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Fine scuola: Time Is on My Side e riti di passaggio

Il nostro tempo ora è il vostro ….

E’ quello che ieri hanno lasciato i “nostri” ragazzi: un testimone, per i loro compagni di seconda e prima media (ora scuola secondaria di primo grado), offerto con ironia e leggerezza.

E poi tutti a piangere, insieme, maschi e femmine, abbracciati e arrossati, una commozione che si è propagata anche ai più piccoli, che invece si vedranno solo tra un pugno di mesi.

E poi un spettacolo bello e ben fatto, tra balli e musica, accompagnati dal un prof munito di un enorme sax baritono. Loro, i ragazzi ora con le voci ora con i flauti dolci a ripercorrere le strade dei musical, alcuni appartenenti alla mia adolescenza o giovinezza Jesus Christ Superstar, Grease, Fame …. Continua a leggere

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Squarci

Ogni epoca ha bisogno del suo eroe giovane, della sua morte impovvisa (ma alrettanto annunciata), di celebrare il lutto collettivo pubblico e sbilanciato. La misura di questo sembra la notorieta’, il genio, l’irrequietezza di una vita fulminea.

Amy Winehouse è stat celebrata – ci dicono i giornali on line spesso fotocopie uno dell’altro – da 20 miliono di twit,; persone che si scambiano in via digitale l’informazione, il pathos, il sincero stupore e dolore.

Mentre ci si balocca con la leggenda dei giovani, belli dannati e morti a 27 anni.

Ma sono anche i giorni di Utoya, e di Genova. E non e’ un fatto secondario.
Altre morti, cosi’ diverse e tragiche, e di nuovo sono i giovani a subirle.

Quanti twit si è meritata #Genova2001 e quanti #Utoya? I giornali non ce ne rendono edotti.

Eppure Genova e’ uno squarcio collettivo, tutto italiano, e’ la rappresentazione di qualcosa che avevamo riconosciuto/saputo di altri stati, o di noi stessi in altri momenti storici: quelli dello stato sfigurato, deformato, incomprensibile ai piu’, e che non sembrava appartenere alla nostra storia. Un incubo che torna(va).
Rappresentato poi dalla morte di Carlo Giuliani … “ragazzo”.

E il senso mi viene a mancare, perche’ io con Genova, con quello stato li’ non ci ho ancota fatto i conti.
Non riesco.
Non tanto per la Diaz, Bolzaneto, o per Carlo Giuliani (nomi cosi’ noti, cosi’ vicini da sembrare di esser stata li, di aver visto.) Non riesco invece per le immagini, le cronache, la mia memoria storica (di allora) privata di una illusione: quella di uno stato, un governo capace di governare la violenza, da dovunque arrivasse, senza cavalcarla godendone. Invece no, di quella violenza lo stato si era ammantato, mentre fino a due giorni prima pensavamo che il G8 avrebbe avuto la faccia delle fioriere volute da Berlusconi, e delle mutande stese per provocazione.

Utoya poi … Dopo il gioco delle colpe: è stata della Jihad, o il fondamentalismo cattolico, o il filonazismo, o la follia totale. Gioco squallido quando le colpe si attribuiscono al colpevole più probabile.

le finte colpe si sciolgono mentre restano invece i tantissimi morti.

Giovani. Diventati famosi nella morte. Riconoscibili – per noi, cosi’ lontani da li’ – solo dal luogo in cui hanno finito di vivere.

Insomma ci sono morti e morti, bisogni diversi che la morte incarna.

Di Utoya non so ancora, non sappiamo ancora, di quelle vite non sappiamo.
Resta la follia.
Restano le domande, resta la necessita’ di chiedersi fin dove non avevamo capito (i norvegesi ma non solo) che il fondamentalismo non ha solo un volto straniero, ma si traveste benissimo anche sotto casa, anche quando sembra bizzarro e innocuo, un pò freak e folkoristico.

In questo, in tutto questo, la celebrazione quasi eroica, l’epopea della star meteora che splende e brucia, alla mia eta’, sembra un deja’ vu.
La rappresentazione della morte per come ce la si immagina da giovani, epica e tragica: la fama, l’eccesso, la fine.

