PONTITIBETANI

Zone Temporaneamente Autonome


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Dalle piccole cose alle grandi disattenzioni.

foto 2Io sulla strada sull’argine ci vado con la piccola, una stradetta di servizio asfaltata, che porta al Po, e all’ultima frazione del paesello, anzi alla frazione – ceduta per le incertezze della geografia – al paese limitrofo.

Ci andiamo a rodare le sue capacità ciclistiche, appena maturate. Va da se che una strada simile serve a poco e a pochi, e in genere chi vi transita in auto, cortesemente rallenta per facilitare la vita ai ciclisti, bimbetti, signore agee, famigliole…

A parte i tre imbecilli della macchinona nera, che ben si sono guardati dal rallentare o spostarsi. Va da se che da madre previdente avevo messa al sicuro la piccola, lo sapete che le madri lo fanno, no? O avete bisogno delle orse Danize per ricordarlo? I cuccioli non si toccano!

Ho detto una parolaccia, subito redarguita dalla microba. Ha una mamma irritabile e brontolona su certe cosucce. La sua sopravvivenza, i diritti e il rispetto.

E la testa, troppo pensosa di mamma, si è fatta un viaggio sul bisogno di cura che ha il mondo, e sulla ovvia necessità che un posto civile ha cura per chi è piccolo, o fragile, i cuccioli, i disabili, i vecchi.

(sottofondo di improperi, tanto la cucciola li censura)

Certo nulla è successo, ma la noncuranza dei guidatore, mi ha ricordato sin troppo da vicino al disinteresse per una necessità che è dell’umanità/essere umani: il diritto/dovere alla tutela di chi è in svantaggio. Fair play e non solo.

Cura, attenzione, protezione, un giusto dosaggio di cura e possibilità che vanno concesse.

In Syria, o a Gaza, o in Ucraina, o ai cuccioli di orso.

Tanto per dire.

Che farsene, altrimenti, delle viscere che si contraggono davanti al dolore altrui, o quando si vede bene nemmeno più la vita di un bimbo vale? E’ talmente ovvio che come specie dovremmo avere cura dei cuccioli. Lo sanno le orse e le elefantesse.

Gli umani se ne dimenticano, dentro le camice a quadrettino, gli occhiali neri da sole, e le macchinone.

(Cretini!)

Stay human voi che potete.

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fase di disintossicazione ormonale … punk mother

Punto 1.

Piscina (o ingresso a scuola), tanto c’est la meme chose, le madri indipendentemente dal fisico che indossano si comportano come gli hall black sul campo da rugby, che si tratti di “docciare” il pupo o accompagnarlo sino alla scuola media, sono pronte a scannarsi acciocché il pupo non debba: aspettare, aspettare, aspettare, aspettare (il proprio turno).

Punto 3. (il punto 2 è alla fine e leggendo se ne capisce il perché)

(Si … son reduce dalla mattinata in piscina dove vedo il peggio della maternità…).
Madre e’ una buona cosa SE .. diventa sentimento collettivo e cura, se aiuta a pensare che il bambino e’ tuo, e  del tuo compagno/marito, e dei suoi fratelli o sorelle, e dei nonni e dei suoi amici, e della scuola, se ti decentra da te stessa e da lui, per guardarlo come parte del mondo, e se l’incontro con le altre donne non si fa in base ai figli avuti, ma ai figli pensati o alle maternita’ e alle cure che si offrono al mondo …

Se sei pronta a non prendere a borsate una altra donna che sta finendo di lavare suo figlio, nelle docce della piscina, ma riesci a sorriderle, o se le lasci il posto.

Se esser madre ti rende piu’ gentile verso il mondo e non piu’ egoista. Altrimenti hai solo replicato la specie, senza dare un contributo minimo all’evoluzione qualitativa della specie, ma solo a quella quantitativa. Comunque anche questo e’ anche maternita’ ..

Non ci vuole grande scienza a concepire e generare, e tantomeno rinnovare il patto naturale con le caratteristiche speciespecifiche del genere umano: cura e attaccamento e allevamento di un cucciolo che resta a lungo infante, prima di saper sopravvivere in autonomia.

