PONTITIBETANI

Zone Temporaneamente Autonome


5 commenti

Maternità possibili

Parole tra le altre, una coralità di voci sulla maternità, un esperienza e una lettura emozionante.

Un grazie particolare va a Irene Auletta che mi ha coinvolta ed emozionata.

 

Annunci


7 commenti

nascere, rinascere e nascere ancora

C’è stata una discussione in un gruppo – cui partecipo – fatta di incomprensioni, radicalizzazioni e molta fatica. Un vero peccato vista l’incomprensione di fondo che è rimasta.

Il tema era: i modi di partorire. La deriva: partorire con o senza dolore, come diritto e come scelta. Il rischio: cercare di individuare cosa è giusto e cosa è sbagliato per tutti.

Adesso a mente più lucida ho bisogno di mettere giù una riflessione che vada oltre alla discussione.

Continua a leggere


2 commenti

dicono che siano cose “da ragazzi”

20110712-123812.jpg

Confesso che fare da madre ad una preadolescente si sta facendo impegnativo.

E molto.

I soliti dubbi mammeschi, abilmente assopitisi nel corso della latenza, riappaiono rinvigoriti e puntuali … Direi in peggioramento.

Stavolta si tratta di trovarsi pronte e assertive davanti all’import-export del sapere che smuovono gli incontri tra ados, e non si tratta di gestire il problema delle all stars violaazzurreverdi che l’amica pinca pallina indossa …
No, no, ti si spiaccicano davanti al naso le capacita’ di risparmio economico della famiglia caio sempronio, le eccellenze sportive dell’ amico ciccio riccio, e si ritrovano poi, arzigogolando, nella notizia della amica che prima o poi editera’ il suo primo libro.

Ma come a 13 anni?

E allora chi sto educando, io???

Non capisco proprio, ma sembra che l’hubrys genitoriale abbia suclassato la pratica della disciplina e dell’umilta’.
Sembra che la pratica delle starlette e dei campioncini faccia parte della formazione di ognuno, si e’ chiamati a crescere i figli con la logica dell’emersione. Inevitabilmente il pargolo e’ destinato alla fama, alla visibilita’, a qualcosa di piu’ degli altri. E subito.
Bastan 4 gol per pensare al miracolo calcistico, e per impuntarsi a chiedere l’eccellenza e una panchina di platino.

Non me lo spiego, forse sono una inconsapevole cultrice dell’ozio creativo genitoriale.

Ma ancora non mi do’ pace della scomparsa di una idea:
che la gavetta sia un passo necessario per tutti.

Imparando a imparare; imparando a fare, disfare e rifare…

Imparando che esiste gente piu’ in gamba di noi, da cui imparare, emulare, e copiare.

Imparando che esiste il nostro posto al mondo, e sempre. Anche fuori da una certa visibilità. E che il valore delle persone appare nelle pieghe più inusuali dell’esistenza, e che la meta è spesso il viaggio, ciò che si raccoglie per una strada lunga che non la coppa d’oro.

Eppure ciò che la figlia mi porta a casa sono queste storie, di amichette/i, di coetanei bravi e spinti alla bravura performante.

Cui io non la sto preparando. E’ questo che mi sta chiedendo?

Di spingere anche io sull’accelleratore dell’eccellenza e di dirle che una pagella davvero ottima (tanti dieci, un pò di nove, qualche otto) quale è stata la sua significa avere in mano la carte certe della riuscita nella vita, e che per questo si merita il meglio dalla vita.

Ma il gioco non è questo, credersi più bravi, credere quando ci dicono che siamo il “più” non sempre corrisponde al vero, e rischia di impigrire il nostro vivere. Come faccio io a sapere e leggere in un figlio un destino di “migliore”? Mi basterebbe che trovasse la sua strada e non la mia.

Ma, come dice la mia amica I.,  sono una “strana” e forse per questo mi sento fuori tempo … Oppure no.


27 commenti

Mamme blogger .. una riflessione – lievemente – pedagogica

Questo è articolo integrale che avevo preparato per la Conferenza. Lo abbiamo tagliato, se non in una piccola parte. Mi sembrava giusto pubblicarlo sul “mio” blog, perche tutto quello che scrivo nasce da questa storia, nata come la mia figlia più piccina, circa due anni e mezzo fa.

Non so se riuscirò a linkare tutti i blog che cito, ma per chi fosse interessata/o … basta un bel copia-incolla su un qualsiasi motore di ricerca.

