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V come vanità, visibilità, vergogna, valore, vicinanza @DonnePensanti

Ecco, me ne ero dimenticata, invece le cose si ripresentano alla porta e bussano!

Toc Toc…. siamo le storie, le cose che hai detto e siamo tornate.

Porc, acc …..

Ecco è uscito il pdf di questo:

Volume autoprodotto

Svegliatevi bambine: voci dal pluriverso femminile.

C’è dentro una “cosa” che ho scritto, e che è stata anche letta in uno spettacolo teatrale a tema.

E’ frutto di un lavoro collettivo di scrittura e del lavoro concretissimo di Francesca Sanzo, Silvia Cavalieri (editing), Stefania Prestopino e Marcella Mastrorocco (grafica e stampa).

E’ figlio della voglia di “fare testo” delle donne.

E’ un opera collettiva, corale, piena di luci e ombre. Luci accecanti ed ombre che permettono di riposare.

 

Sono felice di essere lì, tra quelle voci, vorrei godermela. Eppure sento la spinta contraria che sfotte la mia vanità. Che palle!

Ma quando si fa pace con la propria visibilità e amicizia con il pudore, e si tiene a bada la parte esibizionista di se, e la si usa senza menate e senza eccesso?  (e non è una domanda retorica)

Acc!

acc!

acc!




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La seconda volta

Come leggo da fillerouge http://fillerouge.blogspot.com/2010/06/pianti-di-notte.html (e scusate ma i link dall’iphone non li inserisce bene o meglio non riescoancira capire il trucco) guardare alle altrui mammitudini e’ sempre dannatamente difficile. C’è un fille rouge (bizzarro gioco di parole) che ci lega tutte e che ci estranea dalle altrui scelte.
Se avete presente le discussioni, a volte financo offensive,  tra tetta millenaria o biberon, tra lettini o lettoni … e via dicendo.
E’ difficile non giudicare e non fare una scelta di campo elettiva ed empatica al tempo stesso; si finisce per scegliere e sentire/empatizzare meglio con il bimbo (spesso) oppure con la mamma, mai con i due – insieme. Eppure questo e’ uno snodo: quel bimbo e quella mamma, che sono ed esistono, in quel momento storico di quella famiglia,in quel qui ed ora che cambia al secondo e al terzo figlio.

Per starci dentro occorre, come dicevano i nativi americani, avere camminato 7 lune nei mocassini di in altro…

Così mi ritrovo, nei miei viaggi tra i blog e i socialnetwork, a leggere posizioni estreme e dicotomiche – a volte –  o di scelte radicali ed esclusive che escludono altre possibilità oppure leggo il bisogno di sentire che il meglio avviene nelle proprie scelte..
Già …

Ma non che io ne sia fuori… Intendo dalla routine di giudizi e pregiudizi, pensieri pensati prima di conoscere e capire, utili certo alla precognizione del mondo, a pensarsi una mappa  … che andrà riscritta a seconda delle strade e delle incognite.

Eccomi. Una figlia e poi un altra.

Ma la seconda volta e’ diverso. E’ diverso con la seconda figlia, come ho già scritto più volte.
Un secondo figlio e’ una seconda vita, una seconda opportunità di capire di nuovo il proprio essere madri e genitori, insomma e’ rifare tutto come se fosse la Prima volta, con una consapevolezza in più.

Anche io ricordo che con la bimba grande, prima figlia = prima maternità = primo sapere … avevo più idee chiare su ciò che era giusto/sbagliato, su come dove quando volevo partorire (e per estensione come si doveva partorire) … ..allattare, nutrire, coccolare, far dormire, addormentare, fare visitare, fare educare mia figlia dagli altri….

E avevo in testa tutti i ” io non faro’ mai”: ora questo, ora quello.
Beate quelle mamme che non partono così con la lancia in resta nel sapere il giusto e lo sbagliato, proprio o altrui.

Ma la seconda figlia e’ stata quella che mi ha obbligato a fare il passo successivo.. Cioe’ un passo indietro!

Non solo dal punto di vista fisico mio e della gravidanza, tutto più medicalizzato della prima volta e della mia voglia, ma anche psicologicamente sono stata molto più fragile nel post partum e al tempo stesso più attiva, più forte e più debole al tempo stesso.

