PONTITIBETANI

Zone Temporaneamente Autonome


3 commenti

Autonomia tra ingenuità, attenzioni, e libertà di essere ciò che si è

Cosa fa un “buon” genitore? Fornisce diversi gradi di autonomia, ai figli, commisurandoli con le capacità raggiunte dai pargoli, rapportandole all’eta’ e al contesto esterno. E monitorando, a distanze variabili, come questi i muovono in termini di autonomia.

Sapendo sempre che dovrà sentirsi un babbione spaventato, un paleontosauro, una/o che non “da” la giusta misura di fiducia.

Va bene così. Certo che è un lavoro che prevede una certa scientificità, che va oltre le doti di autonomia del figlio/a (che pure saranno valutate con cura)

  1. età e sesso
  2. dove il pargolo/a si muove? territori conosciuti o meno?
  3. in gruppo o meno (con coetanei, compagni più piccoli? più grandi?)
  4. in presenza di adulti affidabili o meno, cui delegare una occhiata consapevole
  5. è possibile un monitoraggio a distanza?
  6. c’è la reperibilità telefonica? (in entrata e in uscita)
  7. monitoraggio dei tempi di rientro all’ovile
  8. valutazione del grado di autonomia, della capacità del pargolo/a di saper stare nei contesti, capacità di attenzione ed intuito.

Detto ciò se il pargolo è in realtà una pargola nella fase adolescenza in transizione, i dubbi si affiancano alle procedure di controllo.

E tutto si pervade di una considerazione smarrita, come cavolo si fa spiegare che:

  • “gli altri ” (anche quelli amichevoli) vanno soppesati, esaminando i fattori di rischio,
  • questi stramaledetti dati sulla violenza verso le donne, dicono che questa è in aumento
  • che l’intuito va affinato di continuo, e che ci sono rischi e rischi
  • che tanto il coraggio che la paura vanno esercitati così come l’intelligenza
  • che è fondamentale mettersi alla prova, ma la roulette russa può non essere una bella idea
  • che il corpo è fondamentale per provare piacere, sentirsi vivi, imparare, sperimentare, ma il corpo è anche “tuo” e in quanto tale va trattato. E a parte te nessun’altro saprà esattamente fino a che punto averne cura (tu sei il tuo corpo, non “hai” un corpo)

Acc!


27 commenti

Mamme blogger .. una riflessione – lievemente – pedagogica

Questo è articolo integrale che avevo preparato per la Conferenza. Lo abbiamo tagliato, se non in una piccola parte. Mi sembrava giusto pubblicarlo sul “mio” blog, perche tutto quello che scrivo nasce da questa storia, nata come la mia figlia più piccina, circa due anni e mezzo fa.

Non so se riuscirò a linkare tutti i blog che cito, ma per chi fosse interessata/o … basta un bel copia-incolla su un qualsiasi motore di ricerca.

Ma credo di voler tributare alle molte Blogger che conosco, (non tutte) una particolare riconoscenza per il grande contributo che danno alla de-stereotipizzazione della figura materna e alla complessificazione di noi stesse …

Davvero grazie.

Monica

Le mamme blogger

Ecco una breve selezione di nomi  sono blog che contengono la parola mamma o sono virati a trattare la maternità

bismama

mamme acrobate

l’unicopuntosaldo

madre snaturata

mammaimperfetta

mammafelice

mammamsterdam

mom@work

panzallaria

serialmama

vitadastrega

mammacattiva

mammain3d

macheddavero

trarockeninnenanne

nonsolomamma

mamma al quadrato

una mamma in corriera

tacchi? non grazie ho smesso

a lezione di mammità

diario di ondaluna Milano e Lorenza.

Una mamma e la città

Word Wide Mom Italian Mom

Piattini Cinesi

meglio un blog oggi che un prozac domani

mamma oggi lavora

moms on the city

Social network sulla maternità

mamma che club

working mothers italy

veremamme

genitori crescono

 

Cos’è una madre.


La mia esperienza è di blogger. Di mamma blogger, nella fattispecie.

Che poi nella vita faccio anche altro, psicomotricista e consulente, e madre, appunto.

Una che tiene il suo diario, on line, e racconta alcune cose.

