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C’è del pedagogico in transilvania

Dopo la serata di cui alla locandina, e attraverso alcuni dubbi emersi… ho capito che il web è ancora rappresentativo di un mondo a parte.

C’è chi ne fa un uso inconsulto e chi tema se ne faccia un uso inconsulto, c’è troppa informazione, e il dubbio che non la si sappia usate, c’è il timore che dietro lo schermo ci stiano i brutti pensieri di qualcuno. 

Tutti dubbi leciti e legittimi, peccato che proprio questi dubbi, mi ricordino quanta attenzione si debba fare anche verso certi vampiri si nascondono in real life. Ci sono le  chimere, le sirene, e i lupi travestiti da mamma capra: metafore e storie che narrano e spiegano da generazioni l’attenzione che si deve (anche) porre nell’incontro con gli altri.

Tanto quanto, nel mondo degli oggetti e nel mondo web.

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su NO TAV

N.d.a.

Pubblico, come da cortese richiesta:

Segnalo che abbiamo pubblicato gli atti del convegno scientifico del 26 Aprile 2012 al Politecnico di Torino: “TAV Torino-Lione: quali opportunità e criticità“, promosso da esperti e docenti di varie Università.
Sono disponibili gli interventi di tutti i relatori in formato audio-video, così come i documenti utilizzati (presentazioni PowePoint, documenti pdf…)
Trovate tutto qui: http://www.notavtorino.org/documenti-02/poli-26-04-2012/

Ad inizio 2012, oltre 360 tecnici e docenti universitari avevano inviato un appello al Presidente del Consiglio chiedendo un ripensamento sulla questione della linea Torino-Lione.
Attraverso dati oggettivi e criteri di valutazione verificabili con metodo scientifico, il convegno ha esaminato la reale consistenza tecnica degli argomenti indicati a sostegno della costruzione di una nuova linea ferroviaria in aggiunta a quella già in esercizio tra Torino e Lione, e le sue criticità.

Invito a dare la massima visibilità a questo materiale nei diversi siti, nelle mailing list ecc. 
Crediamo sia importante che chi non ha partecipato al convegno, soprattutto chi vive lontano dalla Val di Susa e da Torino, possa conoscere cosa è stato detto in quella sede: se dimostrare di avere ragione non è certo sufficiente per indurre governo e soci (in affari) a fare retromarcia non è da sottovalutare l’importanza di iniziative come questa che puntano a far crescere il consenso sulle ragioni no-tav. Pubblicizzare ciò che è stato detto al convegno è uno dei tanti modi per tentare di far terra bruciata intorno agli irriducibili che non vogliono sentir ragione.

Ezio Bertok


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Via dal quotidiano

Delle due l’una, in genere la più scema. ( Vedasi = commento, intervista, scoop, notizia insomma – tra due cose  – sui media sembra finire sempre la peggiore)

Ed ecco che la mia reazione, sempre più quotidiana, ai quotidiani – soprattutto on line – è quella di lasciarli galleggiare nel loro limbo semi scemo, per andare a sfogliarmi in rete i prequel degli articoli migliori, quelli che la rete finisce (talvolta) per selezionare involontariamente. Meglio se correlati di link di informazione aggiuntiva (pro o contro).

Se il corrierone, dopo la seriosità appiccicata al titolo sulla manovra economica e alla foto di un primo ministro che volenti o nolenti ci conquista con la serietà, la sobrietà e l’intelligenza, se dopo averci fatto sentire con mano il peso dei tagli e delle tasse, ci appiccica la pagina su una bella pubblicità (lo sfondo) di una nota azienda che vende diamanti …. io penso che mi stia prendendo per i fondelli….

Se poi si mette a fare anche la conta dei pro e dei contro (chi era felice e chi infastidito tra i loro 5 piccoli lettori) alle lacrime della Ministra Fornero, raggiungo l’apoteosi della quadratura del cerchio. …

Si! I giornalisti si fanno beffe di me, della mia tontolaggine, della mia capacità di farmi prendere per le budella e farmi girare come una trottola. Mica ho un pensiero critico io.

E La Repubblica non è da meno con la sua sidebar (quella a destra  … sarà un caso?) sexytrashpornochic.