Ecco che la morte non e’ cosi’. Non e’ solo cosi’.  Il valore delle persone, degli eventi, della storia non sta nella morte annunciata e talentuosa, ma in squarci sconnessi, in morti davvero imprevedibili, in domande che restano.

E quell’inquietudine che fa da simbolo.


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dicono che siano cose “da ragazzi”

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Confesso che fare da madre ad una preadolescente si sta facendo impegnativo.

E molto.

I soliti dubbi mammeschi, abilmente assopitisi nel corso della latenza, riappaiono rinvigoriti e puntuali … Direi in peggioramento.

Stavolta si tratta di trovarsi pronte e assertive davanti all’import-export del sapere che smuovono gli incontri tra ados, e non si tratta di gestire il problema delle all stars violaazzurreverdi che l’amica pinca pallina indossa …
No, no, ti si spiaccicano davanti al naso le capacita’ di risparmio economico della famiglia caio sempronio, le eccellenze sportive dell’ amico ciccio riccio, e si ritrovano poi, arzigogolando, nella notizia della amica che prima o poi editera’ il suo primo libro.

Ma come a 13 anni?

E allora chi sto educando, io???

Non capisco proprio, ma sembra che l’hubrys genitoriale abbia suclassato la pratica della disciplina e dell’umilta’.
Sembra che la pratica delle starlette e dei campioncini faccia parte della formazione di ognuno, si e’ chiamati a crescere i figli con la logica dell’emersione. Inevitabilmente il pargolo e’ destinato alla fama, alla visibilita’, a qualcosa di piu’ degli altri. E subito.
Bastan 4 gol per pensare al miracolo calcistico, e per impuntarsi a chiedere l’eccellenza e una panchina di platino.

Non me lo spiego, forse sono una inconsapevole cultrice dell’ozio creativo genitoriale.

Ma ancora non mi do’ pace della scomparsa di una idea:
che la gavetta sia un passo necessario per tutti.

Imparando a imparare; imparando a fare, disfare e rifare…

Imparando che esiste gente piu’ in gamba di noi, da cui imparare, emulare, e copiare.

Imparando che esiste il nostro posto al mondo, e sempre. Anche fuori da una certa visibilità. E che il valore delle persone appare nelle pieghe più inusuali dell’esistenza, e che la meta è spesso il viaggio, ciò che si raccoglie per una strada lunga che non la coppa d’oro.

Eppure ciò che la figlia mi porta a casa sono queste storie, di amichette/i, di coetanei bravi e spinti alla bravura performante.

Cui io non la sto preparando. E’ questo che mi sta chiedendo?

Di spingere anche io sull’accelleratore dell’eccellenza e di dirle che una pagella davvero ottima (tanti dieci, un pò di nove, qualche otto) quale è stata la sua significa avere in mano la carte certe della riuscita nella vita, e che per questo si merita il meglio dalla vita.

Ma il gioco non è questo, credersi più bravi, credere quando ci dicono che siamo il “più” non sempre corrisponde al vero, e rischia di impigrire il nostro vivere. Come faccio io a sapere e leggere in un figlio un destino di “migliore”? Mi basterebbe che trovasse la sua strada e non la mia.

Ma, come dice la mia amica I.,  sono una “strana” e forse per questo mi sento fuori tempo … Oppure no.


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Occhio non vede … disattenzioni

Generalizziamo pure.

Una scuola.(Scuola media)

Forse come tante.

I maschi quasi di abitudine toccano il sedere alle femmine, che spesso ridacchiano. Le femmine vanno a scuola truccate e a volte vestite come sedicenni al sabato sera.

Nessuno dice nulla, nessuno vede nulla.

Un incontro tra corpi, agli albori di quel che saranno gli amori, le delusioni, le disillusioni, lacrime e cuori spazzati. Di quel che saranno amicizie, scoperte, sentimenti, tradimenti, imbarazzi, pudori e intimità.

Ma gli adulti, ancora una volta si distinuguono per ciò che non vedono, anzi per ciò che nemmeno guardano.

Già chissà cosa guardano?