Due anni fa mi sono trovata a casa, per la seconda figlia, ho scoperto che esisteva questo fenomeno delle mamme blogger, e visita la mia curiosità/simpatia per la tecnologia mi sono buttata in questo mare fatto di parole e pensieri, sulla maternità; e non solo.

Avevo anche il tempo per farlo. Ovviamente in questa navigazione web ho guardato selettivamente il tema che mi interessava: l’essere madre, inscindibilmente connesso alla complessità di ogni persone.

E ho finito per amare ed appassionarmi di tutti quei blog che davano un quadro infinito e sfumato, assai complesso delle donne che lo abitavano. Ed è quello che vorrei raccontare.

Una mamma che ha un blog è una madre di nicchia, una creatura un pò strana, una con mille braccia e mille cose fatte e non finite, forse. Una Kalì del multitasking, allatta, scrive, spannolina e telefona, contemporaneamente.

Spesso spannolina e legge una mail sullo smartphone. Non sempre fa i biscotti.

Oppure fa tantissimi biscotti e tiene un blog in cui parla solo di biscotti, o di decupage. in quel caso non fa i biscotti.

Una che chiede e si chiede cosa va bene o va male. Si fa? Non si fa? Cosa ci se ne fa di quest’essere madre?

Oppure riempie il blog di cuoricini virtuali e scrive ogni mattina che meraviglia è svegliarsi – ogni mattina – con il suo bimbo accanto.

Nel mondo dei blog, nascono fiammanti e infuocate discussioni (si chiamano flame, appunto) tra scuole di pensiero.

Brava se allatti solo con il seno, ben partorisci in un certo modo, ma se non usi un certo pannolino sei una ousider.

Il sottile discrimine tra una “brava” mamma ed una “cattiva” si gioca in poche battute.

Alle volte il paradosso diventa davvero impagabile, tutte brave se partoriscono in modo naturale, ma altrettanto ottime se scelgono in parto in epidurale.

Spesso ci sono due scuole di pensiero, in totale antitesi. Buffo, no!?

A seguire queste tesi sarei scissa tra un prima maternità come mamma brava per via del parto in acqua, 11 mesi di allattamento al seno, e una seconda maternità con il bollino nero della madre cattiva per via di quel parto indotto chimicamente e il mancato allattamento. Alle volte i termini di questi flame feriscono la sensibilità individuali.

Le mamme che allattano con il biberon sono, in fondo, anaffettive, anche se la decisione di non allattare al seno è stata inevitabile e sofferta. E sto citando un aneddoto personale perchè è una frase che mi sono sentita dire da una supermadre ecologica … Curiosamente, se passaste di blog in blog, la vostra percezione di essere ora una buona buona madre, ora una cattiva madre, subirebbe mille contraccolpi.

Difficile trovare una appartenza chiara.

Eppure, c’è un mondo, dentro questo mondo, fatto di mamme che già nel nome del blog mettono in luce incertezze, luci ed ombre della maternità.

Donne complesse e inquiete che si chiedono e si raccontano, mamma cattiva, imperfetta, serial, snaturata, acrobata, extra, vera … con ironia, con tutte le pesantezze e tutte le leggerezze possibili, quando espongono di questa parte di se.

Ma in fondo una madre è cattiva, lo “è”, per via di un modello culturale prevalente.

Si intende che non penso alle madri tragiche della cronaca nera, ma alle madri che di giorno in giorno si trovano ad inventarsi un ruolo, tra mille dicktat, duemila consigli, tremila pressioni.

C’è una bellissima rilettura del mito di Medea, ad opera di una scrittrice tedesca, Christa Wolf.

La Medea che ci viene riconsegnata dalla storia e dal mito come la Madre Che Uccide i Propri Figli, e nella rivisitazione è in realtà vittima di uno scontro culturale, da cui ne esce doppiamente vittima, perché i figli le vengono barbaramente lapidati e perché a lei stessa viene ascritto il delitto.

Tornando alla leggerezza precedente, però, torno a dire che la maternità è frutto di una narrazione altrui.

I pediatri, i sociologi, gli psicologi, e poi i ricercatori e via dicendo ci hanno detto: cosa è materno, cosa buono e cosa giusto.

