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Comunicazione senza genere

Un quadro in cui la sfida della cultura della complessità ha giocato un ruolo naturalmete centrale, prima di tutto proponendosi come area di convergenza, più che interdisciplinare, transdisciplinare, di cooperazione si ma “de-generativa” nel senso di superamento tra i generi, e di creazione tra generi nuovi, tra scienziati dei territori più differenti: ingegneri, matematici, filosofi, antropologi, linguisti, informatici, biologi, economisti, sociologi, ecc.

Da La COMUNICAZIONE GENERATIVA di Luca Toschi –  Apogeo ed. – pg. 15

il Wordle di questo articolo

Sto leggendo questo libro: bella lettura,  piuttosto impegnativa.

Arrivata a questo brano mi è venuta in mente una delle riflessioni che avevo condiviso (chissà dove) in questi giorni in cui abbiamo scritto tanto di e per #donnexdonne.

Il pensiero, se riesco a dargli una soddisfacemente forma chiara, è questo:

l’uso dei nuovi media, della comunicazione testuale, sta permettendo una nuova forma di conoscenza/consapevolezza del “femminile”.

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Corpi, arene simboliche e mamme (ancora 2.0) – adesso decostruiamo noi –

Cito la ricerca ANTROPOLOGIA E WEB MARKETING LE RAPPRESENTAZIONI CULTURALI DELLE MAMME 2.0 : CONSUMO, IDENTITÀ E RESISTENZA

“Le arene simboliche di discussione che le Mamme 2.0 costruiscono attorno ai prodotti e ai Brand per l’infanzia favoriscono il trascendimento delle contraddizioni contenute nello stereotipo post-moderno della “madre indipendente”. Infatti offrendo uno spazio libero ed immediatamente accessibile di riflessione su di sé, di confronto e di sostegno reciproco, le suddette arene permettono alle Mamme 2.0 di essere autocoscienti ed autonome senza per questo essere sole.

I processi di produzione culturale articolarti dalle Mamme 2.0 assumono delle forme di resistenza estrema che si esprimono in un’operazione di decostruzione del corpo femminile: rappresentando il loro corpo di madri come un corpo sfigurato che va in pezzi le Mamme 2.0, da un lato, “denunciano” la condizione di dolore e solitudine a cui la maternità le costringe e a cui l’ambiente sociale che le circonda sembra disinteressarsi; dall’altro sottraggono al potere degli esperti (che spesso parla al maschile) quel supporto di base (il corpo appunto) su cui esso tende ad inscrivere dispoticamente e fraudolentemente le proprie“verità”sulla maternità.”

Nello specifico possiamo affermare che la web tribe delle Mamme 2.0 pone in essere due strategie di resistenza culturale: una di chiusura e l’altra di apertura.

Da un lato la web tribe si chiude su se stessa, in maniera quasi settaria, dando vita, grazie a e tramite i forum online, ad una sorta di società segreta, dotata linguaggi e“codici iniziatici”propri, all’interno della quale le mamme/utenti si riappropriano del loro diritto di narrazione su se stesse e sulla maternità. Questa chiusura si attua sia nei confronti della “petulante società degli esperti” che della “sorda società dei mariti”; “società” che, parimenti, negano alla madre il diritto di parola: la prima sovrapponendo la propria parola a quella delle mamme, la seconda non facendosi carico di ascoltarla. In entrambi i casi, dunque, entrambe le “società” oppongono degli ostacoli alla piena espressione di sé della madre, ostacoli che le Mamme 2.0 riescono a valicare grazie alle loro arene simboliche di produzione e resistenza culturale.

Dall’altro lato, invece, la web tribe opera una strategia di apertura, per così dire, totale. Infatti decostruendo, “dilaniando” il corpo femminile nella sua totalità, la tribe priva il potere sociale del sostrato su cui esercitare il proprio potere manipolatorio. Le Mamme 2.0 cioè elidono, occultano il corpo femminile, ovvero la materia grezza su cui una società di esperti (che si declina principalmente al maschile) cerca di inscrivere dispoticamente le proprie narrazioni sulla maternità. Tramite questo processo di elisione ed occultamento la web tribe delle Mamme 2.0 riesce, de facto, a riappropriarsi del suo di dritto di narrazione su se stessa e sulla maternità. Infatti, in ultima analisi, possiamo constatare come, attraverso il suddetto processo di decostruzione del corpo femminile, ci ritroviamo in presenza di due tipi di corpo materno: un corpo“dato in pasto”alla società ed un corpo“dato in pasto”al gruppo tribale. Il“corpo sociale”è un corpo in decomposizione, morto, privo di quella vita che costituisce l’oggetto privilegiato dell’esercizio del potere. Il“corpo tribale”, invece, è un corpo riportato a vita nuova, ovvero ad una vita declinata secondo modalità di costruzione culturale sancite egualitariamente dalle sue legittime proprietarie: le mamme.