E la piccolina, al contrario della figlia grande che e’ sempre stata calma ubbidiente quieta tranquilla, e’ il suo esatto contrario vivacissima testarda curiosissima esplorativa …
Con lei quello che so o che credevo di sapere sui bimbi, non funziona allo stesso modo. Per fortuna, e con fatica ( com’è ovvio).

Eppure ciò che a volte emerge e prevale, quando attraverso il mondo della maternita’ e’ la scelta di campo verso MODELLO, un modello di mamma, fatte salvo alcune esperienze più luminose. Oppure c’è un mare vasto di narrazioni, che si intrecciano a patchwork, che sottendono, accomapagnano e rassicurano, pure restando teorie deboli. Mai “elevate” a saperi forti: psicologici, pediatrici, sociologici…

Le storie i saperi e le mamme e i modelli educativi, le teorie si disperdono e identificano i mille rivoli diversi… Anche nel mondo ‘magico’ = complesso, omnicomprensivo e molteplice della rete.

E’ vero quello che mi diceva e sottolineava la stessa fillerouge.. Quando parla del fatto che mancano i servizi di sostegno e di rete alla maternità; manca una nuova forma culturale e sociale di elaborazione sui nuovi nodi del essere e diventate madre. Basta leggere l’ultimo tema del mese di Genitori Crescono, http://genitoricrescono.com/tema-del-mese-nascite-non-nascite/ che parla del dolore di bimbi non nati (per itv, per aborti spontanei o per morte dopo la nascita), in cui spesso emerge la non capacita’ dei sanitari di parlare e elaborare anche questi lutti..

Per ora abbiamo le culture della maternità. Per fortuna cominciano ad avere voce grazie alla rete e alle mamme che sanno uscirne grazie a testi e libri, certo per ora si tratta di narrazioni, e non sono ancora saggi e/o studi. Ma e’ un inizio, questo  narrare storie per insegnare, per mostrare il mondo. E’ una vecchia pratica pedagogica.

Questo post e’ dedicato alla delicatezza di una blogger speciale, per ora la prima e unica che ho conosciuto extra rete: extrammamma. Appunto una che ha narrato …

http://www.extramamma.net/blog/2010/06/stasera.html


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elogio della bellezza

(scritto e pubblicato per donne pensanti)

alle volte un dubbio mi si insinua.

alle volte ricordo ciò che mi ha allonatanato dal femminismo.

alle volte temo gli attacchi verso le altre donne. (ecco l’unica che se sento attaccare è la gelmini, mi va bene così, si attacca la sua velleità di un legiferare incapace che sta distruggendo la scuola e questo mi spaventa per il nostro futuro collettivo).

un paese senza scuola è un paese morto, senza memoria, passato, presente e futuro.

ma ecco il mio elogio del bello.

io non credo di essere una donna bella, o meglio “figa”, non una di quelle che fanno girare la testa per strada, nemmeno una di quelle che esibisce la femminilità attraverso trucco&parrucco.

sono, credo piacevole, ho imparato ad esserlo piacendomi.

non mi è chiaro come anche così sono piaciuta ad alcuni uomini, che poi sono stati i miei fidanzati e/o compagni.

non ho disdegnato di essere “oggetto” di attenzioni maschili, o “soggetto” attento ai maschi che gironzolavano …

quando ero giovane.

sono attratta dalla bellezza dei corpi, dalla loro espressività, dal fascino, dalla cura, dalla differenza che c’è tra gli uni e gli altri.

come tutti, credo.

peraltro vedo la bellezza anche dove altri non la vedono.

come tutti, immagino.

il mio lavoro mi ha aiutato, a cercare bellezza dove c’è (anche nella disabilità, certo)

il fatto di amare le immagini e la fotografia è stata una molla potente.

sono cresciuta in mezzo a fotografie e libri di fotografia.

insomma lo sguardo è un motore potente, la vista lo è, la bellezza pure.

la dinamica dei sessi si basa anche sulla vista, sulla bellezza, e alle volte sull’armonia dei corpi.

alle volte temo che alcuni discorsi mettano alla gogna il desiderio di piacere, un piacere che sentono le donne, e di piacere agli uomini.

antropologicamente, e fisiologicamente è un dato necessario ad ogni cultura, all’incontro e alla procreazione, all’amore, al desiderio.