Intanto quei corpi provano a comunicare con un linguaggio grezzo, fatto per gli adulti, il sesso e la sovraesposizione dei corpi. (l’effetto “velina” e “uomini e donne” docet, non solo per ciò che riguarda i modelli della tv).

Ma tanto gli adulti non sono responsabili e custodi dei corpi, al massimo vietano di andare in cortile, capitasse mai che uno si rompa un braccio correndo. La scuola perciò si tutela con il divieto.

Di nuovo i corpi restano prigionieri dell’aula, del banco, dei corridoi. Dove passare il tempo, repressi ma invisibili.

Straordinariamente ed eccezionalmente è qualche prof di religione, o l’educatore (dove e se c’è  .. e che fortuna hanno le scuole dove arrivano occhi nuovi e parole diverse) che introduce l’argomento, ora la prostituzione, la tratta, ora lo smitizzare con un sorriso o una battuta l’ormone ballerino del 13enne.

E tutti sanno – da quel momento in poi – che quel corpo lì, che è il loro: é.

Corpo che Esiste, parla, E’ visto/guardato, e può essere nominato, aiutando il dialogo tra maschi e femmine. Se lo dice il prof, o l’adulto, se l’adulto “ha” le parole, se dice cos’è qual corpo, lo rende possibile, lo permette ,lo presentifica. Ma anche lo rende in parole.

Allora il dialogo tra maschi e femmine può avviarsi su binari più complessi, non solo la “palpatina” o il trucco pesante, ma anche incontro di parole, che poi torneranno ai corpi.

Un incontro meno fragile o strappato, un incontro possibile davvero.

Basta anche anche l’adulto offra uno sguardo e una parola ….


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“Credulonia” .. Ruby e le altre …

Mi è stato insegnato che la confutazione all’altro va fatta appellandosi alla parte più alta della sua intelligenza, evitando il contenzioso sulle sue argomentazioni più becere e basse, quindi non svilendo la altrui intelligenza.

Bene.

Allora prendiamo di petto la questione Ruby e le miniprostitute, proviamo a postulare l’assoluta e totale buona fede (Fede .. non è un gioco di parole attorno ad Emilio ..) di Silvio & co., nessuno sapeva nulle e nessuno ha mai fatto nulla di “male”.

Ammettiamo solo che a casa di un signore molto molto ricco, molto molto potente, molto molto anziano andassero a cena un sacco di ragazze molto molto giovani. Così “molto molto” giovani da sospettare che fossero troppo giovani.

Allora mi dico che se a casa di mio nonno (che appunto era vedovo) fossero andate diciamo 5/6 diciottenni qualche cosa me lo sarei chiesta come nipote, e qualcosa certamente (e anche più legittimamen) se lo sarebbero chiesta mia madre e i miei zii ….

Ma aggiungo che tutti si sarebbero chiesti che cosa ci facevano ragazze così giovani, e magari avrebbero chiesto alle ragazze quanti anni avevano, e da adulti responsabili le avebbero rimandate a casa.

Facciamo pure finta di credere che le signore sessantenni rifatte sembrino giovani donne, fingiamo anche che le adolescenti implumi delle sfilate siano trentenni glamour, ma sappiamo che stiamo fingendo:

sessantanni sono sessanta

e diciassette anni sono diciassette.

Non si scappa e il corpo non mente.

Eppure nessun adulto attorno ad un “Presidente del Consiglio” (non fosse perchè era un adulto, perchè era un vecchio, perchè rappresentava un paese, perchè aveva responsabilità) gli ha mai detto:

“Hey Silvio, ma queste sono troppo giovani, cosa ci fanno qui, mandiamole a casa, sono ragazzine ……..”,

no, nessun adulto ha fatto l’adulto.

 

Sembra che il prode Sallusti abbia anzi scritto approssimativamente che questa ragazze sembravano più adulte della loro età, quindi che problema ci poteva essere?

Tanto “sembravano”, quindi si poteva anche fare finta … di niente.

Perchè??

 

Ecco io penso che stiamo consegnando ai nostri figli un mondo in cui gli adulti non vedono i bambini, i piccoli, i giovani ….. questo è quello che stanno imparando oggi, anche da questo piccolo fatto.

