace delle ricerche psicologiche sulla fragilità, sul narcisismo, e insicurezza del mondo globalizzato a causa della rete)

Schermata 2014-01-14 alle 10.56.27

 

In caso, questo è il mio preferito:

Durer_selfporitrait

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Ma come ti mostri? (Nudità mediatiche)

Pensierino del mattino. Lavare i pavimenti è evidentemente una pratica zen, se ti apre la mente a pensieri nuovi, o rinnova pensieri impolverati.

Mentre in tv passa la pubblicità di una altro (un altro????) programma di mamme sulle mamme, con le mamme, per le mamme, nelle mamme, attorno e sotto le mamme.

Gasp! Un altro???

E già! Ma non è la stessa cosa che mi hanno detto le (ex) colleghe storiche, quelle che mi sono rimaste nel cuore, e con cui abbiamo fatto cose, per me, grandiose nell’inventare innovare il nostro lavoro, quando le ho invitate alla nostra serata da consulenti pedagogiche sulla maternità? Continua a leggere


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esplorazioni attorno al tema della violenza di genere …

Provando a mettere mano e nominare anche le questioni più scomode, ed esplorandole con il solito manipolo di coraggiose su facebook, e con alcune colleghe dalla sfera pedagogica.

In questo lavoro di esplorazione la pratica del dubbio diventa passaggio indispensabile.

come siamo mess* in fatto di  ‘antenne’ in grado di cogliere i semi della violenza domestica o della sua presenza conclamata?

Le condivisioni (di pensiero, di immagini, di azioni, di visioni) che avvengono in rete in tema di femminicidio stanno producendo un nuovo immaginario “I care”nel quale ognuno di noi, donne e uomini a proprio modo, è protagonista. Immagini, pensieri, visioni, condivise attraverso connessioni veloci, si stratificano a faglie nella nostra mente, si cheratinizzano, ci formano, conferiscono un senso e una struttura al nostro agire. Ne siamo consapevoli? Ovviamente sì, pensiamo in molti, ma in tema di consapevolezza vi sono ambivalenze e ambiguità sottili, non essendo la consapevolezza un “tutto tondo” ma una rete che funziona a nodi, soprattutto in relazione col resto del corpo.

Siamo immersi in una iper-produzione di significati che non è solo inevitabile ma anche necessaria per affinare la nostra capacità di selezionare contenuti e di trattenere solo ciò che in quel momento siamo disposti o riusciamo a trattare. Come a dire, pedagogicamente, che l’universo web ci immerge in un processo di umanizzazione e di riconoscimento dei nostri limiti.

Ognuno di noi è proteso ad operare questa sintesi tra ciò che discute a livello intellettuale e ciò che vive a livello di presenza nel mondo intendendo la presenza una presenza di corpo e col corpo, “il mio corpo”. Si tratteggiano percorsi inediti, nascono architetture sorprendenti, figlie della capacità di stare in relazione condividendo fragilità e forza, spinte propulsive alla definizione di nuove libertà, del prendersi cura di sé e del mondo in maniera inedita. Nuovi paradigmi, forse, o autorevolezze differenti perchè il tema della violenza sia sempre più culturalmente un tema “nostro”. Uomini e donne dobbiamo smetterla di proiettare il nemico al di fuori di noi e riprenderci in mano cosa della violenza non abbiamo ancora trattato dentro noi. È facile parlar di uomini, del loro immaginario aggressivo riprodotto ossessivamente dalle sue collusioni col potere. Parliamone, e non smettiamo di parlarne nemmeno per un giorno. Allo stesso modo, non posso non lasciarmi interrogare da queste donne che incontro e che mi parlano di “inadeguatezza”, a partire dal fatto che le loro teste ora ben curate e acconciate, sono state sbattute contro un muro da un marito violento.