(i sottolineati sono miei)

 

La prima questione che vorrei mettere in luce è la tesi che vuole siano i prodotti e i Brand per l’infanzia che  …. aprono  lo spazio di riflessione materno … Certo, si,  ma anche no.

La ricerca non dice solo cavolate; è evidente che esistono luoghi dove accade che il prodotto e il brand  siano il fulcro del discorso, e da cui possono  fortuitamente o coartatamente diramano riflessioni sul “materno” ma sono parte dei luoghi possibili, rappresentano una tra le varie possibilità. Non fatico ad immaginare luoghi dove si resti fermi al brand/prodotto, senza fare alcun “trascendimento delle contraddizioni contenute nelle stereotipo post-moderno della “madre indipendente”.

Mentre mi sembra più esperibile l’attraversamento di luoghi/temi che (ci) permettono la co-costruzione  e la metariflessione sulle possibili sinergie tra essere madri ed essere  altro (donne-lavoratrici-mogli etc etc), essere genitore, essere “social”.

Altrettanto pertinente invece sento la possibilità di sfondare il muro di vetro di una maternità (e una genitorialità) a rischio sociale e culturale  di solitudine, di fragilità, e di vuoti legati alla riduzione delle reti familiari e amicali, di sostegno.

Ebbene si, essere mamma blogger o che usa i vari luoghi di incontro digitali, può anche voler dire meno solitudine, lo si capisce sperimentandolo.

Ma io proprio non comprendo perché il corpo dalle mamme del Web debba pensato come un corpo “sfigurato” e che perde pezzi, e non al suo contrario “reintegrato” e complessificato. La trovo  una interpretazione voluttuaria  e non spiegata  con sufficiente chiarezza.

Non capisco la presunta perdita del contatto con il corpo, la sottrazione alla narrazione degli esperti e la sottrazione alla narrazione maschile. Al limite, la narrazione che è stata piuttosto caratterizzata dalla scissione madri buoni e madri cattive (la madre buona “Maria”, la madre cattiva “Medea”, nella nuova forma comunicativa materna prova a ricostituirne e a restituirne ,ad un mondo “social” (sociale, narrativo, culturale, fatto di tecnici, esperti), la propria impronta, dimensione e riflessione. tanto più che la rete non riesce proprio ad evitare la sua natura di fonte informativa aperta, collettiva, molteplice e complessa.

Sembra verosimile il rigetto femminile e non solo materno davanti all’idea di essere nuovamente  oggetto di narrazioni semplificanti ed altrui, quindi anche degli esperti. Ma ciò non significa che le mamme cosiddette due punto zero rifiutino parere degli esperti anzi direi che sia esattamente il contrario, alcune anzi lo integrano, e ricostruiscono in un panorama più complesso di informazioni raccolte tra pari e tra “esperti”.

Mi sembra che gli autori facciano alcune interessanti  aperture e salvo poi costringere  i contenuti a re-implodere su se stessi. Non è chiaro se il corpo è ritrovato o perduto, e sembra che la posizione rivoluzionaria delle madri sia capace “solo ” di stare contro, di controdipendenze un pò infantili.Un elemento questo che preso così, sembra terribilmente riduttivo.

Una 2.0 magari cercherà le mamme on line, ma anche gli esperti, ma anche i padri, i pochi e interessanti esempi di narrazione al maschile. Ma forse non fanno target per il pannolino???

In alcuni casi invece mi sembra esserci luna certa capacità di provare a fare evolvere le prassi culturali sulla genitorialità (eh già essere madri rende colpevolmente parte di una coppia, una famglia, una rete, una società).

Va da se che questa antrolopologia, osservata tramite la lente “gioiosa” della madre iperconsumatrice, o della tribù elitaria, (mi) sembra capace di rispondere soprattutto alla necessità di studiare un target di vendita, che non una complessità, o ad un fenomeno nuovo.