Abbiamo tutte, o quasi, attraversato la fase gloriosa della maternità, e del viversi come uniche ed illuminate, gioiose e pacifiche, beate dall’ossitocina e dalla gioia infinita di aver generato, e da un intero background culturale ci induce alla mistica della maternità. A distanza di tempo, sembra persin surreale, quel tempo.

Solo che fare i figli non è solo naturale, ma anche normale.

E dopo cinque anni dalla nascita della figlia n°2  si vive il risveglio dal bagno ormonale, e si guarda la maternità con disincanto.

Sono io? Sono io anche e non solo come madre, ma cittadina, donna, individuo, essere senziente, sociale, lavorativo, politico e culturale, progettuale di altri mille progetti, che comprendono e non solo l’essere genitore.

Vedi la maternità nascenti passare dallo stesso gioco (giogo) di viversi all’apoteosi di se stesse, salvo crollare per l’astinenza da sonno o altre bazzecole simili, baby blues, lavoro, vita di coppia, crisi economica, mutui etc etc…. Vedi che manca, come ti è mancato, il basso profilo e l’understatement. Come se essere incinte fosse un dato divino, e non capace di accomunarci ad ogni specie che si replica allo stesso modo, gravidanza, parto, accudimento della prole.

Punto 4.

C’è allora un valore aggiunto all’essere madri?

Si  … quello della protezione della specie, anche quella altrui. Anche nelle piccole cose.

Immaginando che i cuccioli siano un bene comune, e non che il proprio cucciolo meriti di più degli altri, in quanto figlio della nostra eccezionale gravidanza. Immaginando che la maternità serva esattamente a questo a fare crescere la nostra etica verso la specie intera, a trasmettere la nostra cultura dell’accudire e accogliere, insegnando ai (anche ai nostri) piccoli il nostro essere persone e il nostro sapere.

Diventa così piacevole essere madri un pò più punk, meno perfettine, un pò meno esclusive, meno mistiche, scelte per la santa chiamata e straordinarie, insomma madri qualunque. Umane. Smettendo di coltivare quell’eccezionalità che ci impedisce di essere come gli altri, e di stare lorovicini.

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Punto 2.

