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Ma vacci tu, a scuola

Ho una figlia, la grande, che galleggia svogliatamente nelle aule di una qualsiasi terza media, ma ciononostante ancora trasforma in esiti positivi le ore di studio.

In ogni caso, in quel limbo scolastico, si (probabilmente) nebulizzano sostanze psicotrope quali noia, fastidio e disgusto, offerte equanimemente a “prof” ed alunni.

Sarà il caso, sarà il piccolo paese, sarà la provincia, il provincialismo, la lomelina, il pavese, la pianura, la gelmini o il tunnel di neutrini, saranno i ragazzini, saranno le famiglie … ma quella scuola è un luogo di perdizione: si perde tempo, passione, piacere, voglie.

Hai voglia a fare la rappresentante di classe, non c’è speranza, e prima o poi entri anche tu nel tunnel dell’apatia.

Una luce flebile si intravvede, sono i giorni degli openday … Evvvvai!!! Si va per licei.

Immagine | design d'autore "... through the mist"Immagine | design d’autore “… through the mist”

Un turbinio di emozioni (materne) e ricordi fragranti come una brioches appena sfornata: occupazioni, manifestazioni studentesche, l’odore dei tram di Milano, la focaccia alle cipolle, la consistenza dei libri, la carta patinata di alcuni libri, i pennarelli colorati, la prof. di filosofia che ti fa innamorare di Eraclito e la compagna Simona che ti trascina a vedere quello carino della classe accanto, le tegole intravviste dalla finestra, studiare al parco d’estate. E le frustrazioni e i fallimenti, gli inciampi, eppure i liceo è tutto lì; un tempo magico dello studio. Nonostante. Mai vuoto o noioso.

Ma dovrei chiedere alle mie tante amiche/colleghe psico cosa succede. Non alla figlia, legittimamente presa dal panico, davanti alla scelta, una scelta che fa paura non tanto perchè ineluttabile, ma perchè obbliga a decidere, a imparare a differenziare, pensare, decidere, soppesare.  Io la rinfranco: ‘ché la vita, per fortuna, è rivoluzionaria e rivoluzionante. Il triplo salto carpiato, in fase di iscrizione all’università, è sempre lecito e plausibile. Il problema, per la figlia, è la scelta che indica che ora è possibile scegliere, e che il limbo, ora, lo si deve abbandonare.

Il problema per la madre è la stesso, scegliere; in una diversa declinazione nell’accompagnare alla scelta, nel dosare assunzione di responsabilità (mia) e libertà di espressione (sua), nel sapersi giostrare tra necessità di tutela e di spinta all’emancipazione. Ma una cosa mi è diventata chiara, dopo due mesi di crisi (vera) materna, la genitorialità impone sempre di ri-attraversare le proprie scelte, quelle dei propri genitori, per riattualizzarle o stravolgerle per una figlia che si impara a ri/conoscere di nuovo, non solo alla luce di quello che sa e vorrebbe studiare. Guardandola tra luci e penombre, pensando a quello che la strada della scuola gli potrà insegnare, spingendola lontano, verso altri mondi e saperi; inequivocabilmente diversi da quelli sino ad oggi masticati in casa….

E la madre, si ritrova in crisi e confusa, su un metalivello (s’intende, essere adulti ti ci  obbliga) ad essere in crisi anche sui metalivelli, in bilico sulle ambivalenze, in crisi con ambiguità …

In crisi come lei, quasi quattordicenne, che un pò comincia a scegliere per se, e tu che devi capire come e cosa scegliere, per quella lei che non è più piccina, per la donna che potrebbe essere, per quello che altri potrebbero insegnarle facendo convergere gli sguardi insieme, in modo nuovo, usando nuovi codici e nuove lenti.

Alla fine però, all’alba dello scegliere, scopri che anche tu stai indossando nuovi sguardi, e imparando che dovrai (saper) scegliere di meno e lasciare (andare)di più.


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E dopo …. ritorniamo a Flatlandia?

Ovviamente no!

Noi del gruppo panni stesi di Milano continueremo le immagin_azioni … ecco cosa ne ho scritto su DonnePensanti

Pensate che sia finita? No di certo.

Vi so dire come è cominciata …

Noi a Milano abbiamo cominciato così:

dialogando.

A partire da una rete di amiche e colleghe su facebook, abbiamo deciso di esserci e in una settimana progettato l’azione e il comunicato stampa (per ora lo leggete sul mio blog – quale piattaforma “ospitante”  e accessibile a tutti, anche a chi non è su facebook, o non ha un account twitter); il comunicato stampa è stato condiviso sui socialnetwork, inviato alle testate giornalistiche, e in genere ai principali media – tv radio -, condiviso con il blog di “senonoraquando” e poi ancora ognuna ha raccontato e condiviso con le reti personali individuali, amici colleghi vicini di casa cosa pensavamo di fare …



Il nostro tema era un filo conduttore che legasse tutti i pensieri, immagini, parole che rendono ricco e variegato il femminile, per restituirne la tridimensionalità di esperienza umana, non reificata, come sempre più spesso accade o meglio continua ad accadere.

Il filo conduttore è poi diventato uno spago reale, e le mollette da bucato, un simbolo vero, pratico e anche un pò ironico di una condizione femminile stesa alla luce del sole. (Peccato che a Milano diluviasse!!)

E una domenica è diventata una narrazione collettiva di immagini, parole, oggetti, suoni e presenze, facce nuove e conosciute; un mare multicolore di ombrelli, tantissimi che fotografavano, le chiacchere e i tortelli portati da una amica e offerti alle signore accanto a noi, i bimbi che correvano sotto un enorme telone/prato ricoperto di fiori, le sciarpe bianche che danzavano al ritmo di “Respect” di Aretha Franklin…

Sorrisi. Molti sorrisi.

Ci piace pensare che siamo capaci di disancoraci dalle polemiche e accuse dell’essere femministe, moraliste, radical chic, puritane, e dalla accusa di volere solo le dimissioni di Berlusconi. Certo! Vorremmo, e in via democratica, le dimissioni di un Presidente del Consiglio plurindagato. Ci piace forse altrettanto l’idea di raccontare il femminile complesso che questo momento culturale invece racconta come impoverito, appiattito e svuotato, ci piace esporre questa vena nascosta, e ricordarla. Perchè il femminile impoverito fa da sponda ad un maschile altrettanto impotente, degradato, che questo momento politico sembra mostrare nella sua apicalità. E si realizza in una staticità e povertà politica, culturale, educativa, storica, economica che penalizza ancora l’accesso al lavoro delle donne, ma anche dei giovani, ma anche di leggi innovative per la genitorialità e per la famiglia ….

Per continuare stiamo già progettando altre iniziative, magari piccole, ma capaci di veicolare la responsabilità che intendiamo assumerci insieme. Perchè è vero che la dignità della donna è anche dignità di persona, è anche responsabilità individuale, ma la responsabilità ha bisogno di essere mostrata, raccontata per potere veicolare la propria presenza nella società.

Nel frattempo sul blog abbiamo anche raccolto le parole e le immagini che abbiamo scelto di “stendere” in manifestazione, aggiungeremo a breve altri contributi sopraggiunti e infine anche quelli che i passanti hanno voluto appendere accanto alle nostre. Arriveranno poi anche le foto della manifestazione e chissà che altro?

A me resta il senso di un inizio ….