PONTITIBETANI

Zone Temporaneamente Autonome


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Inequivocabilmente, il web

Frammenti (con-fusi) su web e incidenza sul reale.

INTRO

Per la prima volta, da elettrice, mi commuovo.

Che è strano. E non è da me.

Ho partecipato tantissimo virtualmente, ma entro un precisa comunità di persone, di parole e di dialoghi, e azioni.

Azioni fatte digitando su una tastiera.

In assenza di corpo fisico, introducendo solo il corpo digitale.

Il corpo, come vado leggendo e inseguendo, non smette di essere in-formato dal cervello, dal pensiero, dalle azioni mentali, e viceversa.

E’ questo un dialogo che inizia già nel ventre materno. E’ una forma di intelligenza che si nutre di azioni reali e azioni pensate, verificate e riprogettate. Mente-corpo- mente: astrattamente suddivisi per la nostra difficoltà di definire una gestalt perennemente in azione, in dialogo, in divenire.

Dove due e uno in realtà sono uno, o meglio dove la realtà/identità restano molteplice e unitarie al tempo stesso.

La bizzarria comunque si colloca negli esiti dell’uso di un terzo: il mezzo (web) che crea e permette.

Si parte dalla relazione tra se e un oggetto che ci proietta verso persone che non si conoscono, con cui dialoghiamo, agiamo, facciamo massa critica, lasciando un segno. Dal virtuale al reale.

Il pensiero concretamente genera una azione in assenza di corpo ….

E’ quello che leggevo qualche tempo fa? C’è una modificazione legata al fatto che gli strumenti che usiamo, dai tempi della clava, si modificano e ci modificano; siamo animali tecnologici, siamo una accezione della parola Cyborg?

In questa occasione il concetto sembra meno minaccioso rispetto al sentire comune e alla propria integrità corporea; nonostante la forza di attrazione della connessione web, della iperconessione tecnologica. Insomma non sento/penso che questo rapporto corpo strumento genera una frattura tra il percepito corporeo e quello mentale. Se non altro perché la dimensione comunicativa tiene alta l’allerta.

Oppure perché l’esperienza, l’età, la vita e la professione (psicomotricista) mi hanno fornito un buon grounding iniziale?

Qualcosa che (mi) impedisce di perder(mi)si davvero nel web?

Una azione del tutto cognitiva, attraverso una tastiera, ha poi generato una emozione precisa, conseguenza di una azione digitale.

(il pensiero è ancora da sistematizzare, mi pare grezzo e impreciso, ma interpretazioni varie saranno benvenute)

citando gloriabevil
Oggi esperimenti di apprendimento: provare cose nuove ci fa sperimentare confini diversi. Nostri. A volte più piacevoli dei limiti abituali.



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Scarpette di cristallo? Ma anche no.

E’ un post che non piacerà alle amanti dei tacchi.

Ma il dubbio devo insinuarlo.

Questioni da donne.

Questioni di corpo.

Di recente ho lavorato con un gruppo di genitori di adolescenti  ..

che mi hanno aiutato a vedere con maggiore chiarezza il valore delle scarpe da ginnastica che gli adolescenti indossano e chiedono come primo oggetto di autonomia.

Autonomia, comodità, emancipazione, libertà di andare, moda, omologazione, somiglianza, scelta, contrattazione.

Non solo un coacervo di batteri e odori improbabili.

Già scarpe comode sono autonomia, possibilità di camminare, correre e saltare, guidare con comodità, avere una lunga autonomia di camminata senza stanchezza, è potersi flettere, sedere a gambe incrociate, pronti alla sosta o allo scatto.

Certo il mio lavoro richiede anche questo, per lavorare con i bimbi, e i ragazzini, la psicomotricità addirittura vuole i piedi scalzi.

Comodità prima di eleganza. Ma il fatto che io sono così, prima a prescindere.

Il corpo richiede libertà di movimento ed espressione, comodità, possibilità di essere sempre attivo nella vita, nel fare, come non dargli ascolto.

Ogni tanto temo di trovare affacciata, nella mia vita, una coach dell’abbigliamento che vuole scovare – nel mio guardaroba – gli errori/orrori, ed esporli alla gogna.

Guardando con orrore le mie implacabili cadute di charme, di chic, di style, di glamour.

Elegante è tacco a spilli, parla francese ed è scomodo.

E poi perchè le donne si vedono proporre con fastidiosa ridondanza i tacchi?

A me resta la strana idea che la S-comodità femminile nella moda, parli proprio della limitazione dell’autonomia femminile.

Collane che  si impigliano, unghie lunghe che non permettono di toccare e sentire sino in fondo… scarpe che donano passo ondeggiante, e equilibri instabili.

Camicetta e gonne che chiedono contesti molto poco dinamici per aver valore.

E l’imprevisto, il gioco, il movimento, la corsa, persino la fuga non sono previsti, o concessi.
Alle donne.

Questo è il mio dubbio.

Ci sarebbe anche altro, come per esempio le forme di pressione cui vengono sottoposte le modelle, in quanto “corpi”.

Ma si rischia il vetero femminismo.

Ma la domanda resta perchè l’eleganza femminea non deve consentire movimento?


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Le anoressiche, se modelle, non pesano!

Se ne era letto in giro. La morte di Isabelle Cara, la modella foto simbolo dell’anoressia. Morta di anoressia, appunto.

Una notizia triste, aveva solo 28 anni, e buttata lì,  da molti media come se si trattasse di un gossip come un altro.

Una delle tante notizie gettate con banalità in pasto a noi tutti.

Lasciamo anche stare oramai anche i commenti di Oliviero Toscani che di quel corpo, impietoso verso se stesso, ne aveva fatto fama per se, eppure opera di denuncia.

Con tutti i pro e i contro del caso.

Quando è successo avevo scritto di getto parole, che sono rimaste ferme nell’aria virtuale. Non potevo fare parte del profluvio di parole.

Chissà se quella morte vale meno, o merita meno pudore, per via della moda (era una modella), per via dell’anoressia (era malata), per via della sovrasposizione mediatica che espropia di umanità chi è pubblico, chi è molto corpo, chi è nella moda, chi sta nel “circo” mediatico. Anoressiche quali freaks della moda.

Oggi a distanza di qualche tempo, leggo questo articolo di Cinzia Sciuto su Micromega che recita così’:

Nella traduzione per il titolo quell’aggettivo, «appesantita», diventa un dito puntato: eh, cara Kate, lo sai che sei un po’ appesantita eh? vabbè, comunque come feticcio ci vai bene anche così, però insomma… E il corpo di una donna viene associato a «vernice e paillettes», come un oggetto di lusso da mettere in vetrina. Ma perché, anziché strizzare l’occhio al pettegolezzo da bar (guarda lì la Kate, eh non è più quella di una volta…), chi fa titoli del genere non si pone il problema (oltre che della fedeltà all’articolo) della propria responsabilità nella comunicazione di contenuti?

Insomma i nostri freaks devono restare tali, e i corpi essere e restare oggetti grotteschi di proprietà pubblica.

Pena il ludibrio.