By the way io continuo a prefererire le TAZ alle tribù  … volessesero mai prenderene nota!

Dal testo di Bruce Sterling «Isole nella rete», il salto dalle isole nella realtà è breve. Secondo Bey, in un mondo interamente occupato dai confini degli stati-nazione, il potere ha bisogno di «cartografare» il territorio, di tracciare delle mappe per esercitare il suo dominio. Ma le mappe, per quanto esatte non sono mai perfette. Tra queste e la realtà si aprono così dei buchi, delle falle, dei quid-spazio temporali incontrollati in cui le Taz possono fiorire. Sono questi momenti di festa, di gioiosa convivialità, in cui riscoprire il gusto della gratuità e del dono reciproco, ma anche azioni improvvise di rottura e sabotaggio. Per questo la Taz è sempre in movimento e scompare con la stessa facilità con cui appare, prima di essere tracciata dagli apparati psico-polizieschi. Accanto e intrecciata a questo tipo di riflessione, scorre la critica del Media, come strumento che oggettivizza la realtà, e la costruisce su una sola dimensione, impedendo un accesso diretto all’esperienza e alla comunicazione interpersonale. Alla comunicazione verticale, Media-ta e alienata, Bey soprattutto nei Saggi sull’immediatismo contrappone una comunicazione orizzontale, immediata, basata sul contatto fisico diretto. La chiave della creazione di una TAZ è ciò che Bey chiama terrorismo poetico. Una azione non violenta comparabile al potere di un atto terroristico, con l’eccezione che un atto di terrorismo poetico comporta solo un cambiamento nella coscienza delle persone ….

🙂

hihihi

n.b.

ho fatto del mio meglio…

ma vaste dosi di tachipirina e la ricaduta influenzale hanno fatto un pò la loro parte. sorry

 


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Per mamme 2.0: una tribù web e il corpo dilaniato

Partiamo dal link seguendolo potrete accedere ad un articolo e quindi alla intera ricerca sulle mamme 2.0. E comincio io condividendo parte del testo. Lascio a voi capire e  lasciarvi spazio per dire qualcosa in proposito …

a voi …..

 


 

Dice Etnografia Digitale

“Come si è visto attraverso le loro conversazioni attorno ai prodotti e ai Brand per l’infanzia la web tribe delle Mamme 2.0 da corpo ad un’intensa e peculiare attività di produzione culturale. Attraverso tale produzione culturale le Mamme 2.0 riescono ad ingaggiare, in maniera implicita, un’azione di resistenza simbolica nei confronti del contesto sociale che le circonda, e soprattutto verso gli stereotipi e le forme di dominio prodotte ed imposte dal suddetto contesto. Nello specifico possiamo affermare che la web tribe delle Mamme 2.0 pone in essere due strategie di resistenza culturale: una di chiusura e l’altra di apertura.

Da un lato la web tribe si chiude su se stessa, in maniera quasi settaria, dando vita, grazie a e tramite i forum online, ad una sorta di società segreta, dotata linguaggi e“codici iniziatici”propri, all’interno della quale le mamme/utenti si riappropriano del loro diritto di narrazione su se stesse e sulla maternità. Questa chiusura si attua sia nei confronti della “petulante società degli esperti” che della “sorda società dei mariti”; “società” che, parimenti, negano alla madre il diritto di parola: la prima sovrapponendo la propria parola a quella delle mamme, la seconda non facendosi carico di ascoltarla. In entrambi i casi, dunque, entrambe le “società” oppongono degli ostacoli alla piena espressione di sé della madre, ostacoli che le Mamme 2.0 riescono a valicare grazie alle loro arene simboliche di produzione e resistenza culturale.

Dall’altro lato, invece, la web tribe opera una strategia di apertura, per così dire, totale. Infatti decostruendo, “dilaniando” il corpo femminile nella sua totalità, la tribe priva il potere sociale del sostrato su cui esercitare il proprio potere manipolatorio. Le Mamme 2.0 cioè elidono, occultano il corpo femminile, ovvero la materia grezza su cui una società di esperti (che si declina principalmente al maschile) cerca di inscrivere dispoticamente le proprie narrazioni sulla maternità. Tramite questo processo di elisione ed occultamento la web tribe delle Mamme 2.0 riesce, de facto, a riappropriarsi del suo di dritto di narrazione su se stessa e sulla maternità. Infatti, in ultima analisi, possiamo constatare come, attraverso il suddetto processo di decostruzione del corpo femminile, ci ritroviamo in presenza di due tipi di corpo materno: un corpo“dato in pasto”alla società ed un corpo“dato in pasto”al gruppo tribale. Il“corpo sociale”è un corpo in decomposizione, morto, privo di quella vita che costituisce l’oggetto privilegiato dell’esercizio del potere. Il“corpo tribale”, invece, è un corpo riportato a vita nuova, ovvero ad una vita declinata secondo modalità di costruzione culturale sancite egualitariamente dalle sue legittime proprietarie: le mamme.