Intanto le persone serie del giornalsimo e le donne che scrivono sui giornali che fanno?

Delle due (cose) l’una, la più silenziosa.


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diritto di dubbio, my two cent (2€x10 leggi )

(scritto in data 6/11/2011)

2€x10 leggi è una iniziativa che continua a suscitarmi alcuni dubbi, anche se per svariate ragioni “le” auguro successo, non fosse altro per l’impegno profuso per promuoverlo. … Ma …

Mi è costato molto scrivere questo post, e mi turba pubblicarlo. Lo dico chiaramente per via di una brutta discussione su twitter, quando mi sono permessa di dire che avevo un dubbio sulle 10 leggi e ancora prima di avere tempo argomentarlo sono stata attaccata da un qualcuno (un tweep che non corrisponde ad una vera e propria riconoscibilità web) con una prepotente contestazione capziosa e volutamente prevaricatoria, intollerante, tesa ad azzittire e non dare spazio all’altro. Mi ha turbato e molto, mi ha reso difficile l’arte del dissenso che ritengo sempre interessante, se posta in modo interlocutorio. E’ stato brutto, nel modo e nelle accuse: “una iniziativa di donne non va attaccata in quanto tale, come mi permettevo io che facevo parte di quel gruppo”donnexdonne”?. A parte che trovo sia difficile sapere se un pensiero dissonante è un attacco, se non lo si lascia esprimere e lo si atterra con veemenza, prima ancora che lo si esprima. Diciamo che tanto basta per chiudere ogni altra riflessione sul personaggio. Ricorda molto i nostri dibatti tv, attizzati per eccitare il popolo bue, non per insegnare a pensare alla politica. Un deja vù, sgradevolissimo se personalizzato così tanto. Ma nella Giornata contro la violenza alle donne, quell’azzittimento maschile (si trattava infatti di un signore) va trasforamto, ri-leggitimando me stessa nell’esercizio del diritto di dubbio. Il post è forse invecchiato. O forse no.

1. l’atto di Della Valle di comperarsi allo stratosferico prezzo di venticinquemila euro una pagina del Corriere delle Sera, per avere una ulteriore risonanza mediatica (Della Valle è ormai un ospite ricorrente nei residuali talk show politici) mi è sembrato un atto, certo fatto in buona fede, di arroganza economica/mediatica. Significativo – intrinsecamente – di una notevole fragilità del sistema democratico che (induce e) denuncia che, per avere voce, occorre comperarsi lo spazio.

2. mi ha colpito l’idea che alcune donne si siano sentite ingaggiate a replicare lo stesso atto, apparentemente senza coglierne la forma di arroganza economica. E’ un atto che dice, con i soldi, mi compro lo spazio per parlare. Non fatico ad immaginare la buona fede tanto dell’uno quando delle altre. Ma non cambia la criticità insita in ciò che vediamo accadere; si paga per poter parlare. Che strano paradosso, quando si ha a disposizione con un mondo (web) che sembra proporre una infinita bacheca, che rivendica sempre di avere la possibilità democraticamente legittimata di parlare sempre e comunque. Invece comperarsi il paginone del giornale dice altro. Si deve pagare per parlare, famosi o meno. In un altro mondo sarebbe il Corriere (o altro giornale) da offrire spazi, interviste, pressioni mediatiche. E pagare è diverso da rivendicare, o perseguire, o agire.  Io non riesco a capire come la logica del me lo comprero possa essere funzionale.

3. all’inizio sembrava che l’iniziativa fosse nata in seno al gruppo, poi la persona che ha attivato il progetto ha chiarito che non lo era: l’iniziativa era nata su twitter, che resta – come spesso accade – un motore di spinta potente per iniziative web. ll progetto 10 leggi era poi stato pubblicizzato su varie piattaforme per dargli visibilità. Il chiarimento mi è servito, perchè non trovavo il nesso con le buone prassi. Le buone prassi sono azioni concrete, fisiche, e sono sempre replicabili in più contesti magari per creare una cultura (attraverso una azione fattiva, un progetto etc) che un gruppo di discussione reale sulla legislazione che aiuta a superare il gap di genere. Credo che solo la capacità di aggregarsi, come abbiamo ribadito anche nel corso delle giornata di Nuove professioni delle Donne, per proporre o promuovere iniziative collettive che si riconduce ad una buona prassi. Comperare una pagina di giornale lo è meno, soprattutto perché resta un evento non replicabile, e soprattutto poco accessibile a tutti. Direi che è proprio la discussione che si è appoggiata così frequentemente nel gruppo che ha ingenerato alcuni dubbi, mancava la connessione con un processo di riflessione prima e con le buone prassi poi.