Ma credo di voler tributare alle molte Blogger che conosco, (non tutte) una particolare riconoscenza per il grande contributo che danno alla de-stereotipizzazione della figura materna e alla complessificazione di noi stesse …

Davvero grazie.

Monica

Le mamme blogger

Ecco una breve selezione di nomi  sono blog che contengono la parola mamma o sono virati a trattare la maternità

bismama

mamme acrobate

l’unicopuntosaldo

madre snaturata

mammaimperfetta

mammafelice

mammamsterdam

mom@work

panzallaria

serialmama

vitadastrega

mammacattiva

mammain3d

macheddavero

trarockeninnenanne

nonsolomamma

mamma al quadrato

una mamma in corriera

tacchi? non grazie ho smesso

a lezione di mammità

diario di ondaluna Milano e Lorenza.

Una mamma e la città

Word Wide Mom Italian Mom

Piattini Cinesi

meglio un blog oggi che un prozac domani

mamma oggi lavora

moms on the city

Social network sulla maternità

mamma che club

working mothers italy

veremamme

genitori crescono

 

Cos’è una madre.


La mia esperienza è di blogger. Di mamma blogger, nella fattispecie.

Che poi nella vita faccio anche altro, psicomotricista e consulente, e madre, appunto.

Una che tiene il suo diario, on line, e racconta alcune cose.

Due anni fa mi sono trovata a casa, per la seconda figlia, ho scoperto che esisteva questo fenomeno delle mamme blogger, e visita la mia curiosità/simpatia per la tecnologia mi sono buttata in questo mare fatto di parole e pensieri, sulla maternità; e non solo.

Avevo anche il tempo per farlo. Ovviamente in questa navigazione web ho guardato selettivamente il tema che mi interessava: l’essere madre, inscindibilmente connesso alla complessità di ogni persone.

E ho finito per amare ed appassionarmi di tutti quei blog che davano un quadro infinito e sfumato, assai complesso delle donne che lo abitavano. Ed è quello che vorrei raccontare.

Una mamma che ha un blog è una madre di nicchia, una creatura un pò strana, una con mille braccia e mille cose fatte e non finite, forse. Una Kalì del multitasking, allatta, scrive, spannolina e telefona, contemporaneamente.

Spesso spannolina e legge una mail sullo smartphone. Non sempre fa i biscotti.

Oppure fa tantissimi biscotti e tiene un blog in cui parla solo di biscotti, o di decupage. in quel caso non fa i biscotti.

Una che chiede e si chiede cosa va bene o va male. Si fa? Non si fa? Cosa ci se ne fa di quest’essere madre?

Oppure riempie il blog di cuoricini virtuali e scrive ogni mattina che meraviglia è svegliarsi – ogni mattina – con il suo bimbo accanto.

Nel mondo dei blog, nascono fiammanti e infuocate discussioni (si chiamano flame, appunto) tra scuole di pensiero.

Brava se allatti solo con il seno, ben partorisci in un certo modo, ma se non usi un certo pannolino sei una ousider.

Il sottile discrimine tra una “brava” mamma ed una “cattiva” si gioca in poche battute.

Alle volte il paradosso diventa davvero impagabile, tutte brave se partoriscono in modo naturale, ma altrettanto ottime se scelgono in parto in epidurale.

Spesso ci sono due scuole di pensiero, in totale antitesi. Buffo, no!?

A seguire queste tesi sarei scissa tra un prima maternità come mamma brava per via del parto in acqua, 11 mesi di allattamento al seno, e una seconda maternità con il bollino nero della madre cattiva per via di quel parto indotto chimicamente e il mancato allattamento. Alle volte i termini di questi flame feriscono la sensibilità individuali.

Le mamme che allattano con il biberon sono, in fondo, anaffettive, anche se la decisione di non allattare al seno è stata inevitabile e sofferta. E sto citando un aneddoto personale perchè è una frase che mi sono sentita dire da una supermadre ecologica … Curiosamente, se passaste di blog in blog, la vostra percezione di essere ora una buona buona madre, ora una cattiva madre, subirebbe mille contraccolpi.

Difficile trovare una appartenza chiara.

Eppure, c’è un mondo, dentro questo mondo, fatto di mamme che già nel nome del blog mettono in luce incertezze, luci ed ombre della maternità.

Donne complesse e inquiete che si chiedono e si raccontano, mamma cattiva, imperfetta, serial, snaturata, acrobata, extra, vera … con ironia, con tutte le pesantezze e tutte le leggerezze possibili, quando espongono di questa parte di se.

Ma in fondo una madre è cattiva, lo “è”, per via di un modello culturale prevalente.