Ma la rete, il web è già magicamente un qualcosa di nuovo, e per le donne è la possibilità di creare un narrazione del materno, mentre sta accadendo, ad opera di chi è madre.

E’ una narrazione collettiva e concreta, un quilt, un puzzle in cui si vengono a tessere le mille esperienze della maternità, un racconto a più voci del tentativo di rendere propria la narrazione del materno, di definirne i confini a partire da se, dalla propria parzialità di madre.

E non è vero che le donne questa esperienza l’hanno sempre fatta, in casa o al famoso “parchetto” sotto casa, o ancora appoggiate agli stipiti delle porte dell’ufficio per dire alla collega qualcosa del figlio malato.

Questa è una esperienza nuova, è una rappresentazione pubblica, una narrazione, e alle volte anche una metariflessione complessa sul “materno”. Con un testo aperto, pubblico e pienamente accessibile a tutte e a tutti.

Non so se una blogger sia più Penelope o Amazzone, se sia più attenta a ribadire il suo sostare nella maternità, o se cavalchi lontano per scoprire nuovi modi di esserlo, di certo oggi vuole e soprattutto può narrare questa esperienza. Spesso mandando al mittente la bollatura di “mamma cattiva”.


2 commenti

Forme di fragilita’ e violenza

Parte uno – la cronaca
Ecco che nei giornali continua lo stillicidio di violenze, stupri e omicidi di donne.
Ma temo sia una sensibilizzazione mediatica, e una moda destinata a passare, fino alla prossima curiosità sulle fragilità umane.

Un fatto che passa in secondo piano e’ che lo stillicidio di morti non tocca solo le donne.

Stamane nelle notizie del quotidiano locale:
due suicidi di uomini, insospettabili e inaspettati.

Di recente omicidi nei luoghi di lavoro, da parte di uomini altrettanto insospettabili per background professionale …

Ancor più di recente e ancora meno comprensibile un carabiniere uccide la moglie in via di separazione, ma il dato più perturbante viene dal fatto che l’uomo era legato ad una unita’ operativa che si occupava proprio di interventi in questo settore (ovviamente se diamo credito all’approssimazione che i giornali usano come cifra stilistica), come a dire uno della professione e forse già sensibilizzato al tema e all’operativita^ …

E poi minorenni violenti, incapaci di gestire l’emotivita” e che finiscono, senza accorgersene (dicono le cronache) per uccidere.

Finche’ non metteremo i distinguo non saremo in grado di comprendere le facce della violenza, e nello specifico quella di uomini verso le donne … quando arriva dall’ignoranza, quando da una attitudine sadica, quando e’ frutto di uno dei vari gradi e forma di disturbo mentale, quando nasce nella polveriera di una famiglia che si sta separando, quando e’ figlia di se stessa, quando e’ frutto di una comunicazione che non sa comunicare, quando e’ la fragilità che diventa violenza per dimenticarsi di esser fragile.

Uomini violenti, in alcuni casi
perché fragili,
perché vediamo più violenza che pace, perché stiamo osservando una politica incapace di pensare in modo collettivo e proiettato al futuro, e che pensa solo a se stessa (la deriva egocentrica non e’ mai adulta e competenete a livello umano e non mostra o insegna ed essere adulti e capaci di stare al mondo),
perché non insegnamo a scuola una forma di educazione sentimentale, emotiva, comunicativa e sessuale (roba da genitori – queste cose non si dicono), e la scuola deve limitarsi al far leggere/scrivere/far di conto,
perché non filtriamo una cultura che vieta ai maschi di gestire le proprie emozioni (i gormiti e i mostriciattoli risolvono tutto … A botte – Pare),
perche’ i genitori vogliono avere il pupo campione di ogni disciplina e perdere e’ brutto,
perché pensiamo solo ad insegnare la competizione e dimentichiamo la cooperazione,
perché manca la prevenzione ….
perche’ noi donne abbiamo da percorrere altra strada nel capire i confini della violenza vissuta, subita, assistita e in alcuni casi perpetrata (violenza psicologica non fisica),
perché tutti ci dimentichiamo che la violenza e’ molto complessa e sfaccettata, e si perpetra quasi sempre verso i più deboli, e non possiamo dimenticare le violenze che lasciam perdere (verso i disabili, i deboli, i poveri, etc etc etc metteteci voi le categorie che volete)….

