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disambiguare: lavoro ossia #coglioneNO e #visibilità

Se il fenomeno non esplodesse come la solita bolla web, per cui si gonfia, gonfi, gonfia si espande, scoppia e muore! Lo s-nodo interessante ci sarebbe, intanto vedetevi questo ma poi leggetevi  anche quest’altro.

E allora ho pensato a tutti i lavori invisibili, sottostimati e sottopagati, perché non sono cool, web, fashion.

Come scrive Blogger Creativa esiste un problema di visibilità, che riguarda davvero troppe persone e troppe storie, paradosso di una rete che mostra tanto, nascondendo altrettanto. Ma va bene così, visto che imparare a stare in rete, lascia aperta  (virtualmente a tutti) la possibilità di mostrare quello che sta oltre.

A me sta a cuore precisamente questa dimensione, visto che anche il mio soffre, come tanti altri lavori di un problema di visibilità, di narrazione, di restituzione di un valore sociale, culturale, economico. In tema leggete un post di Christian Sarno, che spiega molto bene il concetto di gratuità nel nostro ambito di lavoro.

Forse il meglio di una società (o il suo miglioramento) si crea quando si rende visibile il lavoro costante dei tanti, ogni giorno volti a sostenere quella società, quando si rende evidente che il lavoro va sostenuto e valorizzato, in ogni sua forma e dimensione, E retribuito con appropriatezza.

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Poi non importa se i lavori non risulteranno cool, creativi, belli, giovani, e simpatici, l’importante sarà aver restituito il valore.

Soprattutto #visibili un buon hashtag per tutti quelli che fanno lavori invisibili….


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La visione dell’insieme Ovvero del Femminicidio

I numeri e dei dati contenuti dell’articolo della stampa che si intitola “Bimbi senza mamma e papà L’altra faccia dei femminicidi”, che immagino seriamente veritieri, sono preoccupanti.

Ma non è questo il solo nodo della questione.
E partendo dall’inizio mi pare che il nodo originario sia e resti il significato di un legame.

Non compreso, non insegnato, non pensato.

Un legame di coppia che diventa l’unico significato che si e’ capaci di comprendere:
Io e te.

Una sottile traccia che tiene insieme due persone, e che non e’ destinata a diventare parte di un sistema complessivo,  di una rete di significati, materiali, affettivi, parentali, economici.

legame chimico

Resta composto da un solo filo. Che si colloca in una scena in cui ci sono solo due parti: lui e lei; scena inizialmente molto romantica, e che diventa subito dopo desolata e desolante, se non si va a riempire di un gruppo sociale, il lavoro, e la famiglia nella sua struttura reticolare (perché negato e cancellato).

In quella scena, si vuole anche negare la presenza del tempo, e di una storicizzazione dei fatti, costituita di prima, durante e dopo.

Nemmeno i figli ci sono, e se ci sono evidentemente non sono pensati come parte della complessivita’, restano a malapena parte dello sfondo, ma inessenziali all’io/tu. Oppure valgono come accessori di conferma dell’orgoglio riproduttivo.

La parte principale resta sempre quella del legame iniziale uomo-donna, reso incapace di crescere, di essere davvero fertile, evolutivo.

Una volta la cultura di base insegnava/diceva lo “faccio per i figli”, creando azioni e progetti che traevano significati dalla necessita’ garantire un futuro possibile, reale, o sereno a questi figli.
Divenuti, ben presto, parte cospicua di una rete di affetti e significati, che venivano collocati in uno spazio affettivo in cui il legame tu ed io, era origine e genesi, senza pero’ pretendere l’eterno ruolo di protagonista assoluto.

Queste scene della violenza, degli omicidi, delle separazioni che diventano, prima di esser luoghi sanguinari, spazi di stragi emozionali, in cui si pretende di tenere sempre sulla scena solo quello unico, il primo e iniziale legame, io – tu / io = tu/ amo – non amo”.

Così se quel legame si interrompe tutto si frammenta, e ogni possibile mondo crolla, perché’ non si e’ data la possibilità di renderlo sistemico, interconnesso e “significativo”. Perché non si e’ costruita una grammatica e una sintassi relazionale che attutisse i colpi della vita.
E in cui,  un protagonista non (r)esiste la capacità di guardare la scena complessiva, la cosiddetta, figura sfondo, e quindi la rete di significati si sono costruiti o almeno avrebbero dovuto esserlo.