Si intende che non penso alle madri tragiche della cronaca nera, ma alle madri che di giorno in giorno si trovano ad inventarsi un ruolo, tra mille dicktat, duemila consigli, tremila pressioni.

C’è una bellissima rilettura del mito di Medea, ad opera di una scrittrice tedesca, Christa Wolf.

La Medea che ci viene riconsegnata dalla storia e dal mito come la Madre Che Uccide i Propri Figli, e nella rivisitazione è in realtà vittima di uno scontro culturale, da cui ne esce doppiamente vittima, perché i figli le vengono barbaramente lapidati e perché a lei stessa viene ascritto il delitto.

Tornando alla leggerezza precedente, però, torno a dire che la maternità è frutto di una narrazione altrui.

I pediatri, i sociologi, gli psicologi, e poi i ricercatori e via dicendo ci hanno detto: cosa è materno, cosa buono e cosa giusto.

Ma la rete, il web è già magicamente un qualcosa di nuovo, e per le donne è la possibilità di creare un narrazione del materno, mentre sta accadendo, ad opera di chi è madre.

E’ una narrazione collettiva e concreta, un quilt, un puzzle in cui si vengono a tessere le mille esperienze della maternità, un racconto a più voci del tentativo di rendere propria la narrazione del materno, di definirne i confini a partire da se, dalla propria parzialità di madre.

E non è vero che le donne questa esperienza l’hanno sempre fatta, in casa o al famoso “parchetto” sotto casa, o ancora appoggiate agli stipiti delle porte dell’ufficio per dire alla collega qualcosa del figlio malato.

Questa è una esperienza nuova, è una rappresentazione pubblica, una narrazione, e alle volte anche una metariflessione complessa sul “materno”. Con un testo aperto, pubblico e pienamente accessibile a tutte e a tutti.

Non so se una blogger sia più Penelope o Amazzone, se sia più attenta a ribadire il suo sostare nella maternità, o se cavalchi lontano per scoprire nuovi modi di esserlo, di certo oggi vuole e soprattutto può narrare questa esperienza. Spesso mandando al mittente la bollatura di “mamma cattiva”.


3 commenti

Un titolo fuorviante: “Latte materno = forza + intelligenza potenziata”

Vabbè si vede che bisogna sempre togliersi qualche sassolino dalle scarpe, e provare a dire la propria. Il silenzio rischia di legittimare uno stile brutto,  fuorviante e  poco chiaro nel dire le cose.

Uno:

fare la madre è una faticaccia. Una bellissima fatica. Una fatica moltiplicata da titoli cretini come questo (l’articolo NON dice ciò che il titolo promette), e per fortuna. E’ faticoso saper scegliere, orientarsi e alle volte capire cosa è importante.

E sul latte materno si giocano guerre atroci  e scorrette:

da un lato le aziende che producono i latti in polvere che pompano i propri interessi, a volte come nel famoso caso della Nestlè , e per le quali fare i propri interessi diventa quasi doloso.

da un lato la rivendicazione dell’allattamento materno come migliore alimento nella primissima fase della vita finisce per essere giocato sulla pelle delle madri che a seconda del punto di vista scelto diventano moderne Crudelie de Mon opposte a “sante subito” che allattano fino ai 3 anni del pupone. O madri cattive o madri perdutamente mucche.

E in piena tempesta ormonale post partum non è facile sentirsi subito competenti.

Due

questo è un buon modo di parlare di allattamento al seno:

L’allattamento al seno: protezione, incoraggiamento e sostegno. Dichiarazione congiunta OMS/UNICEF

L’allattamento al seno: protezione, incoraggiamento e sostegno. L’importanza del ruolo dei servizi per la maternità.

OMS, Ginevra, 1989

Strategia globale alimentazione neonati e bambini OMS/UNICEF

 

Tre

Sicuramente ci sono le madri che non allattano al seno per vezzo, fastidio, fissa, lavoro, per motivi futili, per motivi estetici, per motivi gravi e seri.

Ma su tutte spesso si stende la patina di madri cattive, anaffettive, che vogliono il loro bene in modo egoistico e non pensano al bene del proprio bimbo … (e di ciò avrei anche un paio di aneddoti personali, molto sgradevoli).

La rete ci consente di narrare la maternità da un punto di vista nuovo (il famoso 2.0): il nostro. E dove gli esperti possono aiutare ad orientare, scegliere, pensare, rassicurando, sostenendo, insegnando…. senza pretese di essere gli unici depositari del sapere sulla maternità.