Per leggere qualcosa di pensato, sull’unita^ ci sono volute le lettere al giornale e la risposta di Luigi Cancrini che parlava del pugile che ha ucciso la prima donna trovata per strada … Dove parlava anche della patologia e della prevenzione.

Prevenzione che e’ saper fare i distinguo, che e’ cultura, formazione e prevenzione, cose che sanno andare oltre ai pur legittimi furori mediatici.

Parte Due – un aneddoto

Ieri osservavo le attivita’ attorno ai tappeti elatistici (un grosso impianto) che di sera e’ destinato ai piu’ piccoli ma di giorno viene fruito da gruppi di adolescenti.
Un gruppo di sedici/diciassettenni (4/5 maschi e un paio di ragazze) saltava: alcuni bravissimi, tecnicamente fantastici, come solo riescono ad essere gli ados [ quelli che arrampicano, che fanno parkour, o free style, skate …] senza velleità sportive competitive.
Energia e plasticità allo stato puro, forza ed eleganza.

Arrivano altre due coppiette, i 2 maschi ( a mio avviso) del genere “sfigati” ombrosi, musoni, fisicamente meno plastici, lasciano le ragazzine alle panchine e vanno a giocare li vicino. Ma non prima di averle appellate in modo maleducato e minaccioso perché non guardino “quelli la’”, le ragazzine sembrano apatiche e indifferenti sia al tono di voce che all’imposizione.
Non sembrano interssate a nulla, non al gruppo dei saltatori, ne’ ai due accompagnatori, che da lontano le guardano rabbiosi e minacciosi.
Non succede altro.

I due “sfigati” mi hanno trasmesso la sensazione di grande incompetenza comunicativa, invidia malcelata, e sfiducia in se stessi. Ragazzini fragili, poco capaci di relazionarsi con le fidanzatine se non in modo sgradevole e minaccioso.
Figli di chi, e di quale situazione, di quali messaggi? Forse imprigionati in ruoli che non danno respiro e possibilità di giocare, divertirsi e vivere …

Mi sono chiesta quale sia la matrice della violenza e che stada dovranno fare questi ragazzini per diventare uomini capaci.

Ovviente non credo che il gruppo dei saltatori sia quello meno a rischio. Solo che questi due mi hanno trasmessa molta più fragilità, insieme alle loro ragazzine abuliche…


8 commenti

La carta obiettivo del RisiKo – Vorrei i tacchi a spillo e la Kelly bag …

Un mio collega/amico girava con una carta obiettivo del risiko nel portafoglio; un modo per tener a mente i macro obiettivi da raggiungere nella vita.

Ma l’idea non era male. E gli obiettivi sono lì, magari scritti, sulla mia bella carta del risiko.

Però prima devo fare outing:

Ho scoperto in questi giorni che 20 anni di lavoro, una solida autostima professionale in me stessa (credevo fosse solida), una certa flessibilità di pensiero e i miei meritati 46 anni valessero qualcosa.

Non è vero, non è così.

La gavetta c’è sempre, non si transita da un luogo ad un altro senza attraversare le forche caudine, e talvolta le donne sono anche più inflessibili degli uomini. (Rileggetevi i miei post sulla soldarietà femminile, eh …). Nessuna concessione alla competenza maturata, si deve ricominciare da zero, e non intendo a conoscere una orgnizzazione e le sue regole e i non detti; intendo da zero rispetto al ruolo.

In più basta che ti vedano con una scatola in mano (consegni merce per il lavoro del tuo compagno) che subito scendi nella scala sociale al ruolo di sguattera.

D’accordo io non mi vesto questi mai – cioè mai – come una signora chic.

Ma ero vestita accettabilmente e un piumino bianco, con sciarpina in tessuto stropicciato e setoso rosa cangiante fanno sempre la loro bella figura, no?

Forse avrei davvero bisogno del tacco a spillo, un bel suv e una borsa assurdamente costosa che si chiama kellybag (della quale ho scoperto l’esistenza grazie ad uno splendido racconto di Nora Ephron) per prender quota e credibilità sociale.

Che fare?

Alle volte i ponti tibetani sono molto instabili, assai instabili  …. se i venti sono forti.

Posso scendere?