http://www.etnografiadigitale.it

CONCLUSIONI RIASSUNTIVE

In conclusione riassumiamo per punti tutte le considerazioni fatte fin’ora sulla web tribe delle Mamme 2.0, di cui compendiamo di seguito tutti i tratti identitari e i codici culturali distintivi:

Le Mamme 2.0 sono giovani mamme (tra i 14 e 33 anni) che hanno dimestichezza con le nuove tecnologie della comunicazione e che sanno integrarle efficacemente nella loro vita quotidiana.

Le Mamme 2.0 amano rappresentarsi come esperte e “scienziate” della maternità. Questo consente loro di ri-appropriarsi di quel diritto di parola in campo di maternità che la società tende a negare loro.

Grazie ai prodotti e ai Brand per l’infanzia le Mamme 2.0 danno voce a quello che abbiamo chiamato the dark side of motherhood: l’esperienza del dolore fisico e della solitudine morale che spesso caratterizza la pre-neo-maternità.

Grazie ai prodotti e ai Brand per l’infanzia le Mamme 2.0 danno voce a quello che abbiamo chiamato the bright side of motherhood: la gioia di consacrarsi alla maternità e al benessere dei propri figli che prende corpo in un desiderio di acquisto compulsivo di prodotti per l’infanzia.

Nelle loro narrazioni di sé le Mamme 2.0 costruiscono delle figure maritali particolarmente negative: i mariti sottomessi, i mariti disattenti e i mariti riottosi. Ponendosi come nemici esterni, queste figure svolgono la cruciale funzione antropologica di rafforzare i confini interni della web tribe delle Mamme 2.0.

Grazie alle arene simboliche di discussione che si creano attorno ai Brand e ai prodotti per l’infanzia le Mamme 2.0 riescono a smantellare gli stereotipi culturali tradizionali della mamma passiva e remissiva.

Le arene simboliche di discussione che le Mamme 2.0 costruiscono attorno ai prodotti e ai Brand per l’infanzia favoriscono il trascendimento delle contraddizioni contenute nello stereotipo post-moderno della “madre indipendente”. Infatti offrendo uno spazio libero ed immediatamente accessibile di riflessione su di sé, di confronto e di sostegno reciproco, le suddette arene permettono alle Mamme 2.0 di essere autocoscienti ed autonome senza per questo essere sole.

I processi di produzione culturale articolarti dalle Mamme 2.0 assumono delle forme di resistenza estrema che si esprimono in un’operazione di decostruzione del corpo femminile: rappresentando il loro corpo di madri come un corpo sfigurato che va in pezzi le Mamme 2.0, da un lato, “denunciano” la condizione di dolore e solitudine a cui la maternità le costringe e a cui l’ambiente sociale che le circonda sembra disinteressarsi; dall’altro sottraggono al potere degli esperti (che spesso parla al maschile) quel supporto di base (il corpo appunto) su cui esso tende ad inscrivere dispoticamente e fraudolentemente le proprie“verità”sulla maternità.”


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Leggere non è leggère

Era tra propositi impliciti del nuovo anno 2011.

Scrivere ha la sua contropartita.

Leggere. All’inizio pensavo libri, libri, libri, ma da un pò i testi li trovo in rete, nei blog, nei link, nei tweet. Narrazioni

Ma se mi mancano da morire le pagine scritte, il toccare la carta, mi mancano anche gli incontri nei blog …

 

Stasera, mi metto a passare per i blog che stanno sulla sidebar, vado a trovare un sacco di persone che sono lì, sempre, ma che bisogna andare a trovarle … per trovarle.

Qualcuna/o lo intreccio su faccialibro, altri su twitter ..

Spesso sono i primi, e assai più spesso, le prime blogger che ho seguito ..

