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imperativi e allergie …

premetto che l’idea del

Fa’ la cosa giusta!

mi piace davvero e spero di riuscire a farci un salto, quest’anno.

Ma proprio quel “fà”  appiccicato a “giusta” …  mi sta dando noia.

Lo sento troppo imperativo, troppo impegnativo quel:” tu fai”, ma chi io? ma non faccio abbastanza, non faccio “giusto” ?…

Perchè quest’anno (crisi economica docet) quel fare non è sempre così facile, e molto relativo a possibilità limitate e vincolate.

Vale a dire non ci si permette più l’intera spesa al supermercato del biologico, per esempio.

Ma poi ci si dice che quaggiù al paesello la (non) connessione tra mezzi pubblici trasforma pochi  km in una epopea da far west se non ci si muove in auto. Vi fugurate arrivare a Milano?

Così usi l’auto e non fai la cosa giusta.

Le verdure bio ce le dà la suocera. Faccio la cosa giusta.

Uso l’auto a gpl, mezzo punto scarso per il gpl e 10 punti meno per l’auto. Faccio una cosa quasi giusta.

Siamo vegetariani, 2 punti a favore. Faccio una cosa giusta.

Compero gli abiti ai centri commerciali (costano meno), 2 o tre punti meno. Non è la cosa giusta.

(non proseguo a fare lo scanning della mia vita ma si capisce subito che qui la coerenza assoluta fatica a uscirne sana).

Siamo un pò ciatroni, noi, non facciamo la cosa giusta!!

‘azz.

E’ una vita che tento di capire cosa sia questo aggettivo “giusto” che mi perseguita.

In ogni caso perchè non dire “facciamo la cosa giusta”, collettivizzando questo impegno, rendendolo un dovere collettivo, un imperativo collettivo.


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8 marzo 2010 non è la festa della donna!

è la giornata internazionale della donna.

un distinguo sostanziale.

e una provocazione: allo spogliarello maschile andateci per la festa della mamma, l’addio al nubilato di mariuccia, o in uno sfottò per la festa del papà, o per curiosità; ci sta.

l’otto marzo invece ricordatevi che è una data importante, se non seria, e la parità non è guardare un uomo seminudo.

l’otto marzo riguarda opportunità di lavoro, libertà di scelta, garanzie relative alla maternità, possibiltà di essere se stesse, di partecipazione, responsabilità.


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la famiglia, l’albero e gli acciacchi

i vecchi di famiglia subiscono un pò l’influenza, e qualche acciacco, è inevitabile dopo i 70 anni.

ci si fa i conti.

si fanno i conti con il proprio essere diventato il tronco della famiglia, robusto e pieno di corteccia, si sentono quelle radici affondare lontano, nella terra buia. lontane.

si teme di essere questo albero, le radici lontane, la perdita che in fondo si staglia all’orizzonte.

si teme la responsabilità di reggere foglie frutti, di proteggere i nuovi rami. fa anche un pò di paura.

si vorrebbe che il bosco restasse inalterato, pieno di alberi grandi vecchi nodosi e giovani piante.

noi si presidia lo stesso…

 


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S-coppia-ti

Ok. Io non faccio testo, lo so, sto categorizzata in famiglie ricostituite. Per cui …

Ma una altra coppia, di quelle inossidabili, di quelle che dici che hanno fatto tutto bene, niente casini, sbavature; davvero brava gente, brave persone … vabbè la taglio corta, si separano. Anche loro.

Mi ha turbato davvero questa notizia. Ma allora non c’è speranza per nessuno. Che il matrimonio fosse una struttura in crisi, lo si sapeva, da mò i dati dei divorzi impennano le statistiche, imbufaliscono la gerarchie ecclesiastiche, ingrassano gli avvocati.

Va bene. Ma oggi questa sensazione di precarietà mi turba, sembra che nessuno o nulla possa tutelarci dai cambiamenti, nessuna struttura sembra tenere la crisi, sembra poterne tutelare i membri. Un vento forte, di mutazioni, ci travolge; uno tsunami affettivo. Al quale mi sembra davvero inutile dedicare delle colpe, so già i ritornelli che ne sorgerebbero, ovvi, banali, scontati, noiosamente ripetitivi: uomini bambini-donne che lavorano.