E questa è una altra visione dell’essere madri …..
(tratto e tradotto da “Chicken Soup for the Women”s Soul”) 
“Il tempo sta scadendo per la mia amica. Siamo sedute a pranzo quando casualmente mi dice che lei e suo marito stanno pensando di “cominciare una famiglia”. Quello che intende è che il suo orologio biologico ha cominciato il conto alla rovescia e la sta costringendo a considerare la prospettiva della maternità. “Stiamo facendo un sondaggio” dice, quasi scherzando. “Pensi che dovrei avere un bambino?” “Ti cambierà la vita” dico con attenzione, mantenendo un tono neutrale. “Lo so” dice. “Niente più dormite fino a tardi il sabato, niente più vacanze improvvisate…” Ma questo non è proprio ciò che intendo.Guardo la mia amica, cercando di decidere cosa dirle. Voglio farle sapere ciò che non imparerà mai ai corsi preparto. Voglio dirle che le ferite fisiche di una gravidanza guariscono, ma che diventare madre la lascerà con una ferita emotiva così profonda che la renderà per sempre vulnerabile. Considero l’idea di avvertirla che non leggerà mai più un giornale senza chiedersi “E se si fosse trattato di mio figlio?”. 
Che ogni disastro aereo, ogni incendio la tormenterà. Che quando vedrà le foto di bambini ridotti alla fame, si chiederà se possa esistere cosa peggiore del veder morire il proprio figlio. Osservo le sue unghie laccate con cura e il suo completo alla moda e penso che non importa quanto possa essere sofisticata, diventare madre la ridurrà allo stato primitivo di un’orsa che protegge il suo cucciolo. Che all’urlo di “Mamma!” farà cadere il soufflè o il suo cristallo più bello senza un momento di esitazione. Sento che dovrei avvertirla che indipendentemente da quanti anni abbia investito nella sua carriera, verrà professionalmente dirottata dalla maternità. Potrebbe lasciare suo figlio alle cure di qualcuno, ma un giorno andrà ad un’importante riunione di affari e penserà al dolce odore del suo bambino. Dovrà usare ogni grammo di disciplina per trattenersi dal correre a casa solo per assicurarsi che suo figlio stia bene. Vorrei che sapesse che le decisioni quotidiane non saranno più semplice routine. Che il desiderio di un bambino di cinque anni di andare nel bagno degli uomini del McDonald’s piuttosto che in quello delle donne si trasformerà in un gran dilemma. Che proprio là, nel mezzo del rumore di vassoi accatastati e delle urla dei bambini, le questioni di indipendenza e di identità di genere verranno valutate contro la prospettiva che un pedofilo possa nascondersi in bagno. Per quanto sicura di sè possa essere in ufficio, come madre tirerà sempre a indovinare. Nel vedere la mia amica così attraente, vorrei assicurarle che alla fine butterà giù i chili della gravidanza, ma che non si sentirà mai più la stessa. Che la sua vita, ora così importante, avrà minore valore ai suoi occhi quando avrà un figlio.Che la darebbe in un istante per salvare la sua prole, ma che comincerà anche a sperare di poter vivere più anni, non per realizzare i propri sogni, ma per vedere suo figlio realizzare i suoi. Desidero farle sapere che la cicatrice di un cesareo o una smagliatura lucida diventeranno distintivi d’onore. La relazione con suo marito cambierà, ma non come pensa. Vorrei che potesse capire quanto di più si possa amare un uomo che cosparge di talco un bambino con tanta cura o che non esita mai a giocare con suo figlio o sua figlia. Vorrei che sapesse che si innamorerà di nuovo di suo marito per motivi che ora troverebbe tutt’altro che romantici. Vorrei che la mia amica potesse percepire il legame che sentirà con tutte le donne che attraverso la storia hanno tentato disperatamente di metter fine alla guerra, ai pregiudizi e alla guida in stato di ebrezza. Spero che capirà come io possa pensare razionalmente alla maggior parte delle cose, ma possa perdere temporaneamente la ragione quando discuto della minaccia della guerra nucleare nel futuro dei miei figli. Vorrei descriverle l’euforia nel vedere tuo figlio imparare a colpire una palla da baseball. Vorrei immortalare per lei la grassa risata di un bambino che tocca per la prima volta il soffice pelo di un cane. Voglio che provi la felicità così reale che fa male. Lo sguardo interrogativo della mia amica mi fa realizzare che mi sono venute le lacrime agli occhi. “Non te ne pentirai mai”, dico alla fine. Poi allungo la mano sul tavolo verso la sua, gliela stringo e prego per lei e per me e per tutte le altri semplici donne mortali che nel loro cammino inciampano nella più santa delle chiamate.”

La santità invece tiene lontani …..


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Tutti quei dubbi che non dovresti (vorresti) avere

Due titoli e due articoli
La violenza sulle donne: un eccidio. Perché non turba quanto dovrebbe?

La tempesta dentro: amore e tormento nelle storie delle madri infanticide.

Non bisognerebbe avere dubbi. E giudicare male gli uni e le altre. Mostri cattivi: gli uomini che uccidono le donne e le donne che uccidono i figli.

Assassini gli uni e le altre. Cambiano solo i numeri.

Ma non muta la la nostra coscienza, nè la nostra responsabilità.

Drammi umani. Stay human, resta umano, come avrebbe detto Vittorio Arrigoni. Colpevoli e carnefici, abbracciati stretti in uno stesso paradigma, di morte e violenza; che ci liberano dalla colpa.

Come ci liberano dalla colpa i quotidiani suicidi, figli della crisi. Uomini non visti, e che scivolano lentamente verso la scelta di morire. Tutti uomini.

Paradossalmente si rivelano sempre per essere i più fragili e i più violenti. Che ci sia un nesso? Ci vuole molto coraggio, troppo coraggio, per vivere, e per sopravvivere.

Ci vuole troppo coraggio per non uccidere. Il coraggio di fermarsi.

Il coraggio di fermarsi davanti a chi, evidentemente più fragile fisicamente (donna, bambino, rom, povero, disabile, migrante) è proprio per questo paradosso, immensamente più potente.