(tratto da http://katia-cazzolaro.yolasite.com/blog/you-and-me-faccia-a-faccia-col-femminicidio)

Aggiungerei anche una domanda, per tutte e tutti, ancor prima che per chi è vittima:

che rapporto ho io con la violenza che è in me, quella che mi è stata insegnata, quella che mi è stata repressa, quella che ho visto, quella che non mi “bonifica” in quanto donna, ma che mi permea, volente o nolente.

Fatico a vedere il femminile solo buono, una deriva sempre in agguato, rispetto al maschile sempre cattivo. Eppure, il significato e la relazione con le “violenze”, mi appartengono  e mi informano (danno forma) perchè la cultura in cui sono calata (me) le esplicitano o (me) la insegnano, attraverso una serie di atti che si trasfondono in un certo modo di viverla, ma che dicono che la “violenza” (atto, pensiero, idea, azione, desiderio, rigetto, fantasia) va declinata diversamente in quanto donna o uomo. O meglio se si è donna, per tutti (donne e uomini), la violenza non “esiste” o esiste coma anomalia e mostruosità.

Un altra domanda non mi convince, la la violenta è intrinseca al “maschio” come è dato che le donne non siano mai riuscite a eradicarla, essendo – da tempo immemore – educatrici di maschi?

Così devo accedere ad una domanda successiva: questa affermazione (donna non violenta), che mutuo – e imparo sin da bambina – dal mondo esterno, mi legittima davvero a non vedere in me la parte violenta e spostarla (sempre) altrove, in colpe/azioni altrui?

Lascio fare a quanto ho appreso, o mi posso acculturare e fare uno scomodo passo in avanti.

Ammettere una propria parte violenta e poi riconoscerne i semi è un possibile primo passo. A cui fare seguire un nuovo passo/passaggio che inizia con una nuova domanda: so che mi hanno insegnato –  in quanto donna – che fare male è male, menarsi è male, reagire è male, trattenere la propria rabbia è bene, e passare da questi insegnamenti per giungere a negare la propria capacità/necessità di azione/reazione il passo è veramente breve….. Sono certa che è davvero questo che scelgo di scegliere? Di essere solo quello che mi hanno insegnato?

Mi accontento che la mia cultura/formazione di base affermi che (la) donna è passiva e quindi necessitata a subire, accetto quanto mi hanno insegnato e formato ad essere? Accetto che un uomo sia solo attivo e agisca, lui può (se) è maschio, io non posso perché sono femmina?

Dove mi fermo, dove non scelgo, dove non accetto che ci siano – esistano e siano legittime – una rabbia e una furia femminile (i greci ci hanno donato Furie ed Erinni, per declinare questa possibilità femminile). Una rabbia che non accetta il concetto di inevitabilità di donne debole e quindi passibile di essere sotto-posta a violenza ? Una furia che impone con una domanda come MI difendo?

E come concilio la violenza “privata” con gli ambiti in cui  (si è) essere una donna attiva e che agisce? Spesso le donne, si dice che, siano maestre di resistenza passiva, cioè portatrici di una reazione, una azione, che può essere più o meno efficace. Ma la pratica della resistenza passiva, come da gandhiana memoria, ha avuto il grande pregio, a mio avviso, che quella delle donne non sa ancora avere, quella di essere una pratica politica e civile, espressa, consapevole, mirata, diretta. Esplicitamente contro. Contraria.

Svuotare le tasche delle negazioni del femminile, e recuperare in forma propria, non esattamente la violenza (che a me non piace proprio .. sarà la cultura che mi ha formato) ma essere attive nell’azione pubblica, politica, educativa, civile. Sdoganare la rabbia e la violenza possibili nel femminile, dichiarandole possibili mi pare una possibilità da interrogare e interpretare. Ne’ sante ne madonne’, ne streghe’. Al limite rigorosamente furibonde.

Certo l’immaginario vuole che la violenza femminile, non dissimilmente dalla violenza che permea troppi strati della cultura, e che vede violati e sottomessi i diversi, deboli, fragili, ne uscirebbe già evoluta e matura. Capace di essere nominata ma non agita, di esistere come azione non violenta, ma efficace e potente. Una speranza e una aspettativa che, in realtà, condivido. Basta uscire dalla nicchia.