Peraltro l’arte di dar colpe offre una unica libertà: quella di non guardare in faccia il problema, e di non assumersi responsabilità. Eppure la fragilità matrimoniale indica se non una crisi di una istituzione, la crisi di un modo di legarsi, di stare assieme.

Dove accade che ... quando il gioco si fa duro … i duri vanno dall’avvocato …

(Casualmente anche Emily tratta l’argomento coppie delle quali non diresti mai e che scoppiano uguale uguale a quelle più scrause … vi linko il suo post… giuro è un caso! 😉 … sono sicura che il paesello non è quello della coppia a cui pensavo io)


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ancora sulla solitudine delle madri …

lo so e in parte me ne scuso, il tema è decisamente ridondante, ma fare finta che quando un fatto di cronaca ha fatto notizia il problema si sia risolto è oggettivamente un atteggiamento idiota.

non possiamo continuare a vivere costantemente erotizzati dalla notizia esplosiva e sentire il problema nell’urgenza impellente e non procrastinabile dettata dai media, e poi lasciarlo sparire come bolla di sapone. pouf!

così ne parla L’orma e qui ripubblico il mio commento al suo post, non me ne voglia ma mi sembra importante amplificare la cassa di risonanza…..

concordo con tutte sulla faccenda della solitudine delle madri, che secondo me, riflette le molte responsabilità che in molti non si assumono. (anche se resta il fatto che non va dimenticato che attimi di follia materna esistono da sempre, a partire dal mito di medea). e forse non è solo la depressione post partum, non quando la madre uccide un bimbo che ha più di un anno. ci sono respinsabilità piccole e grandi, l’assenza di informazione vera e propria sulla reale fatica di crescer un figlio, le mamme che ci mostrano non sono mai stanche, mai arrabbiate, con case perfette e mariti amorevoli …
è la realtà questa? no, è ovvio.
i mariti /compagni possono essere disattenti, gelosi, egoisti (togli qualcosa a me per darlo al bimbo), immaturi e pretendere dalla moglie o compagna energie che lei ha già visto limare via dall’assenza di sonno. ed è disperante ricevere rimbrotti quando si vorrebbero sorrisi…. o dover litigare quando si avrebbe bisogno di attenzioni.
perchè i giornali femminili alla fine ci dicono che le donne tolgono attenzione agli uomini … poverini??
ma la cura di un figlio fa crescere una coppia se c’è davvero aiuto e sostegno … e la sessualità trova spazio comune se c’è incontro, sostegno, e magari quando si è dormito un pò.
Oppure si vuole la mamma perfetta e la moglie gheisha/puttana a letto, la casa pulita e il 2 stipendio in casa…
ma quando sembra che all’uomo non spetti che di pretedere la gheisha … qualcosa non gira… il lavoro poi, dove lo mettiamo: precario, insicuro, spesso malretribuito che non permette di pagare il nido, o la scelta di qualche anno di part time (che ti salva la vita davvero, se c’è più di un figlio).
altre forme di sostegno economico alla maternità ce ne sono poche, ancor meno di forme di altro sostegno.
una volta qualche struttura faceva corsi di accompagnamento durante il primo anno di vita del bimbo (colloqui con psicologi, incontri di automutuoaiuto, corsi di baby massage), ma oggi in assenza di soldi per tutti, credete che sia ancora una priorità … la prevenzione… ? in fine – vera propria ciliegina sulla torta – c’è una società sempre più disgregata, disomogenea, che accoglie sempre più con i distinguo, alla ricerca del vicino perfetto, dove alcuna differenza ci deve turbare (no al bimbo disabile, non al meridionale, non al bimbo povero, no al bimbo di separati, no al bimbo nero e via dicendo …) E’ facile essere madre a queste condizioni???