Non so come funzioni il meccanismo, ma è certo che funziona. E’ facile trovare il coraggio per non picchiare un uomo grande e grosso, forte, attento, pronto alla difesa e all’azione. Lo è meno, meno facile trovare il coraggio per non “picchiare” uno debole ed indifeso, che chiama in noi alcune virtù (calma, intelligenza, amore, cura, attenzione, coraggio, forza, prospettiva, immaginazione) .. che se non ci sono …. non fanno che innalzare la potenza dell’altro. Evocando il mostruoso che c’è (anchein noi). Mostruosi, lo siamo se non abbiamo queste doti, e se non le possiamo evocare, non le ritroviamo, non le abbiamo nemmeno mai sentite nominare.

Per me, lo ammetto, di essere in contro tendenza, i femminicidi non sconvolgono così tanto.

E non dovrei!!! 😦

Sono donna, mi interessano questi temi, mi interessa la questione delle donne. Sono io che non mi indigno abbastanza, in fondo ammazzano una come me, del mio stesso sesso, della mia stessa forma? Eppure no, non indigno di più?

MI INDIGNO …  ALLO STESSO MODO.

Mi indigna l’imprenditore che si suicida, e che una figlia giovanissima debba salvare il padre dal suicidio, impedendolo. Mi indigna pensare che le multinazionali del farmaco e della chimica facciano cose indegne con la nostra salute. Che lo stato italiano abbia “permesso” lo scempio di Genova al G8, e la tragedia in mare degli migranti e nei lager che sono i CTO, che la protezione civile sghignazzi davanti all’Aquila che crolla. Mi indigna quello che è successo a Casale Monferrato con Eternit, e qui a Broni (e le migliaia di morti che ancora pagheremo all’amianto), mi indigna che non si controllino i picchi di morti per tumore attorno ai grandissimi impianti industriali, e che si debba morire ancora per lavoro, mentre qualcuno ci si ingrassa e ne trae benefici. Ogni frammento di questi mi turba e disturba. Una violenza concessa e assistita.

Perché quello su cui voglio e posso so-stare sono  i diritti, tutti i diritti, tutti quelli negati. Ogni giorno. Diritti negati che sanno di violenza e prevaricazione, e tutti quei diritti negati che generano morte e violenze (anche meno eclatanti) a lungo termine.

Dopo due …  tre  … dieci … venti anni … Come se i diritti negati e le violenze (tutte) fossero un cancro che si propaga e autoalimenta, divorando(ci) il futuro.

Come donna, cittadina, madre, sono convinta che la violenza sia “il nostro figlio malato “(nostro >> delle nostre società) che va capito ma cambiato, e fatto crescere, ed evolvere diversamente. Che va riconosciuto come nostro, ma non scotomizzato e visto solo nell’alterità (ai razzisti espliciti questa azione viene benissimo). Va incontrato (e visto) per trasformarlo, nelle azioni quotidiane, nei luoghi di cultura, nello stato, nelle aziende …

Questo, io credo, sia il mio minimo ma migliore contributo: non farne solo una questione di genere, o farlo solo quanto lo è davvero, e non sempre lo è.

Ma farne una questione collettiva e di cultura.

Che questo si, come donne ce lo hanno insegnato bene, a fare i conti con la nostra violenza (non si può e non si fa), a non distruggere il mondo ma ad averne cura, a farlo crescere, a deviare la violenza interiore e usarne la parte di forza che ne fa parte, fino a crescerla come forza interiore. Per partorire, accompagnare nella malattia, crescere tutti i figli (belli e brutti, amati e meno amati), sopravvivere vive alla vita o alla morte di chi si ama, sopravvivere ad un figlio che non c’è più, per curare il corpo dei defunti. Un saper, non sempre voluto, che ci portiamo dietro da migliaia di anni, raffinato ed evoluto, che può diventare paradigma e insegnamento di una società più equa. ….


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Di Eros e Thanatos (A Stefania, alle altre e a noi tutti) Parte I

Intro

Abbiamo un bel discutere delle cose, dei massimi sistemi, delle identità, e degli ideologismi. Sempre la morte e le morti ci riportano a pari.

Al piano terra, con una ruvidità sempre imprevista.