Emily, Barbara, Erinni, Graz, la prof, Lucia, Piattinis, Bianca, Desian ..

‘Sta sera leggerle mi addolora, deve essere la nebbia, il periodo postnatalizio, la ripresa, l’umidiccio freddo di queste serate di ripresa.

(porca miseria!)

Anche le cose narrate con leggerezza, poi non sono mai così leggere, o spigliate mi evocano un fondo di tristezza.

Alle volte anche solo per l’ingiustizia che sta sotto traccia.

Dedico il disegno un pò a tutte, e a quei due pezzettini di cuore che dormono, nei loro letti.

Domani cerco più leggerezza, per loro e per me.


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Mamme blogger .. una riflessione – lievemente – pedagogica

Questo è articolo integrale che avevo preparato per la Conferenza. Lo abbiamo tagliato, se non in una piccola parte. Mi sembrava giusto pubblicarlo sul “mio” blog, perche tutto quello che scrivo nasce da questa storia, nata come la mia figlia più piccina, circa due anni e mezzo fa.

Non so se riuscirò a linkare tutti i blog che cito, ma per chi fosse interessata/o … basta un bel copia-incolla su un qualsiasi motore di ricerca.

Ma credo di voler tributare alle molte Blogger che conosco, (non tutte) una particolare riconoscenza per il grande contributo che danno alla de-stereotipizzazione della figura materna e alla complessificazione di noi stesse …

Davvero grazie.

Monica

Le mamme blogger

Ecco una breve selezione di nomi  sono blog che contengono la parola mamma o sono virati a trattare la maternità

bismama

mamme acrobate

l’unicopuntosaldo

madre snaturata

mammaimperfetta

mammafelice

mammamsterdam

mom@work

panzallaria

serialmama

vitadastrega

mammacattiva

mammain3d

macheddavero

trarockeninnenanne

nonsolomamma

mamma al quadrato

una mamma in corriera

tacchi? non grazie ho smesso

a lezione di mammità

diario di ondaluna Milano e Lorenza.

Una mamma e la città

Word Wide Mom Italian Mom

Piattini Cinesi

meglio un blog oggi che un prozac domani

mamma oggi lavora

moms on the city

Social network sulla maternità

mamma che club

working mothers italy

veremamme

genitori crescono

 

Cos’è una madre.


La mia esperienza è di blogger. Di mamma blogger, nella fattispecie.

Che poi nella vita faccio anche altro, psicomotricista e consulente, e madre, appunto.

Una che tiene il suo diario, on line, e racconta alcune cose.

Due anni fa mi sono trovata a casa, per la seconda figlia, ho scoperto che esisteva questo fenomeno delle mamme blogger, e visita la mia curiosità/simpatia per la tecnologia mi sono buttata in questo mare fatto di parole e pensieri, sulla maternità; e non solo.

Avevo anche il tempo per farlo. Ovviamente in questa navigazione web ho guardato selettivamente il tema che mi interessava: l’essere madre, inscindibilmente connesso alla complessità di ogni persone.

E ho finito per amare ed appassionarmi di tutti quei blog che davano un quadro infinito e sfumato, assai complesso delle donne che lo abitavano. Ed è quello che vorrei raccontare.

Una mamma che ha un blog è una madre di nicchia, una creatura un pò strana, una con mille braccia e mille cose fatte e non finite, forse. Una Kalì del multitasking, allatta, scrive, spannolina e telefona, contemporaneamente.

Spesso spannolina e legge una mail sullo smartphone. Non sempre fa i biscotti.

Oppure fa tantissimi biscotti e tiene un blog in cui parla solo di biscotti, o di decupage. in quel caso non fa i biscotti.

Una che chiede e si chiede cosa va bene o va male. Si fa? Non si fa? Cosa ci se ne fa di quest’essere madre?

Oppure riempie il blog di cuoricini virtuali e scrive ogni mattina che meraviglia è svegliarsi – ogni mattina – con il suo bimbo accanto.

Nel mondo dei blog, nascono fiammanti e infuocate discussioni (si chiamano flame, appunto) tra scuole di pensiero.

Brava se allatti solo con il seno, ben partorisci in un certo modo, ma se non usi un certo pannolino sei una ousider.

Il sottile discrimine tra una “brava” mamma ed una “cattiva” si gioca in poche battute.

Alle volte il paradosso diventa davvero impagabile, tutte brave se partoriscono in modo naturale, ma altrettanto ottime se scelgono in parto in epidurale.