Ma prima sento che la consapevolezza di ciò che “è violenza” va trovata e poi condivisa con il maschile, e confrontata, esplorata, esposta, sbugiardata tanto tra i due generi, che nelle sacche culturali, sociali e politiche, e da li fatta uscire, educata, trasformata.

Molte idee e confuse? E’ a questo che servono gli interrogativi e i pensieri tormentosi.


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Prima o poi si arriva a 50

50-anni-di-infradito

50-anni-di-infradito

50 anni. In arrivo sul binario 27 fra un anno e poco più.

Per allora mi spettera’ un post d’oro, tipo nozze. Mezzo secolo di pazienza, di tolleranza verso me se stessa e le mie insipienze. Ma visto per ora non ho voglia di pensare a quanto ho dovuto sopportare da me stessa, in un quasi cinquantennio, mi tocca rivolgere l’acidume accumulato verso il mondo attorno… limitandomi pure.

Ma aspetto ansiosamente solo il momento di diventare una vecchietta petulante, in grado di dire tutto, senza peli sulla lingua!

Che sollievo.

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C’è del pedagogico in transilvania

Dopo la serata di cui alla locandina, e attraverso alcuni dubbi emersi… ho capito che il web è ancora rappresentativo di un mondo a parte.

C’è chi ne fa un uso inconsulto e chi tema se ne faccia un uso inconsulto, c’è troppa informazione, e il dubbio che non la si sappia usate, c’è il timore che dietro lo schermo ci stiano i brutti pensieri di qualcuno. 

Tutti dubbi leciti e legittimi, peccato che proprio questi dubbi, mi ricordino quanta attenzione si debba fare anche verso certi vampiri si nascondono in real life. Ci sono le  chimere, le sirene, e i lupi travestiti da mamma capra: metafore e storie che narrano e spiegano da generazioni l’attenzione che si deve (anche) porre nell’incontro con gli altri.

Tanto quanto, nel mondo degli oggetti e nel mondo web.

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diritto di dubbio, my two cent (2€x10 leggi )

(scritto in data 6/11/2011)

2€x10 leggi è una iniziativa che continua a suscitarmi alcuni dubbi, anche se per svariate ragioni “le” auguro successo, non fosse altro per l’impegno profuso per promuoverlo. … Ma …

Mi è costato molto scrivere questo post, e mi turba pubblicarlo. Lo dico chiaramente per via di una brutta discussione su twitter, quando mi sono permessa di dire che avevo un dubbio sulle 10 leggi e ancora prima di avere tempo argomentarlo sono stata attaccata da un qualcuno (un tweep che non corrisponde ad una vera e propria riconoscibilità web) con una prepotente contestazione capziosa e volutamente prevaricatoria, intollerante, tesa ad azzittire e non dare spazio all’altro. Mi ha turbato e molto, mi ha reso difficile l’arte del dissenso che ritengo sempre interessante, se posta in modo interlocutorio. E’ stato brutto, nel modo e nelle accuse: “una iniziativa di donne non va attaccata in quanto tale, come mi permettevo io che facevo parte di quel gruppo”donnexdonne”?. A parte che trovo sia difficile sapere se un pensiero dissonante è un attacco, se non lo si lascia esprimere e lo si atterra con veemenza, prima ancora che lo si esprima. Diciamo che tanto basta per chiudere ogni altra riflessione sul personaggio. Ricorda molto i nostri dibatti tv, attizzati per eccitare il popolo bue, non per insegnare a pensare alla politica. Un deja vù, sgradevolissimo se personalizzato così tanto. Ma nella Giornata contro la violenza alle donne, quell’azzittimento maschile (si trattava infatti di un signore) va trasforamto, ri-leggitimando me stessa nell’esercizio del diritto di dubbio. Il post è forse invecchiato. O forse no.