Così è del morire, così è delle morti improvvise, così è la morte. Anche quelle attese lasciano fermi per un attimo, ma ognuna lascia una eredità da accogliere.


Scrivo per ciò che so, che ho maldestramente studiato, che ho letto con avida passione, che mi hanno volutamente insegnato e per ciò che ho fortuitamente anche imparato, per ciò che mi sembra di sapere, scrivo nelle tracce di altri, seguendo altri percorsi, scrivo per dare nome alle cose che perturbano …

Le donne sono state storicamente  e culturalmente considerate coloro che si prendevano cura dei corpi.
Di almeno due tipi di corpi: quelli accolti nel loro nascere, tra emozioni, fisiologia e urla, quelli dei morenti accompagnati, di nuovo con le cure igieniche, e poi nell’opera della ricomposizione. Ginecologi e becchini sono giunti nella modernita’ o quasi.  Continua a leggere


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I figli di chi sono?

Ogni volta quando leggo le notizie sulle contese di figli tra un Tribunale dei Minorenni e i genitori, dopo un allontanamento, mi viene in mente il lavoro che ho fatto, la conoscenza dei servizi, le modalità operative, e se mi capita di commentare in qualche blog in genere lo faccio per dire che non ho mai assistito a lapalissiani errori nei casi di allontanamento o affidamento.
Ho in mente il lavoro difficile di chi deve capire se una famiglia è dannosa o peggio per un bimbo, e so che spesso gli interventi lungheggiano perchè è difficile decidere.

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nascere, rinascere e nascere ancora

C’è stata una discussione in un gruppo – cui partecipo – fatta di incomprensioni, radicalizzazioni e molta fatica. Un vero peccato vista l’incomprensione di fondo che è rimasta.

Il tema era: i modi di partorire. La deriva: partorire con o senza dolore, come diritto e come scelta. Il rischio: cercare di individuare cosa è giusto e cosa è sbagliato per tutti.

Adesso a mente più lucida ho bisogno di mettere giù una riflessione che vada oltre alla discussione.

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storie di ordinaria educazione: tra cibo e rischio

Le storie: le trovate qui o qui come pdf

Perchè le storie: l’agorà 

Il tema:

Rischio, nutrimento ed educazione –  Agorà del 30 giugno 2011

Riflessioni di lancio

Chi non risica non rosica. Capita spesso che i calembour giochino non solo con la struttura della frase, ma anche con la forma delle parole. “Il troppo stroppia” è uno dei calembourpiù popolari ed esemplare in proposito: dice che l’eccesso produce mostri, storpia, appunto. E per rendere meglio l’idea, applica a se stesso il principio che esprime, storpiando il verbo nella proposizione e facendolo assomigliare foneticamente all’aggettivo sostantivato “troppo”. Dunque, “chi non risica non rosica” compie la stessa operazione: chi sarebbe quel “chi” che “non rosica”, ovvero non mastica, ovvero non mangia? Chi non rischia. Ovvero, se si vuol mangiare occorre correre qualche rischio, questo ci dice il detto popolare. E lo dice con tale forza da trasformare il verbo “rischiare” nel verbo eufonico “risicare”, che riassume in sè sia il rischiare che il rosicare, ovvero quello che intende fare il detto nel suo insieme.

Il cibo, anzi il nutrimento inteso come l’atto del nutrirsi, e il rischio appaiono strutturalmente connessi. E in molti modi. Tranne nel caso della manna, biblica eccezione che conferma la regola, il cibo non cade dal cielo: occorre procurarselo. E dalla cacciata dall’Eden in poi, farlo vuol dire fatica. Ma la fatica è anche rischio se non produce risultati, dunque il compito di nutrirsi corre il rischio del fallimento: perchè è sempre all’orizzonte la caccia infruttuosa, il raccolto andato male, la carestia, ma anche perchè ci si può cibare degli alimenti sbagliati, o nel modo sbagliato, o nel momento sbagliato e ciò vale per la nostra opulenta tavola contemporanea, quanto per gli umani del paleolitico: sono cambiati solo i fattori di rischio. Dunque per rosicare occorre rischiare per avere qualcosa da rosicare, ma anche rischiare con l’atto stesso del rosicare, mai definitivamente al sicuro. Continua a leggere