Sono abbastanza certa che i “comunisti” saranno in accordo ma quelli del “pdl”, e faccio appello alla loro intelligenza, come fanno a non pensare che questa singola cosa, policalmente, culturalmente non funzioni??

E vada bene così???


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Forme di fragilita’ e violenza

Parte uno – la cronaca
Ecco che nei giornali continua lo stillicidio di violenze, stupri e omicidi di donne.
Ma temo sia una sensibilizzazione mediatica, e una moda destinata a passare, fino alla prossima curiosità sulle fragilità umane.

Un fatto che passa in secondo piano e’ che lo stillicidio di morti non tocca solo le donne.

Stamane nelle notizie del quotidiano locale:
due suicidi di uomini, insospettabili e inaspettati.

Di recente omicidi nei luoghi di lavoro, da parte di uomini altrettanto insospettabili per background professionale …

Ancor più di recente e ancora meno comprensibile un carabiniere uccide la moglie in via di separazione, ma il dato più perturbante viene dal fatto che l’uomo era legato ad una unita’ operativa che si occupava proprio di interventi in questo settore (ovviamente se diamo credito all’approssimazione che i giornali usano come cifra stilistica), come a dire uno della professione e forse già sensibilizzato al tema e all’operativita^ …

E poi minorenni violenti, incapaci di gestire l’emotivita” e che finiscono, senza accorgersene (dicono le cronache) per uccidere.

Finche’ non metteremo i distinguo non saremo in grado di comprendere le facce della violenza, e nello specifico quella di uomini verso le donne … quando arriva dall’ignoranza, quando da una attitudine sadica, quando e’ frutto di uno dei vari gradi e forma di disturbo mentale, quando nasce nella polveriera di una famiglia che si sta separando, quando e’ figlia di se stessa, quando e’ frutto di una comunicazione che non sa comunicare, quando e’ la fragilità che diventa violenza per dimenticarsi di esser fragile.

Uomini violenti, in alcuni casi
perché fragili,
perché vediamo più violenza che pace, perché stiamo osservando una politica incapace di pensare in modo collettivo e proiettato al futuro, e che pensa solo a se stessa (la deriva egocentrica non e’ mai adulta e competenete a livello umano e non mostra o insegna ed essere adulti e capaci di stare al mondo),
perché non insegnamo a scuola una forma di educazione sentimentale, emotiva, comunicativa e sessuale (roba da genitori – queste cose non si dicono), e la scuola deve limitarsi al far leggere/scrivere/far di conto,
perché non filtriamo una cultura che vieta ai maschi di gestire le proprie emozioni (i gormiti e i mostriciattoli risolvono tutto … A botte – Pare),
perche’ i genitori vogliono avere il pupo campione di ogni disciplina e perdere e’ brutto,
perché pensiamo solo ad insegnare la competizione e dimentichiamo la cooperazione,
perché manca la prevenzione ….
perche’ noi donne abbiamo da percorrere altra strada nel capire i confini della violenza vissuta, subita, assistita e in alcuni casi perpetrata (violenza psicologica non fisica),
perché tutti ci dimentichiamo che la violenza e’ molto complessa e sfaccettata, e si perpetra quasi sempre verso i più deboli, e non possiamo dimenticare le violenze che lasciam perdere (verso i disabili, i deboli, i poveri, etc etc etc metteteci voi le categorie che volete)….

Per leggere qualcosa di pensato, sull’unita^ ci sono volute le lettere al giornale e la risposta di Luigi Cancrini che parlava del pugile che ha ucciso la prima donna trovata per strada … Dove parlava anche della patologia e della prevenzione.

Prevenzione che e’ saper fare i distinguo, che e’ cultura, formazione e prevenzione, cose che sanno andare oltre ai pur legittimi furori mediatici.

Parte Due – un aneddoto

Ieri osservavo le attivita’ attorno ai tappeti elatistici (un grosso impianto) che di sera e’ destinato ai piu’ piccoli ma di giorno viene fruito da gruppi di adolescenti.
Un gruppo di sedici/diciassettenni (4/5 maschi e un paio di ragazze) saltava: alcuni bravissimi, tecnicamente fantastici, come solo riescono ad essere gli ados [ quelli che arrampicano, che fanno parkour, o free style, skate …] senza velleità sportive competitive.
Energia e plasticità allo stato puro, forza ed eleganza.