1. l’atto di Della Valle di comperarsi allo stratosferico prezzo di venticinquemila euro una pagina del Corriere delle Sera, per avere una ulteriore risonanza mediatica (Della Valle è ormai un ospite ricorrente nei residuali talk show politici) mi è sembrato un atto, certo fatto in buona fede, di arroganza economica/mediatica. Significativo – intrinsecamente – di una notevole fragilità del sistema democratico che (induce e) denuncia che, per avere voce, occorre comperarsi lo spazio.

2. mi ha colpito l’idea che alcune donne si siano sentite ingaggiate a replicare lo stesso atto, apparentemente senza coglierne la forma di arroganza economica. E’ un atto che dice, con i soldi, mi compro lo spazio per parlare. Non fatico ad immaginare la buona fede tanto dell’uno quando delle altre. Ma non cambia la criticità insita in ciò che vediamo accadere; si paga per poter parlare. Che strano paradosso, quando si ha a disposizione con un mondo (web) che sembra proporre una infinita bacheca, che rivendica sempre di avere la possibilità democraticamente legittimata di parlare sempre e comunque. Invece comperarsi il paginone del giornale dice altro. Si deve pagare per parlare, famosi o meno. In un altro mondo sarebbe il Corriere (o altro giornale) da offrire spazi, interviste, pressioni mediatiche. E pagare è diverso da rivendicare, o perseguire, o agire.  Io non riesco a capire come la logica del me lo comprero possa essere funzionale.

3. all’inizio sembrava che l’iniziativa fosse nata in seno al gruppo, poi la persona che ha attivato il progetto ha chiarito che non lo era: l’iniziativa era nata su twitter, che resta – come spesso accade – un motore di spinta potente per iniziative web. ll progetto 10 leggi era poi stato pubblicizzato su varie piattaforme per dargli visibilità. Il chiarimento mi è servito, perchè non trovavo il nesso con le buone prassi. Le buone prassi sono azioni concrete, fisiche, e sono sempre replicabili in più contesti magari per creare una cultura (attraverso una azione fattiva, un progetto etc) che un gruppo di discussione reale sulla legislazione che aiuta a superare il gap di genere. Credo che solo la capacità di aggregarsi, come abbiamo ribadito anche nel corso delle giornata di Nuove professioni delle Donne, per proporre o promuovere iniziative collettive che si riconduce ad una buona prassi. Comperare una pagina di giornale lo è meno, soprattutto perché resta un evento non replicabile, e soprattutto poco accessibile a tutti. Direi che è proprio la discussione che si è appoggiata così frequentemente nel gruppo che ha ingenerato alcuni dubbi, mancava la connessione con un processo di riflessione prima e con le buone prassi poi.

Ma le domande per me poi sono rimaste.

4. A questa è connessa un’altra questione, legata al fiorire di iniziative simili. Sembra che il web sia una grande laboratorio democratico, ma è anche (ancora) molto elitario, in italia, e twitter lo è ancora di più. E le dieci leggi sono nate da una discussione su twitter, rischiano di nascere come azione elitaria. Mentre a me (opinabile è ovvio) sarebbe parso interessante che fossero collocate con chiarezza come manifesto di leggi da discutere prima, da diffondere su web e non solo, ma soprattutto farlo partire prima nelle associazioni, e nei luoghi dove si parla di genere, e di diritti, e di crescita culturale ..  perché iniziasse come un vero movimento dal basso. La mossa mediatica del paginone a 25.000 avrebbe avuto senso (fermi restando i primi dubbi) solo dopo. Insomma prima ne parliamo: quali leggi, come per chi, quando, quanto, quali buone leggi già ci sono, quanto e quando vengono disattese, cosa dicono le persone sulla strada, non solo su web. Sarebbe stata innovazione parlarne prima, non vederla calato dall’alto. Sarebbe stato innovativo andare a dire che le donne (e magari anche gli uomini) hanno pensato che le buone leggi siano queste. Dicendolo nelle sedi dei partiti. Agendolo nelle manifestazioni. Etc etc. Una volta si diceva ascoltare la base.