Ma le domande per me poi sono rimaste.

4. A questa è connessa un’altra questione, legata al fiorire di iniziative simili. Sembra che il web sia una grande laboratorio democratico, ma è anche (ancora) molto elitario, in italia, e twitter lo è ancora di più. E le dieci leggi sono nate da una discussione su twitter, rischiano di nascere come azione elitaria. Mentre a me (opinabile è ovvio) sarebbe parso interessante che fossero collocate con chiarezza come manifesto di leggi da discutere prima, da diffondere su web e non solo, ma soprattutto farlo partire prima nelle associazioni, e nei luoghi dove si parla di genere, e di diritti, e di crescita culturale ..  perché iniziasse come un vero movimento dal basso. La mossa mediatica del paginone a 25.000 avrebbe avuto senso (fermi restando i primi dubbi) solo dopo. Insomma prima ne parliamo: quali leggi, come per chi, quando, quanto, quali buone leggi già ci sono, quanto e quando vengono disattese, cosa dicono le persone sulla strada, non solo su web. Sarebbe stata innovazione parlarne prima, non vederla calato dall’alto. Sarebbe stato innovativo andare a dire che le donne (e magari anche gli uomini) hanno pensato che le buone leggi siano queste. Dicendolo nelle sedi dei partiti. Agendolo nelle manifestazioni. Etc etc. Una volta si diceva ascoltare la base.

5. C’è il rischio, anche con un buon successo, di creare bolle di sapone su eventi invece che non dovrebbero scomparire in breve tempo. Il rischio e la scommessa su web è di creare eventi virali web che si consumano troppo in fretta. Lo si evince dalla storia di #donnexdonne (e non solo quella, noi siamo state davvero una minuzia tra tanti eventi), #dxd è stata una grande esplosione, un ottimo evento web, ma ha un seguito che, per avere forma, avrà bisogno di molta (molta molta) manuntezione, cura ed impegno. Il movimento delle persone, su più fronti, sembra si stia attivando, mi sembra che le buone iniziative (magari questa lo è) non dovrebbero venire consumate dalla fretta del web.

6. Ed è oggi, peraltro, sempre più evidente non sarà il web a generare i cambiamenti. Anche se usare bene la rete significa avere il potere di renderli evidenti, fruibili, accessibili velocemente e a tutti.  Ma senza ancoraggio nella quotidianità, temo, che le dieci leggi rischino il burn out.

5. Il rischio uguale e contrario da mettere a tema e la sempre più evidente la sostituibilità dell’attivismo territoriale con l’attivismo web, lo si legge ovunque. Un “mi piace” rischia di farci credere di aver fatto qualcosa, mai come oggi me ne rendo conto fisicamente*. Anche l’attivismo delle donne corre il medesimo rischio, così come rischia di succedere al gruppo #donnexdonne. E per capirlo è stato necessario andare al MomCamp a Milano e e NPD a Bologna, uscire dal digitale.. Allora le dieci leggi meritebbero di più altro spazio di quello rischioso del web. Avrebbero meritato la discussione prima, durante, dopo tra uomini e donne, tra associazioni, ovunque. Difficilissimo, oneroso da fare, è indubbio. Quindi l’iniziativa sembra collocarsi stabilmente tra due fattori di rischio: essere troppo web, aver grandi numeri, bruciarsi in fretta e non avere base concreta perché nutrita solo dai mi piace.