Spesso ci sono due scuole di pensiero, in totale antitesi. Buffo, no!?

A seguire queste tesi sarei scissa tra un prima maternità come mamma brava per via del parto in acqua, 11 mesi di allattamento al seno, e una seconda maternità con il bollino nero della madre cattiva per via di quel parto indotto chimicamente e il mancato allattamento. Alle volte i termini di questi flame feriscono la sensibilità individuali.

Le mamme che allattano con il biberon sono, in fondo, anaffettive, anche se la decisione di non allattare al seno è stata inevitabile e sofferta. E sto citando un aneddoto personale perchè è una frase che mi sono sentita dire da una supermadre ecologica … Curiosamente, se passaste di blog in blog, la vostra percezione di essere ora una buona buona madre, ora una cattiva madre, subirebbe mille contraccolpi.

Difficile trovare una appartenza chiara.

Eppure, c’è un mondo, dentro questo mondo, fatto di mamme che già nel nome del blog mettono in luce incertezze, luci ed ombre della maternità.

Donne complesse e inquiete che si chiedono e si raccontano, mamma cattiva, imperfetta, serial, snaturata, acrobata, extra, vera … con ironia, con tutte le pesantezze e tutte le leggerezze possibili, quando espongono di questa parte di se.

Ma in fondo una madre è cattiva, lo “è”, per via di un modello culturale prevalente.

Si intende che non penso alle madri tragiche della cronaca nera, ma alle madri che di giorno in giorno si trovano ad inventarsi un ruolo, tra mille dicktat, duemila consigli, tremila pressioni.

C’è una bellissima rilettura del mito di Medea, ad opera di una scrittrice tedesca, Christa Wolf.

La Medea che ci viene riconsegnata dalla storia e dal mito come la Madre Che Uccide i Propri Figli, e nella rivisitazione è in realtà vittima di uno scontro culturale, da cui ne esce doppiamente vittima, perché i figli le vengono barbaramente lapidati e perché a lei stessa viene ascritto il delitto.

Tornando alla leggerezza precedente, però, torno a dire che la maternità è frutto di una narrazione altrui.

I pediatri, i sociologi, gli psicologi, e poi i ricercatori e via dicendo ci hanno detto: cosa è materno, cosa buono e cosa giusto.

Ma la rete, il web è già magicamente un qualcosa di nuovo, e per le donne è la possibilità di creare un narrazione del materno, mentre sta accadendo, ad opera di chi è madre.

E’ una narrazione collettiva e concreta, un quilt, un puzzle in cui si vengono a tessere le mille esperienze della maternità, un racconto a più voci del tentativo di rendere propria la narrazione del materno, di definirne i confini a partire da se, dalla propria parzialità di madre.

E non è vero che le donne questa esperienza l’hanno sempre fatta, in casa o al famoso “parchetto” sotto casa, o ancora appoggiate agli stipiti delle porte dell’ufficio per dire alla collega qualcosa del figlio malato.

Questa è una esperienza nuova, è una rappresentazione pubblica, una narrazione, e alle volte anche una metariflessione complessa sul “materno”. Con un testo aperto, pubblico e pienamente accessibile a tutte e a tutti.

Non so se una blogger sia più Penelope o Amazzone, se sia più attenta a ribadire il suo sostare nella maternità, o se cavalchi lontano per scoprire nuovi modi di esserlo, di certo oggi vuole e soprattutto può narrare questa esperienza. Spesso mandando al mittente la bollatura di “mamma cattiva”.


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Reti, acquisti, servizi, consapevolezza, marketing virali, mamme blogger e altre quisquilie non secondarie…

Vabbè .. è un post da smarronamento.

Imho.

Abbiate pazienza.

Anche per il titolo in stile Wertmuller !!

 

Il tutto parte dal fatto che … un signore cortese (un redattore), incaricato da una rete televisiva maggiore, mi invia una mail per il blog famiglia a strati chiededomi se ho fra le mani qualche famigliola ricostituita ma simpatica allegra e senza problemi, in perfetto stile cesaroni, che possa partecipare ad una trasmissione tv sulle famiglie ricostituite. Cortesemente gli spiego che non è cosa, e lui altrettanto cortese si scusa, spiegandomi che gli autori delle trasmissioni TV gli chiedon le più ben strane cose.