5. C’è il rischio, anche con un buon successo, di creare bolle di sapone su eventi invece che non dovrebbero scomparire in breve tempo. Il rischio e la scommessa su web è di creare eventi virali web che si consumano troppo in fretta. Lo si evince dalla storia di #donnexdonne (e non solo quella, noi siamo state davvero una minuzia tra tanti eventi), #dxd è stata una grande esplosione, un ottimo evento web, ma ha un seguito che, per avere forma, avrà bisogno di molta (molta molta) manuntezione, cura ed impegno. Il movimento delle persone, su più fronti, sembra si stia attivando, mi sembra che le buone iniziative (magari questa lo è) non dovrebbero venire consumate dalla fretta del web.

6. Ed è oggi, peraltro, sempre più evidente non sarà il web a generare i cambiamenti. Anche se usare bene la rete significa avere il potere di renderli evidenti, fruibili, accessibili velocemente e a tutti.  Ma senza ancoraggio nella quotidianità, temo, che le dieci leggi rischino il burn out.

5. Il rischio uguale e contrario da mettere a tema e la sempre più evidente la sostituibilità dell’attivismo territoriale con l’attivismo web, lo si legge ovunque. Un “mi piace” rischia di farci credere di aver fatto qualcosa, mai come oggi me ne rendo conto fisicamente*. Anche l’attivismo delle donne corre il medesimo rischio, così come rischia di succedere al gruppo #donnexdonne. E per capirlo è stato necessario andare al MomCamp a Milano e e NPD a Bologna, uscire dal digitale.. Allora le dieci leggi meritebbero di più altro spazio di quello rischioso del web. Avrebbero meritato la discussione prima, durante, dopo tra uomini e donne, tra associazioni, ovunque. Difficilissimo, oneroso da fare, è indubbio. Quindi l’iniziativa sembra collocarsi stabilmente tra due fattori di rischio: essere troppo web, aver grandi numeri, bruciarsi in fretta e non avere base concreta perché nutrita solo dai mi piace.

6. sulle 10 leggi in se, ho avuto una prima impressione di una genesi inizialmente molto femminocentrica, che fatico a condividere. (Ma io sono quella che crede che le buone prassi debbano creare una crescita trasversale, se no “buone prassi” non sono), comunque …

Quale che sia il valore delle dieci leggi, tale valore può prendere forma se le leggi che le donne scelgono sono chiaramente leggi per tutti, per l’avanzamento sociale, per una cultura più rispettosa di generi, per una pratica del rispetto delle differenze e delle necessarie uguaglianze per donne e uomini, in una prospettiva pedagogicamente orientata contro le forme di violenza (ogni forma di violenza, di chiunque su chiunque). Se la legge in corso privilegia i maschi, non ne farò una migliorativa solo per le donne, ma una davvero migliore per tutti. Insomma le dieci leggi sarebbero molto interessanti se fossero una scelta dalle donne per tutti. (2€X10leggiXtutti). Insomma se fossero nate come un bollino che segnala la qualità individuata su quelle leggi che promuovano la crescita di tutti. Sicuramente le leggi sono in ridefinizione rispetto agli inizi e spero siano davvero un manifesto da esplorare nella ricerca di una “ricetta” condivisa, dopo la giornata di blogging.

Va da se che per me c’è un principio che credo condiviso, viste le 10 leggi, il progresso sociale lo si costruisce tutti insieme, la ricetta della prevericazione ha già mostrato i suoi limiti.

7. e SE … tutti i soldi raccolti, venissero poi destinati con un epocale voltafaccia, con un coup de theatre ad un ben diverso tipo di progetto (venticinquemilaeuro non sono tanti me nemmeno pochi): che so  qualcosa tipo:

50ideeX500euro – oramai le moltiplicazioni dopo donnexdonne mi vengono sempre benissimo! Per fare cosa? Progetti nelle scuole, o nei territori  e/o destinati a tutti, all’accesso dei contenuti che sono pal prezzo popolare di 500 euro per pagare progetti di educazione di genere, di educazione alla civiltà, di educazione al pensiero critico, di educazione alla (non) violenza. Come a dire, che se vogliamo tirarcela un pò,  le donne possono sempre stupire per gli effetti speciali, facendosi disingaggiare con estrema leggerezza, dai giochetti mediatici, dalle azioni stereotiate, dalle controdipendenze.