6. sulle 10 leggi in se, ho avuto una prima impressione di una genesi inizialmente molto femminocentrica, che fatico a condividere. (Ma io sono quella che crede che le buone prassi debbano creare una crescita trasversale, se no “buone prassi” non sono), comunque …

Quale che sia il valore delle dieci leggi, tale valore può prendere forma se le leggi che le donne scelgono sono chiaramente leggi per tutti, per l’avanzamento sociale, per una cultura più rispettosa di generi, per una pratica del rispetto delle differenze e delle necessarie uguaglianze per donne e uomini, in una prospettiva pedagogicamente orientata contro le forme di violenza (ogni forma di violenza, di chiunque su chiunque). Se la legge in corso privilegia i maschi, non ne farò una migliorativa solo per le donne, ma una davvero migliore per tutti. Insomma le dieci leggi sarebbero molto interessanti se fossero una scelta dalle donne per tutti. (2€X10leggiXtutti). Insomma se fossero nate come un bollino che segnala la qualità individuata su quelle leggi che promuovano la crescita di tutti. Sicuramente le leggi sono in ridefinizione rispetto agli inizi e spero siano davvero un manifesto da esplorare nella ricerca di una “ricetta” condivisa, dopo la giornata di blogging.

Va da se che per me c’è un principio che credo condiviso, viste le 10 leggi, il progresso sociale lo si costruisce tutti insieme, la ricetta della prevericazione ha già mostrato i suoi limiti.

7. e SE … tutti i soldi raccolti, venissero poi destinati con un epocale voltafaccia, con un coup de theatre ad un ben diverso tipo di progetto (venticinquemilaeuro non sono tanti me nemmeno pochi): che so  qualcosa tipo:

50ideeX500euro – oramai le moltiplicazioni dopo donnexdonne mi vengono sempre benissimo! Per fare cosa? Progetti nelle scuole, o nei territori  e/o destinati a tutti, all’accesso dei contenuti che sono pal prezzo popolare di 500 euro per pagare progetti di educazione di genere, di educazione alla civiltà, di educazione al pensiero critico, di educazione alla (non) violenza. Come a dire, che se vogliamo tirarcela un pò,  le donne possono sempre stupire per gli effetti speciali, facendosi disingaggiare con estrema leggerezza, dai giochetti mediatici, dalle azioni stereotiate, dalle controdipendenze.

Gustave Dorè _ Mosè spezza le tavole delle 10 leggi

C’è una considerazione finale che ho conservato nei pensieri, dopo averla persa nel copia e incolla del post, una donna o un uomo sono liberi, non perché rivendicano di esserlo, ma perché si sentono liberi.


4 commenti

Indignazione light

(un post brutto e cattivo)

Ci sono state cose dette/scritte che sono completamente inascoltabili, afferibili alla solita imbecillità e alla sua sorella maggiore (non più intelligenza) – la generalizzazione. I giornali non hanno fatto nulla di meglio, e non hanno detto nulla di meglio.

Non si tratta di dire che la violenza è buona o cattiva, ma guardare lo scenario complessivo.

Chi sono le anime nere dei black blok? Che cosa incarnano, che forma incorporano?

Non la nostra, non quella dei manifestanti, tutti pacificati e soddisfatti dall’idea di manifestare la loro indignazione tardiva. Mi correggo, non loro ma noi, la nostra indignazione italiana è tardiva, lenta e banale. Si è aspettata l’organizzazione, e che qualcuno ci dicesse indignatevi, che si indignassero anche a Wall Street. Prima tutti stesi sui divani (una allegoria che ritorna ricorsivamente nelle riflessioni del nostro gruppo #donnexdonne) a smanettare tra i link e gli “i like” … e poi? Poi  … in piazza.

Ma le manifestazioni sono come feste, come pronuncia, come aggregazione che non sembrano sortire alcun esito, se non quello di vedere/vedersi  massa, sentirsi uniti ed aggregati, capaci di identificarsi in un numero massiccio di corpi. Alla politica, è evidente, che questo incontro di corpi numerosi e rumoreggianti non interessa (più). Ma nemmeno credo interessi la violenza delle schegge, se non per potersi permettere i ridondanti atteggiamenti di indignazione e la roboante promessa di azioni restrittive e che garantiscano la sicurezza. Fingendo che quello sia il problema e non la crisi. Ad esempio.