Se un amore non riesce ad accedere alla complessificazione della relazione,  al cambiamento, alla sua progressiva integrazione nella vita reale, ogni mutamento e’ facilmente fallimento totale, se si recide (o solo cambia configurazione nella rete) quel filo, nulla ha più senso, l’altro diventa inutile.

Concellabile con un “semplice” segno, l ‘omicidio.

Perché’ nemmeno i figli, la famiglia, il lavoro hanno un senso, sono presenze, legami che tengono. E sulla scena non riescono nemmeno ad esserci.

Se l’amore, se questa rappresentazione/interpretazione dell’amore è solo questo (un tu/io fusionale), è solo quel  primo di contesto/momento, allora abbiamo da rivedere questa visione, abbiamo da comprendere cosa sia, e insegnarla di nuovo, rispiegando/rispiegandoci la grammatica e la matematica dei sentimenti. Riflettendo sul un dato che amore, legame, relazione, non permettono rapporti di sottrazione, ma di somme e di moltiplicazioni. Talvolta son divisioni, ossia operazioni che generano un equilibrio progressivo che non è togliere ma aggiungere, ridefinire  in modo diversificato.

Femminicidio e’ uno dei prodotti di una società malata, afasica, che non è più in grado di insegnare significato dei legami reticolari e sistemici, e del loro appartenere e afferire a più livelli.
Il cui il momento di inizio (della coppia), e dell’innamoramento, e’ un istante, che cresce nella quotidianità e’ un piano complesso.

I bambini di cui all’articolo sono sinonimo di questa incapacità, non solo di chi uccide, ma di chi accompagna e ignora questa assenza sociale, queste famiglie che diventano buchi neri, che assorbono la luce e nulla mostrano di un fallimento inziale.

Quando io tu non e’ diventato noi, voi, loro, tu e lei, io e lui, io e loro e via di seguito. Quando la pretesa assoluta era io/te maschio/femmina, intessuta con uomini del tutto incapaci di resilienza, amore, capacita’ di cura e autoguarigione, affamati solo di possesso perché incapaci di costruire la propria e altrui vita.

Uomini che non hanno imparato, e a cui non e’ stato insegnato, e che nessuno ha mai guardato divenire adulti nella costruzione del buco nero, … uomini che non hanno mai imparato ad esser uomini e padri.

Di un fallimento così grande abbiamo il dovere sociale, educativo, politico, culturale e genitoriale di parlarne e spiegarlo e raccontarlo, e di significarlo con pratiche di costruzione di reti, di significati, di relazioni e di nessi; a noi stessi, ai vicini, ai figli, ai colleghi, nel lavoro .. E così’ via ..
Stay human

 altri link tematici:

http://27esimaora.corriere.it/articolo/uomini-violenti-incapaci-di-controllarsi-no-sono-lucidi-e-determinati-2/

http://27esimaora.corriere.it/articolo/noi-maschi-dovremmo-occuparci-di-piu-del-femmicidio/

TED Talks Jackson Katz: La violenza sulle donne — è una questione maschile


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Autorappresentazione delle madri

All’apertura del mio primo blog ero nella fase della II maternità (assai diversa dalla prima) e l’idea si avere un blog da mamma mi esaltava tanto.
Era la novità del momento, per me e per il web italiano.
Poi di mio ho provato a rideclinare il blog in una forma meno radicalizzata, colorandolo e meticciandolo con altre tematiche.

Ma la possibilità delle donne/madri di fare una propria narrazione (pubblica) di questa esperienza aveva un valore importante, quello di offrire un sapere dal basso, complementare a quello di tecnici ed esperti.

Poi certo ci sono derive ed assolutismi.

Una di queste è la maternità’ assunta (come narrazione sul proprio blog o pagina facebook o altro socialnetwork) ad unico paradigma dell’esistente. Ecco che foto e parole mostrano madri che sanno tutto loro, senza sbavature; mentre introducono paradigmi teorici su una maternità autoreferenziale, necessitante solo di se stessa per capire e rispondere ad ogni domanda della vita.
E che si basa su due o tre nozioni lette (e piaciute) per sentirsi super competenti … senza dubbi e umilta’.