Gustave Dorè _ Mosè spezza le tavole delle 10 leggi

C’è una considerazione finale che ho conservato nei pensieri, dopo averla persa nel copia e incolla del post, una donna o un uomo sono liberi, non perché rivendicano di esserlo, ma perché si sentono liberi.


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Wikileaks: ora che hanno arrestato Assange possiamo anche fermarci a capire?

Facciamo il necessario disclaimer.

Ammetto che di wikileaks ne so poco. Ma qualche pensiero me lo sto facendo.

Ne dice Wikipedia

WikiLeaks (dall’inglese “leak”, “perdita”, “fuga [di notizie]”) è un’organizzazione internazionale no-profit che riceve in modo anonimo, grazie a un contenitore (drop box) protetto da un potente sistema di cifratura, documenti coperti da segreto (segreto di stato, segreto militare, segreto industriale, segreto bancario) e poi li carica sul proprio sito web. WikiLeaks riceve, in genere, documenti di carattere governativo o aziendale da fonti coperte dall’anonimato.

I timori Usa e le prime censure

Il tentativo degli Stati Uniti di fare il vuoto attorno a Wikileaks, si arricchisce di sfumature surreali. Ora arrivano perfino le minacce spedite via mail agli alunni della School of International and Public Affair della Columbia University.

“Non postate link ai cable di Wikileaks e non fate commenti al riguardo sui social network come Facebook e Twitter, se non volete veder compromesse le vostre possibilità di poter lavorare un giorno per il Dipartimento di Stato” dice in sintesi la mail, con un tono soltanto leggermente meno intimidatorio

Bizzarrie ma secondo un sondaggio gli italiani difenderebbero Assange

Gli italiani difendono Wikileaks e il suo creatore, Julian Assange. Per oltre due terzi degli italiani intervistati da Demopolis, sono affidabili le informazioni riservate della diplomazia statunitense diffuse dal portale. Il 53% si dichiara colpito dalla richiesta di Hillary Clinton di spiare i funzionari dell’ONU; subito dopo il 52% si stupisce della definizione della Russia come “Stato con forte presenza della mafia”. Le apprensioni di alcuni Paesi arabi sulla politica iraniana rappresentano una notizia rilevante per il 46% dei cittadini, mentre il 43% evidenzia i preoccupanti commenti americani sui rapporti del Governo italiano con la Russia e la Libia. Il 58% degli italiani sostiene che Wikileaks abbia il pieno diritto di diffondere le informazioni in suo possesso. Il 23%, pur riconoscendo le ragioni della libertà di stampa, ritiene che WikiLeaks avrebbe dovuto tener conto della sicurezza internazionale. Poco meno di un quinto degli intervistati afferma che Wikileaks agisca in modo illecito e che Julian Assange vada perseguito.

Zittire la rete? ne dice Mantellini

Cosa abbia Wikileaks di diverso da New York Times o dal Guardian che pubblicano i dispacci delle ambasciate esattamente come il sito di Assange è piuttosto evidente. Pur rappresentando un esempio di buon giornalismo il New York Times ed il GuardianEl PaisLe Monde, fanno parte del sistema, Wikileaks no: e da questo discendono buona parte delle sue disgrazie.

Cosa fa paura di Wikileaks di  Calamari

Non si sente dire che per un normale cittadino sapere una mezza verità o una verità “di parte” è comunque molto, molto meglio che essere lasciato nell’ignoranza da parte dei media tradizionali, sempre meno oggettivi e decifrabili.

