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La cura a metà

Un post che non saprei dove collocare nella pluralità di blog che maneggio, dovrebbe stare in tanti posti. Nel dubbio meglio la casa madre. Qui.

Su facebook nella consolidata realtà femminil-femminsita di #donnexdonne si parlava della prevenzione della violenza sulle donne e nello specifico a seguito del crescente fenomeno degli omicidi, statisticamente e stabilmente in crescit in Italia: i “femminicidi”, da oggi chiamiamoli così.

Ma come? Si può attraverso provvedimenti legislativi, azioni politiche, rivendicazioni femminili e maschili, cambiamenti culturali in atto e che forse vanno colti e mostrati …

E poi … a me non basta. Devo potere rintracciare nella quotidianità queste esperienze, devo capire se e cosa può indicare una strada di differenza. Per quanto possa sembrare scomoda e non sia poi definitivamente o necessariamente la strada giusta. Ma le divergenze, le dissonanze, gli scarti vanno nominati per capire se rappresentano una possibilità interpretativa interssante e sufficiente. Continua a leggere

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elaborare il mondo …

Ma chissà perché “l’espressione sessuale” a scuola, in ogni sua forma, è ignorata, espulsa e scissa. Oppure punita. Non nella singola scuola, che di certo ogni scuola si sente dotata delle più raffinate competenze, o in quella si attiva seriamente – mettendosi in discussione, o infine in quella che si salva grazie a resistenze di portata mondiale (io non non sapevo, non c’ero, non c’entro).

Fingere che certi temi non esistano, o somministrare blandi palliativi è un ottimo modo per sentirsi a posto e puliti.

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Tema: la scuola

Ho fatto la scuola come alunna,

come madre di due figlie (nei gradi di scuola che vanno dal nido alla scuola media),

come rappresentante dei genitori,

come educatrice responsabile di minori con difficoltà familiari,

come coordinatrice di servizi ai minori in comunità alloggio,

come coordinatrice di servizi per minori con difficoltà familiari,

come psicomotricista,

come educatrice (a scuola) di minori con disabilità di varia natura,

come professionista esterno che fornisce prestazioni “tecniche” ..

Ma da qualsiasi parte io l’abbia osservata l’incontro non è mai stato facile (o forse si solo da allieva, ed era allora  e temporibus illis), troppe volte ho incontrato un monolite organizzativo, troppo lento e troppo antico, troppo burocratizzato e troppo arroccato nella difesa dei suoi spazi, temi, diritti.

Frognerparken di Oslo - monolito  Foto orig su MinubeFrognerparken di Oslo – monolito Foto orig su Minube


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Di Eros e Thanatos (A Stefania, alle altre e a noi tutti) – parte II

No so con certezza, ma credo che alle donne sia data (perché insegnata) una maggiore possibilità di agire con “le cose” del corpo e con quelle dell’amore, del sentimento.

Un vincolo educativo e fisiologico che nasce anche nel tempo del parto e del pueperio e che pure è anche culturale; un vincolo che è dato dalla possibilità di diventare madri, virtualmente pronte ad avere cura dei corpi e delle emozioni.

Forse non è nemmeno un caso il legame fra sposo e sposa si chiami appunto matrimonio (atto, agire della madre);  quindi ciò che lega un uomo e donna arriva “voluto” e agito dalla donna, dalla maternità.

Perciò sembra che legami dell’amore siano atti/agiti/curati delle donne, mentre ai padri e agli uomini viene lasciato il compito di trasmettere il lascito dei beni, del patrimonio e i terreni. Questa estraneazione degli uomini dal dono della madre, dal dono delle “cose” (atti, sentimenti, cure) dell’amore, se non ne è la genesi può ragionevolmente essere una concausa di quel vuoto, di quella violenza, della quella morte. Un lascito che gli uomini si vedono consegnare per cultura.

Non mi piace troppo cavalcare la cronaca , ma ciò che genera questo post è l’omicidio di una giovane donna da parte del suo ex fidanzato, entrambe giovanissimi.

Stefania.

Ci sono pensieri che non tornano e che infastidiscono, non si può non notare che il giovane assassino era uno studente di psicologia. Uno che delle “cose” dell’amore ne stava facendo studio, imparando come si debba trattare e come di debba avere cura del dolore; quel dolore che se non espresso col corpo, con le parole, con le lacrime, diventa distruzione, a volte suicidio, o morte con la distruzione dell’altro. Gli uomini che si suicidano sono il triplo delle donne.

Un giovane uomo, che pure sceglie una strada, studiando all’università una materia (psicologia così ieri diceva la cronaca) che gli insegni ad aver cura, e a far crescere, e a trattare la sofferenza perché non distrugga; è lui che diventa vittima di se stesso. Non trova la capacità di elaborare e  trasforma un lutto non elaborato in un omicidio; in questo lo rende ancor più inconcepibile. Trasforma le parole, da dire – che si possono dire – che si deve imprarare a dire, quanto si è dolenti in una violenza che distrugge e non ricongiunge la vita e morte.

Questa divaricazione tra corpo, dolore e violenza sembra continuare anche in chi ha saputo scegliere un percorso di studi e che sembra andare esattamente direzione opposta,   eppure nemmeno lui non riesce a sganciarsi dal suo ruolo di assassino.

Così ci dice quanta strada sia ancora da fare, e quanto sia lunga la divaricazione. Una strada che le donne non possono compiere da sole, e non possono compiere solo indignandosi. Possiamo solo possono provare a dirci, e ad insegnare come cambiare il circuito. Donne e madri, uomini e padri, operatori dell’educazione insieme a trovare come sono cambiati, cos’è cambiato.