 

Per chiudere, un titolo così, illude di trovare la magia per “avere”  figli più  intelligenti e forti; cosa che l’articolo non dice. L’articolo, con un titolo così, fa un cattivo servizio alle madri, all’allattamento, alle madri che tentano precari equilibri, e ad ogni  una riflessione seria sull’alimentazione.

Smettiamola di farci parlare addosso.

 

Oggi è la giornata in cui pensare come diffondere la cultura della prevenzione di tutte le forme di violenza ed abuso sui bambini, in Italia e nel mondo, e spingere le istituzioni e governi a rafforzare le misure per la protezione dei minori.


3 commenti

Tecniche di ingaggio figliesche, ma per educare ci vuole un villaggio

Le cure fisiche pre nanna dedicate alla figlia piccina sono diventate particolarmente onerose, un pò per via della la nuova casa, con i suoi rumori, i nuovi silenzi, e l’inserimento alla “primavera”. Grandi cambiamenti per tutti, ma soprattutto per lei, che ha sempre avuto una fortissima identificazione con la SUA casa.

Due giorni dopo l’inserimento alla materna … la microba mi ha scagliato irosa per qualche giorno, in un totale delirio “vai via, mamma, via” .- “voglio papà” … Con un rifiuto così viscerale da fare parecchio male. Essere mamma e farsi rifiutare è una botta potente alla stima di se (acc se siamo fragili).

Poi con un colpo di reni, e con la complicità del padre, abbiamo rimesso in carreggiata lei, i suoi sentimenti e i nostri. Lui è stato molto bravo, lo dico.

C’è toccato mettere regole e steccati, dove prima non c’erano, che hanno funzionato splendidamente per la microba, infatti si è subito riassestata su una affettività più piana e facile.

Questa sera, mentre il papà è assente, la messa a letto si è giocata anche con la sorella, figlia grande, che le ha letto storie, giocato al salto ad ostacoli, blandito e imperato. Poi sono entrata in azione io, e il “vai via mamma” ripetuto per una sola volta e’ diventato un gioco psicomotorio di rotolare via e tornare da lei. Rassicurante per entrambe.

E mentre rotolavo sul letto, rincorrendola tra risate e ciucci, mi sono resa conto che questa facilità è data dal villaggio, dalla rete che oggi era attorno a noi.

Le nonne hanno variamente supportato me che dovevo lavorare/pensare/scrivere/progettare, e quindi ero presente in corpo ma non in spirito; il nonno che nelle sue abilità tecniche aggiusta, ripara, fa manutenzione operosa delle cose; la figlia grande che si è giocata in  un ruolo nuovo con la microba (spesso lo fa molto abilmente;  la scuola materna,  che nonostante le fatica e il dolore del distacco si è dimostrato un buon posto per lei e per noi; infine il papà della piccola che si è stato molto bravo anche nel supportarmi (o sopportarmi?). Vabbè, io sopporto lui!! 🙂

E mentre io e la piccolina giocavamo il nostro “gioco del rocchetto”, fatto di andare e venire, da lei a me, da me a lei, fatto di corpo che si muove nello spazio,  ho sentito – per analogia – la forza di questa rete di supporto, che permette questo andare e venire mentale ed emotivo, edi elaborare i distacchi in una cornice di senso.


6 commenti

Guardare. Una madre.

Sembra un racconto. E non lo è.

La signora XXXX, la incontro quasi ogni giorno, ha un figlio coetaneo della grande e una figlia un pò più grande. Mi capita di fermarmi a parlare con lei, anche se per bervi attimi.

Una donna che parla tanto, quasi travolge con il flusso veloce delle parole, ed io la scopro mano a mano, come una persona colta, attenta e sensibile. Che non ti guarda mai in faccia, nel suo eloquio veloce, e non per maleducazione; il suo sguardo è sempre rivolto lontano, altrove.

Lei è fisica, presente, e potente in ciò che dice, una donna forte che resta impressa. Eppure lo sguardo va sempre altrove.

Un giorno, nella sua  lievità adolescenziale, inconsapevole, la mia figlia grande mi dice che primogenita della donna soffre di sclerosi multipla, da circa 5 anni. Lei lo dice come fosse una banalità e non sa nemmeno cosa sia la sclerosi.

Un giorno la incontro in un negozio, con la  sua figlia grande, che sta (ancora ed evidentemente) bene, studia, è brava, studiosa, intelligente, davvero carina, simpatica, piacevole, allegra.

La madre sorride mentre parla e mi guarda in faccia, intreccia lo sguardo, non guarda “altrove”.

Il suo altrove sta lì accanto a lei.