Soprattutto non si sente dire dai cittadini della Rete che Wikileaks è, dal punto di vista dell’informazione, una risorsa preziosa perché, nel bene e nel male, porta squarci di trasparenza in un mondo dell’informazione sempre più opaco e manovrato.

 

Non si sente dire che per un normale cittadino sapere una mezza verità o una verità “di parte” è comunque molto, molto meglio che essere lasciato nell’ignoranza da parte dei media tradizionali, sempre meno oggettivi e decifrabili.

Soprattutto non si sente dire dai cittadini della Rete che Wikileaks è, dal punto di vista dell’informazione, una risorsa preziosa perché, nel bene e nel male, porta squarci di trasparenza in un mondo dell’informazione sempre più opaco e manovrato.

 

E mettiamoci pure un pò di disnformatico

La lista segreta delle installazioni sensibili dal punto di vista del terrorismo in giro per il mondo, pubblicata da Wikileaks, fa discutere e rende manifesta l’ossessione per il segreto e la falsa sicurezza che ne deriva, specialmente se il segreto è l’unica protezione adottata. Seriamente: pensate che sia necessario tenere segreti i punti d’arrivo dei cavi sottomarini per telecomunicazioni? Perché gli USA dipendono da un laboratorio farmaceutico in Francia tanto da considerarne l’eventuale perdita “un impatto critico sulla salute pubblica, sulla sicurezza economica e/o sulla sicurezza nazionale e territoriale”? Che senso ha mettere nella lista delle installazioni segrete l’unico fornitore mondiale di antiveleno per serpenti a sonagli e creaturine affini? Gli estensori della lista pensano che Al Qaeda attaccherà gli USA lanciando serpenti dagli elicotteri?

Chi fa informatica sa quanti danni ha causato la cultura della security through obscurity quando è diventata la sola colonna portante della sicurezza e quando emerge (come in questo caso) che una buona ricerca in Google è capace di superarla. I governanti, a quanto pare, non hanno ancora imparato la lezione.

Non si sente dire che per un normale cittadino sapere una mezza verità o una verità “di parte” è comunque molto, molto meglio che essere lasciato nell’ignoranza da parte dei media tradizionali, sempre meno oggettivi e decifrabili.

Soprattutto non si sente dire dai cittadini della Rete che Wikileaks è, dal punto di vista dell’informazione, una risorsa preziosa perché, nel bene e nel male, porta squarci di trasparenza in un mondo dell’informazione sempre più opaco e manovrato.

 

Aggiungo qualche impressione al volo, a partire dalla semplificazione che impone Facebook:

  • Certo questo dato qualcosa dice: Almost 1.000.000 Facebook Users like Wikileaks!
  • Ecco: ma quanto è (wikileaks) uno spaccio di pettegolezzi inutili, ‘che il nostro signor b. avesse problemucci di sesso, governo, inciuci lo sapevano anche i sassi?
  • Quanto è frutto anche di una distorsione della libertà, la libertà di sapere anche quando fermarsi.
  • Quanto è legittima diffusione di notizie?
  • Quanto mette a rischio alcune situazioni di politica internazionale, es medio oriente?
  • Quanto è un attacco mirato? Chi è o sono i destinatari?
  • Ho come molti grosse perplessità su #wikileaks e sul trade off libertà vs responsabilità, ma vedo troppa voglia di bavagli oscurantisti
  • Da un lato la libertà di informazione ma soprattutto di sapere è un fondamento occidentale
  • Eppure ha senso che tutto sia pubblico, e che cultura abbiamo per gestire ogni informazione
  • Qual’è il sottile crinale tra informazioni che non vanno pubblicate e la libertà di accesso alle stesse
  • Dove si colloca la privacy
  • Dove si colloca la necessità di azioni di politica internazionale che non siano di dominio pubblico
  • Dove stanno le responsabilità
  • Se le fonti di wikileaks sono anonime, come si concilia con una spasmodica ricerca di trasparenza?

Aggiungereste altre domande o riflessioni??