il privilegio di avere un blog, di essere donne che hanno superato il proprio digital divide, permette in parte di condividere la fatica, comunicarla, incontrarla nei post, nelle complicità con le altre donne, nel saper dei loro scleri e delle loro fatiche, le paure, dei giorni no e dei giorni si.
ma non basta.
ovviamente.
non basta in assoluto, perchè non toglie agli altri il dovere di assumersi le responsabilità che spettano loro, perchè non tutte le donne possono o vogliono avreea un blog, perchè ci si può confidare ma poi se lo stipendio non arriva .. il problema è tuo.
la blogosfera può attivare il confronto, una parte di sostegno, è certo.
ma poi occorre altro.

ma, per ora, assopiamo il tutto.
fino alla prossima madre che uccide, fino a che la cronaca nera che potrà finalmente ri-pascersene e bearsene.

(ragionamento che varrebbe anche per le morti sul lavoro, ad esempio. anche se lì qualcosa a livello legislativo s’era fatto qualcosa in più, vabbè lo si è anche smontato)


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fonte: casa internazionale delle donne

50e50 il paese che ci sarà

Quello che è stato minato in questo paese negli ultimi anni è la condizione stessa della convivenza civile. Stare ai patti è il principio del fondamento di uno stato.

Quando si hanno governanti che dicono tutto ed il contrario di tutto, quando la bugia diventa regola, quando il palesemente falso, purché detto, si fa verità attraverso la ripetizione infinita nei media, il disorientamento diventa generale e la legge del mors tua vita mea diventa la bandiera di cui ciascuno si fa scudo. Più delle leggi ad personam, più delle leggi barbare contro le donne, contro i cittadini, contro gli ospiti di questo paese, ciò che è stato rotto e che avrà più difficoltà ad essere costituito è il patto di solidarietà, di un sentire comune condiviso e rispettoso dell’altra/o e di sé. La tristezza che si respira, la strisciante depressione dovuta alla mancanza di prospettive, è il segno distintivo di questo paese in declino.

Manca l’aria, manca il sorriso tra le persone. E non si risponde a tutto questo mettendosi sullo stesso terreno di confronto dettato da chi ha rotto i patti. Questo paese si rilancia ridando vita alla capacità di desiderare, immaginare. Non tanto l’immaginazione al potere, quanto il benessere delle persone al centro della politica.

Se è l’esistente, ma un po’ più largo, quello che si propone, se è lo status quo con un po’ di maquillage, quello che si propone, se è un mondo non pensato e sentito da giovani e da donne, non si va da nessuna parte.
Come si può pensare che un enclave monosessuata e anziana possa fare fronte ai problemi di oggi?
Come si può pensare che un parlamento, prenominato da pochissimi che hanno il potere autodefinito di farlo, possano essere in grado di far fronte alle necessità del mondo attuale?
Come si può realizzare la pace se l’unica capacità di rappresentazione è un fondamentalismo nutrito di provincialismo, paura, disprezzo?
Come può rasserenarsi la convivenza se la religione, lungi dall’essere quel rispettoso sentire intimo, diventa una clava minacciosa brandita contro le donne e la consapevolezza individuale.
Come si può sostenere la maturazione se tutti, e soprattutto tutte, veniamo considerate bisognose di guida e protezione: senza consapevolezza ed incapaci di responsabilità.
Come si può governare l’economia senza un riferimento costante ai bisogni dei cittadini/e?
Cosa diventa uno stato se cancella gli interventi fondamentali necessari alla garanzia, sicurezza e salute dei cittadini?

Le donne hanno deciso di delinearlo questo paese: non come richiesta, non come utopia. Ma per dire e fare: perché sanno ed hanno deciso di non essere più fuori.

È inimmaginabile che si possa ancora andare avanti senza pensiero e politica di donne, è inimmaginabile configurare il mondo solo dal punto di vista di una metà.

Siamo qui per prenderci la responsabilità di configurare e lavorare per il paese che sarà. Comunque.
A partire anche da noi.

cciddonne@tiscali.it
udinazionale@tin.it