Arrivano altre due coppiette, i 2 maschi ( a mio avviso) del genere “sfigati” ombrosi, musoni, fisicamente meno plastici, lasciano le ragazzine alle panchine e vanno a giocare li vicino. Ma non prima di averle appellate in modo maleducato e minaccioso perché non guardino “quelli la’”, le ragazzine sembrano apatiche e indifferenti sia al tono di voce che all’imposizione.
Non sembrano interssate a nulla, non al gruppo dei saltatori, ne’ ai due accompagnatori, che da lontano le guardano rabbiosi e minacciosi.
Non succede altro.

I due “sfigati” mi hanno trasmesso la sensazione di grande incompetenza comunicativa, invidia malcelata, e sfiducia in se stessi. Ragazzini fragili, poco capaci di relazionarsi con le fidanzatine se non in modo sgradevole e minaccioso.
Figli di chi, e di quale situazione, di quali messaggi? Forse imprigionati in ruoli che non danno respiro e possibilità di giocare, divertirsi e vivere …

Mi sono chiesta quale sia la matrice della violenza e che stada dovranno fare questi ragazzini per diventare uomini capaci.

Ovviente non credo che il gruppo dei saltatori sia quello meno a rischio. Solo che questi due mi hanno trasmessa molta più fragilità, insieme alle loro ragazzine abuliche…


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inteludio romanticamente politico … anarchia e vecchi merletti …

Non ho mai capito perchè l’anarchia facesse così “brutto” …

E’ del mio immaginario giovanile, l’anarchia romantica del nè dio nè stato nè padrone, della capacità degli individui responsabili e maturi da viver in comunità pacifiche, prive di norma imposte e capaci di autonormarsi.

Dicesi utopia. Tant’è che crescendo son diventata estimatrice della res-publica e del governo del popolo … a maggior ragione da quando il bene collettivo e alla scelta democratica si scontrano con virulenza epidemica con popolismi mediatici.

Ma è altra storia, attuale e non romantica.

Xyz era amico di un ex moroso, conosciuto durante il servizio civile.

Anarchico serio, e persona per bene.

Niente tv, per cominciare, ma nemmeno luce e gas in casa, per non dipendendere dalle allora compagnie statali che fornivano le utenze domestiche. Xyz viaggiava a bombole del gas, stufa economica, e lampade ad acetilene.

I panni si lavavano con una stramba lavatrice a manovella. Scomoda ma libera.

Xyz non aveva mai lavorato … come dipendente, ma sempre e solo come lavoratore estemporaneo, mai assunto da nessuno per scelta…… “…..nè padrone”.

Mi ricordo una casa nettissima, colma di libri, un uomo colto, fine, educato, affascinante nella pacatezza con cui esprimeva i pensieri.

Per coerenza non si era mai impegnato “in amore” anche se l’ultima volta che ne avevamo avuto notizie … si diceva avesse ceduto ad un impegno stabile con una bellezza locale.

La sua scelta radicale mi era piaciuta nella sua schiettezza, priva di ogni bisogno di evangelizzare l’umanità tutta, mai ammorbata con le vanterie cui siamo usi oggi, che impongono che ogni scelta diversa dal solito venga pubblicizzata e propinata come la migliore.

Eh si, mi rendo conto che ne sono satura, oggi, di queste scelte non convenzionali e non commerciali, ci vengono sventolate sotto il naso con la saccenteria dei primi evangelizzatori, si tratti del cibo vegano o macrobiotico, della tetta che allatta, del pannolozzo del bebè o del sapone di aleppo.

Tutti fighissimi a farti sentire non all’altezza di cotante scelte radicali. Loro. Pieni di sventolii di badiere del più giusto, bello, equo, etico, social …

Ad occhio e croce i veri radicali, in questo senso, fanno e non sventolano. Saldi e pacati nelle loro scelte nette. Io non ne sarei capace, faccio ciò che posso e magari  … molto spesso non basta, son troppo approssimativa ma evito le crociate: ho imparato.

 

 

Romanticismi della media età ….