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fuori moda: esser migliori

che non è essere i migliori di …

che non è la pulsione a fagogitare gli alti, surclassarli, superarli, sbatterli al tappeto, o giù dal barcone, che non è dirsi e/o credere davvero di saper fare qualcosa meglio di tutti …

è una lotta quotidiana a superare quei c**** di difettacci che ci portiamo addosso, disciplinando caratteri ed umori.

e farlo non per gli altri.

facendolo semplicemente per noi stessi, dopo avere smesso di guardare se gli altri ci guardano, ammirano, o si interessano alle nostre azioni.

e come diceva herrigel nello zen e il tiro con l’arco, lo cito con una certa approssimazione scusatemi, alla fine scopro che il bersaglio sono io, il bersaglio è interiore …

questo fa si che il gesto, le piccole cose prendano significato, una per una minuto per minuto .. non vi ricorda ricorda un pò anche il vecchio e buon eraclito …?

mi chiedo solo perchè gli italiani preferisceno una proiezione insicura di se all’esterno, perchè sia meglio farsi dire come si è bravi, anzichè cercarla e sedimentarla.

lo sforzo è analogo, il risultato no. il primo espone ad una ricerca continua e spasmodica di applausi, di consensi, di strategie e marachelle per non sentirsi troppo finiti o inutili.

nel secondo caso il problema non si pone, lo sforzo è teso a migliorare qualcosa di se, tanto per star meglio … poca cosa,  in effetti.

obsoleta.


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dialetto

ho studiato, lo giuro, l’inglese 3 anni alle medie, 5 alle superiori, 1 all’università (superando l’esame al primo colpo).
ammetto la colpa di non aver dedicato del tempo alla lettura quotidiana dei giornali, almeno quelli, in inglese …
peraltro, senza averlo studiato, riesco a leggere più agevolmente un giornale in francese o opzionalmente in spagnolo.
così da quando bazzico il blog e l’html, il css e alcuni manualetti d’uso di ammennicoli tecnologici comprendo meglio la mia grande lacuna, e pertanto, dove posso,  shifto e leggo lingue più a me consone.
ultimamente mi sforzo anche di comprendere l’astruso dialetto parlato nel micropaese in cui mi trovo a vivere.
ma mi chiedo l’utilità di insegnarlo a scuola, visto che i bimbi spesso lo imparano dai nonni ed in casa e tanto occorrerà in caso nella loro vita, e mi chiedo pure se non sarebbe meglio insegnare l’inglese e verificare che resti ben piantato nella testa degli studenti …
insegnarlo così tanto che detti bambini, come dice vincenzo cerami sull’unità di ieri, possano realmente  proiettarsi sul” loro futuro concreto, di cittadini nel mondo” …
siamo come al solito all’ennesimo mono pensiero. 
monopensiero fuoriuscito dal mono neurone che alcuni politici,  peraltro usano, come un libro nel bookcrossing … prestandoselo l’un con l’altro.
 


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casalinghità, un lavoro del cavolo ….

E’ vero.
non mi ci abituo, e magari nemmeno faccio troppi sforzi …
diciamo che non ho nemmeno troppa voglia di sforzarmici.
la casalinghità mi espone ad un non ruolo sociale, sofferto e silenzioso.
privo di quella ricchezza che permette il lavoro, mi sento scacciata in un ruolo svuotato la complessità espressiva e creativa che comporta risolvere o affrontare un problema, e forse soprattutto svilito dalla inutilità di comunicare attorno al suo oggetto.
a nessuno della mia famiglia (com’è ovvio, nemmeno a me interesserebbe) fotte nulla se ho lavato i vetri o i pavimenti, o tantomento interessa discutere sulla tipologia di detergente sarebbe più proficuo usare, o sulla profumazione più gradevole.

la comunicazione è parte delle mie necessità esistenziali, così pure la ricchezza riflessiva sull’oggetto attorno al quale si ronza (lavoro educativo, nello specifico), per non dimenticare il gusto della problematicità che obbiga a trovare nuove strategie per fare ed imparare, ed infine la possibilità di costruire insieme agli altri, cooperare, riflettere, scambiare etc etc etc
come a dire che l’avere un cesso luminosissimo, scintillante, pulitissimo, non mi pare così interessante, e per quanto mi risulti essere una personalissima necessità igienica ed olfattiva fondamentale, umanamente mi indispone.
non ci trovo gusto.
forse la casalinghità richiede qualche abilità che non è contenuta nel mio dna, esige una competenza zen nel fare cose bene, rilassate, per sè, senza attender un ritorno su un piano più esteso, è un fare che non abbisogna riconoscimento.
magari bisogna essere in pace con se stesse, e saper stare in un luogo circoscritto.
non so e non capisco.
davvero