Le donne possono ri-guardare i loro figli maschi insegnando a piangere, insegnando il corpo che soffre, ma che esce dalla sofferenza senza costruire morte e violenza, ma ri-generandosi. Gli uomini possono raccontare quella ricongiunzione tra Eros e Thanatos, per come l’hanno fatta, e per come stanno facendola nella paternità e nella professione.

Per ora chiudo il post, e 2011 con una frase che mi suona sempre più familiare, anche se faticosa #stayhuman

(segue)


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Esseri perfetti

Ci sono le donne e le super donne, ci sono anche uomini che si fan donne, ci sono le rifatte, le giovani, le separate, le vedove, le ruba uomini, e le puttane (sic!).

In mondo di alterita’ fastidiose e pericolose.

La disputa sulla intervista fatta a Marrazzo ha sollevato un vero e proprio vespaio, donne furibonde, infastidite e offese, un dialogo faticoso.

Mi esimo dall’entrar ancora nel merito, vista l’esasperazione che avvampa sul tema. Tanto ognuno legittimamente si puo’ tener le proprie opinioni, senza farsene nulla del dibattito e del dialogo cosi’ faticosamente perseguito, e alttettanto legittimamente sul mio blog posso giocare con i pensieri e l’immaginario che intravvedo.

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storie di ordinaria educazione: tra cibo e rischio

Le storie: le trovate qui o qui come pdf

Perchè le storie: l’agorà 

Il tema:

Rischio, nutrimento ed educazione –  Agorà del 30 giugno 2011

Riflessioni di lancio

Chi non risica non rosica. Capita spesso che i calembour giochino non solo con la struttura della frase, ma anche con la forma delle parole. “Il troppo stroppia” è uno dei calembourpiù popolari ed esemplare in proposito: dice che l’eccesso produce mostri, storpia, appunto. E per rendere meglio l’idea, applica a se stesso il principio che esprime, storpiando il verbo nella proposizione e facendolo assomigliare foneticamente all’aggettivo sostantivato “troppo”. Dunque, “chi non risica non rosica” compie la stessa operazione: chi sarebbe quel “chi” che “non rosica”, ovvero non mastica, ovvero non mangia? Chi non rischia. Ovvero, se si vuol mangiare occorre correre qualche rischio, questo ci dice il detto popolare. E lo dice con tale forza da trasformare il verbo “rischiare” nel verbo eufonico “risicare”, che riassume in sè sia il rischiare che il rosicare, ovvero quello che intende fare il detto nel suo insieme.

Il cibo, anzi il nutrimento inteso come l’atto del nutrirsi, e il rischio appaiono strutturalmente connessi. E in molti modi. Tranne nel caso della manna, biblica eccezione che conferma la regola, il cibo non cade dal cielo: occorre procurarselo. E dalla cacciata dall’Eden in poi, farlo vuol dire fatica. Ma la fatica è anche rischio se non produce risultati, dunque il compito di nutrirsi corre il rischio del fallimento: perchè è sempre all’orizzonte la caccia infruttuosa, il raccolto andato male, la carestia, ma anche perchè ci si può cibare degli alimenti sbagliati, o nel modo sbagliato, o nel momento sbagliato e ciò vale per la nostra opulenta tavola contemporanea, quanto per gli umani del paleolitico: sono cambiati solo i fattori di rischio. Dunque per rosicare occorre rischiare per avere qualcosa da rosicare, ma anche rischiare con l’atto stesso del rosicare, mai definitivamente al sicuro. Continua a leggere


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Twitter and so on

Fonte #Mai:)Content

Una riflessione piuttosto significativa, a mio avviso, anche per chi si occupa di educazione. Twitter fa parte di una una modalità comunicativa che fonde testo e oralità, e fa parte di un mutamento culturale, che si esplica anche  nelle modalità di trasmissione e  di insegnamento del sapere. Nonchè di co-costruzione del sapere.

Dicesi interazionale.

Posting in progress … (si può dire?)

Le vostre eventuali aggiunte saranno benvenute

Altre simpatiche digressioni su Twitter e socialnetwork le trovate qui e sebbene introducano altri sguardi, permettono di vedere  l’uso dei socialnetwork  e le modificazioni ad esso connesse. Web Conoscenza: Social Media Strategy – le slides e le infografiche sono sempre interessanti

E poi da Niemen Juournalism LaB e qui trovate l’intero articolo 

“The dissonance here could be chalked up to the fact that Twitter is simply a medium like any other medium, and, in that, will make of itself (conversation-enabler, LOLCat passer-onner, rebellion-facilitator) whatever we, its users, make of it. But that doesn’t fully account for Twitter’s capacity to inspire so much angst (“Is Twitter making us ____?”), or, for that matter, to inspire so much joy. The McLuhany mindset toward Twitter — the assumption of a medium that is not only the message to, but the molder of, its users — seems to be rooted in a notion of what Twitter should be as much as what it is.

Which begs the question: What is Twitter, actually? (No, seriously!) And what type of communication is it, finally? If we’re wondering why heated debates about Twitter’s effect on information/politics/us tend to be at once so ubiquitous and so generally unsatisfying…the answer may be that, collectively, we have yet to come to consensus on a much more basic question: Is Twitter writing, or is it speech? “

(uno speciale ringraziamento ai tweet e ai post di facebook di #Mai:)Content che lascia tracce interessanti, queste, che seguo)