Chi sono (o meglio cosa è) la parte nera, a parte l’evidenza violenta e concreta degli scontri, cioè le persone fisiche che hanno violentato la manifestazione? La parte nera non è la nostra? Non è metaforicamente una nostra parte con cui dobbiamo fare i conti, perché il divano perda attrattiva, e anche l'”I like” diventi solo una forma, ma che poi ci “sbatta” fuori di casa, lontano dalla rete di indignazione virtuale, dalla manifestazione grandiosa e ci tenga ancorati nella vita di ogni giorno, a fare da sbarramento alla incongruenze della nostra società, a smantellarne a partire dal piccolo, gli sprechi, i diritti inevasi, le ingiustizie reali, le politiche faziose e scorrette, i piccoli ladrocinii quotidiani?

Indignati per gli uomini e le donne di serie b se migranti, indignati con noi stessi quando vediamo la fila sempre più lunga davanti alla mensa dei poveri, quando ci impegniamo per la difesa dei diritti più facili da dire, quando la raccolta differenziata si fa pigramente, quando i supermercati ci garantiscono il caldo tropicale a febbraio, e ad agosto l’aria condizionata del cinema ci obbliga alla giacca di lana (chi paga questi sprechi?).

Che altre forme di lotta ci possono impegnare capillarmente, essere diffuse e condivise, anche attraverso la rete che come in molti sappiamo può essere un ottimo veicolo di informazione e condivisione. Chi si preoccupa di insegnarlo ai figli nostri ed altrui? (allora si che saranno buone prassi, esempi efficaci da imitare, buone idee per dimostrare che la casta non sono io, non siamo noi).

Come imbrogliamo noi stessi, le nostre parti buie, che diventano davvero black, se non le sveliamo e le sbugiadiamo a noi stessi, e fingiamo che solo i 100 o 1000 black blok in caso nero e felpa con cappuccio siano il vero problema?

Linkografia ragionata o ragionabile 

Bomba o non Bomba #15o di Giuliana Laurita

Sul #15o di Marina Petrillo AlaskaRP

Cul de sac di Yeni Belqis  

l’opinione di un black blok di Informare per resistere 


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Tra carta e blog: ciò che un blogger deve sapere

Copio e incollo un interessante articolo di Silvio Giustizia (Fonte Comunità Digitali) che nella fonte originale contiene anche una ricerca decisamente intrigante …

“I blog hanno superato igiornali di carta per numero di lettori. Lo rivela una ricerca commissionata da LiquidaHuman Highway: i lettori abituali (4 volte alla settimana) di blog sono5.990.000 contro i 5.610.000 dei quotidiani cartacei. Tanto per capirci: un internauta su quattro legge abitualmente almeno un blog, una persona su dieci un giornale.

Un dato interessante alla luce del fatto che un anno fa i numeri erano esattamente invertiti. Tienti presente che a completare questo quadro ci sono i numeri delle persone che s’informano on line: i lettori di quotidiani on line sono 11.010.000 (+10% circa rispetto a un anno fa), mentre in generale sono 13.700.000 le persone che cercano informazione on line sui 25.500.000 di internauti italiani.

In pratica ci sono due milioni di persone che cercano informazione on line senza più affidarsi ai quotidiani. Al contempo, per quanto riguarda i blog, c’è da notare il calo d’interesse per quelli che si occupano di attualità, che oggi registrano 1.560.000 di lettori contro i 2.240.000 di due anni fa.

Cosa piace dei blog? Innanzitutto gli autori sono conderati più liberi (70% del campione) e secondo il 40% dei lettori offrono contenuti di alta qualità e utilità oltre a essere più affidabili quando parlano di politica. Anche se sei su dieci vogliono sapere chi sono gli autori dei blog che leggono prima di fidarsi.

Un ultimo dato interessante: alla domanda E’ successo qualcosa di importante, dove corri a cercare notizie? il 9.3% ha risposto su Facebook. Il 2,3% accenderebbe invece la tv. Allo stesso modo i motori di ricerca (53,4%) surclassano i quotidiani on line (28,6%)Tv, radio e quotidiani restano però la prima fonte di informazione (58%), mentre per l’approfondimento sono superati da motori di ricerca e siti d’informazione (63%).”

Altre cose che si muovono:

Associazione Blogger: un manifesto

Ogni altra aggiunta di lettura tematica sarà benvenuta …

Grazie