Per me la tv è troppo spesso un tritacarne emotivo e fatico a pensarmi in relazione con essa, quindi il mio diniego è ovvio. E poi non ne conosco molte (via blog), mentre ne conosco bene le fatiche connesse.

Ma la questione non è semplicemente la TV, media maggiore e decisamente ormai virato allo splatter emotivo.

La questione o una delle questioni “necessarie” per ragionare in modo consapevole, e lo dico come blogger un pò più consolidata non nella fama 🙂 ma nel numero di blog personali o collettivi gestiti e siamo a quota otto (mica pastina eh….!), insomma il nucleo è proprio la relazione che intercorre tra rete web, web 2:0, media e pubblicità.

In particolare guardo alle strategie che il mondo dei consumi (anche la tv è un mondo/modo/veicolo di consumo) e delle vendite/marketing.

Trovo, ovviamente legittimo che ognuno pubblicizzi e tenti di vendere i propri prodotti, lo fa il mondo dell’equo e solidale, lo fa il mondo del biologico, lo fa il mondo dei servizi sociali, la sanità. Magari cambieranno i modi e gli stili, ma credo che lo scambio delle merci e dei servizi, sia una attività umana sostanziale, e caratterizzata da una logica di scambio anche di relazioni umane.

Si tratta di capirne i dosaggi.

Ci sono una serie di progetti per i quali vendere prodotti e servizi è una attività umana, imperniata sullo scambio e la comunicazione, che veicolano uno scambio di saperi, oltre che di beni o servizi. In altri casi si finge che la comunicazione, e la relazione sia uno strumento per “ingabolare” l’altro e vendergli qualcosa anche in assenza di un bisogno vero e proprio.  Ma se capisco bene è “roba” diversa.

Capirete che leggere una cosa così lascia perplessi “

2.       sviluppiamo l’equilibrio fra valore aggiunto e offerte commerciali dedicate
3.       creiamo meccanismi promozionali capaci di toccare le corde emotive dei network
4.       adottiamo dinamiche di diffusione virale costruite sulle relazioni"

Aoè! Volete toccare le corde emotive dei network? Io sono in netwok e alle mie corde emotive ci guardo bene, e anche alla viralità ci guardo con grande e attenta curiosità e altrettanta istintiva diffidenza.

Mi piace che c’è chi dice che i mercati sono conversazioni, perchè la conversazione è un arte, uno scambio, una possibilità paritaria di ragionare sulla qualità, e trovo che sia un modo diverso dalla sollecitazione brutale dell’emotività (vi ricordate lo splatter tv su Avetrana, c’est la meme chose!).

Trovo che il web 2.0 vada usato per quello che è, possiamo anche fare finta che i network siano consumatori passivi (e lo siamo??) come quelli tv, ma a contro prova di questo io ho letto quell’articolo, io leggo e seguo le discussioni sulle mamme blogger “usate” come tester di prodotti*.

* Si, la famosa casa delle caramelle mi ha invitato a parlare delle sue caramelle.  Ho dato un altro diniego, sia perchè odio le caramelle che non siano la Golia (ehhehe), e perchè decido io su cosa ho voglia di parlare bene o male. L’ho fatto e lo farò. Non per virtù ma perchè sono una testaccia dura!

Breve lista link a discussioni interessanti o luoghi interessanti

Etichettati-ti ne parlano come mamme non ads, cioè che non vogliono la pubblicità ..

da Vere mamme se ne parla sia come “esperti” in materia ma anche no, è un esempio innovativo e ibrido di un contenitori sia di riflessioni sul “marketing”, ma anche sulla maternità e molto altro ancora … (non si puù sintetizzare questo “luogo”)

 

P.s.

Sto lavorando per un progetto nelle scuole, e i nostri consulenti alla “progettazione”, almeno per una piccola parte, sono i genitori. I quali sono stati coinvolto per aiutarci a capire se quello che vogliamo offrire (in questo caso si tratta del materiale informativo sulla scuola che i figli frequentano) è chiaro e comprensibile. Insomma la logica 2.0 comincia ad essere qualcosa che permea la nostra cultura, la possibilità e la volontà di scambio, comunicazione, interazione diventa un passaggio necessario. Spesso anche nei servizi (scuola, minori, disabilità) gli enti gestori si sono sensibilizzati all’incontro con le richieste dei fruitori, a volte chiamati in partnership a dare voce ai loro bisogni, per progettare in modo più efficace e rispettoso.