Appare quindi una maternità autarchica, che non accetta gli altri, scuole o maestri, frustrazioni, dubbi, o inquietudini che sempre vengono offerte dagli sguardi altrui. Una realta’ che si racconta ma non interagisce, che si autoassolve e si auto-giustifica.

Il detto africano che recita che per crescere un bambino occorre un villaggio, porta lontano, porta i figli lontano, li rende “pubblici”, e capaci di imparare da molti altri (persone, storie, emozioni, incontri, abitudini).
Quali figli vogliamo crescere? Quelli della madre che ha bisogno di credere di “saper” tutto, o quelli del villaggio?

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La scuola senza donne

Come non quotare queste riflessioni sulla scuola?

Ma aggiungiamoci anche un pezzetto. Che si legge nell’aspettativa che dall’alto qualcosa di muova, e per una illuminazione di ordine superiore, i programmi scolastici cambino.

Eppure …

Eppure le scuole sono “abitate” professionalmente, in numero maggiore, da donne (dalle dirigenti alle bidelle).

Eppure …
Sono in maggioranza le donne che educano e insegnano a bambine e bambini sin dall’infanzia.

Eppure … A fronte di una classe politica vecchia e misogina … La potenza numerica delle donne nella scuola non vale nulla.
Si dira’ non si possono sovvertire le regole, i programmi, gli stili istituzionali…
Mille scuse legittime si potranno accampare. Con una buona dose di ragioni!

Eppure anche senza programmi si potra’ raccontare del valore dell’esser donne, del saper insegnare e trasmettere, di donne che han fatto “buone cose” anche in assenza di sufficienti informazioni, scritte sui libri.

Pensando che potenzialmente tra quelle bimbe e quei bimbi, ci sono i futuri autori/autrici, dei libri di testo, i ricercatori e le ricercatrici, le donne e gli uomini della politica, della cultura e tutti quelli che cambieranno “in potenza” ciò’ che accadrà.

E’ un bel potere da esercitare con responsabilità ed intelligenza, ma e’ da li’, da quella scuola che tutti siamo passati e passeranno i nostri figli.

E mentre attendiamo che qualcosa lassù succeda, nulla ci vieta di agire, quaggiù, nel piccolo e nel qui ed ora.
Preparando un futuro persone (uomini e donne) capaci di stendere programmi ministeriali e di esame, di concorso, di studio più’ rispettosi della complessità culturale e del ruolo sociale delle donne …


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Il giorno della sparizione delle donne

Lo spunto al titolo lo offre un progetto di una amica – collega.

GIOVANI SGUARDI AL FEMMINILE a Pessano con Bornago (MI). Una serata che nasce attorno al tema del femminile (discusso argomentato osservato) nell’incontrare ragazze e ragazzi nel centro d’aggregazione giovanile “il camaleonte” e nel servizio Educativa Territoriale.
La serata si incentra su tre focus tematici….
1. sulla differenza di genere (differenze tra uomini e donne nel ruolo – ragazza e ragazzo, madre e padre, volontaria e volontario delle associazioni sportive)
2.cosa cambierebbe se scomparissero le donne da….il centro giovani, dallì’oratorio, dall’amministrazioen comunale, dal paese (pessano con bornago)
3. cosa vorrei che gli altri dicessero di me come donna (una ragazza, una volontaria, uan donna di cultura)

A cosa penso se immagino un mondo senza donne?

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C’è del pedagogico in transilvania

Dopo la serata di cui alla locandina, e attraverso alcuni dubbi emersi… ho capito che il web è ancora rappresentativo di un mondo a parte.

C’è chi ne fa un uso inconsulto e chi tema se ne faccia un uso inconsulto, c’è troppa informazione, e il dubbio che non la si sappia usate, c’è il timore che dietro lo schermo ci stiano i brutti pensieri di qualcuno. 

Tutti dubbi leciti e legittimi, peccato che proprio questi dubbi, mi ricordino quanta attenzione si debba fare anche verso certi vampiri si nascondono in real life. Ci sono le  chimere, le sirene, e i lupi travestiti da mamma capra: metafore e storie che narrano e spiegano da generazioni l’attenzione che si deve (anche) porre nell’incontro con gli altri.

Tanto quanto, nel mondo degli oggetti e nel mondo web.

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