è una necessità che si veste di colori, tacchi e trucchi, di pettinature, tatuaggi, treccine, piume collane, artifici più o meno piacevoli (talvolta), che abbisognano anche culturalmente del giudizio altrui.

il giudizio implica anche la scelta.

non tutto ciò che critichiamo è sudditanza agli uomini.

il rischio del vecchio femminismo era quello di una battaglia contro gli uomini. e contro le donne che non si omologavano.

io voglio dialogare con la signora velina, incontrarla, capire insieme a lei una scelta diversa.

io voglio capire se la donna con il chador è schiava o una musulmana praticante.

io, di necessità, voglio stare nella ambivalenza del vivere, che tenta si metter insieme opposti inconciliabili.non per farli andare in sintonia, omologarli ma per legittimarli come pari …

e poi da li, da quell’incontro – anche critico – crescer in una cultura più complessa, attenta, “pensante”, portatrice di valori e disvalori, di valori nascosti da scoprire, da cercare  anche nel letame (purtroppo) … o di falsi valori mascherati da buone ragioni che vanno eliminati.

è un lavoraccio. ma va fatto.

lo so che è un pensiero ancora incompleto, non perfettamente definito, anche nella forma, forse privo di alcuni nessi … ma temo che giudicare troppo severamente chi usa la bellezza possa ritorcersi contro a noi stessi …


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il bello del dialogo, digitale o concreto che sia (donne pensanti crescono)

Grazie a Sivia che ha restituito al mio post per donne pensanti, una dignità, una capacità di andare oltre, di trascendere chi lo aveva scritto.

Silvia ha dialogato con le mie parole e le ha fatte diventare più adulte e forti. A lei un grazie di cuore  e di testa…

Con la profondità analitica che chi segue questo blog e le discussioni sul nostro social forum ha ormai imparato a conoscere, Monica/pontitibetani va direttamente al nocciolo della questione, interrogandosi su cosa sia il femminile o meglio che cosa nel femminile sia particolarmente importante testimoniare. E quasi subito tira in ballo il tema cruciale del corpo: quello che siamo, la nostra memoria, la nostra storia, il nostro narrarci, tutto questo passa attraverso il nostro corpo. In un tempo in cui siamo bombardati da immagini di corpi che sono per lo più pezzi di carne avulsi da una storia, come ridare valore vero alla nostra corporeità? Come sottrarci alla banalizzazione che la scoperta del corpo come fulcro dell’identità ha subìto senza rinunciare a questo spazio di fondamentale definizione di noi? Lo stereotipo imita il pensiero, o meglio il pensiero procede per strutture pregresse, già costruite, è per questo che gli stereotipi attecchiscono così facilmente dentro di noi, perché hanno la stessa natura del pensiero. È per questo, anche, che i pensieri vanno fatti e decostruiti, buttati nella mischia, rimessi in discussione, riaperti e sviscerati ancora, soprattutto quando si cerca di parlare dell’identità delle persone. Ecco, forse il pensiero per non scadere nello stereotipo deve rimanere vivo sporcandosi, cercando conferme e dissoluzioni nel contatto con altri pensieri. Monica non si sottrae mai a questo confronto, nemmeno con se stessa.

Cosa testimoniare?

Ho dovuto pensare a lungo come comporre la mia testimonianza, e poi ho aperto almeno 3/4 volte files, prendendo a narrare eventi che mi sembravano così specifici della mia vita, ma ogni volta mi sono scontentata da me stessa. C’era una domanda iniziale, che mi facevo e rifacevo, la quale finiva per cassare molti argomenti

Cosa avrebbe reso la mia testimonianza significativa del femminile, e nello specifico del mio femminile, collocato nella “mia” vita?

Ci sono cose del femminile che sento ovvie, dall’esser morfologicamente femmina, all’esser altrettanto fisiologicamente strutturata per la maternità (come ogni femmina, si intende, ed indipendentemente dalla realizzazione di una maternità),

come l’ovvietà di aver due gambe in grado di correre, poi sta a me esser una maratoneta. Ma a parte ciò molte altre cose di me le avrei potute raccontare, similmente,  anche se fossi stata uomo.

Allora qual era ed è l’essenza che può qualificare il mio femminile in quanto tale?

Ammetto un dubbio: non lo so. Non saprei definirlo ma al tempo stesso so che la mia esperienza dello stare al mondo è sempre filtrata dal mio corpo, un corpo di donna.

Sono stata anoressica ma nemmeno questo è o sarebbe – a mio avviso – qualificante, molte donne hanno o hanno avuto problemi alimentari in questa fase storica, quindi questa specificità non ha nessun merito, demerito, gloria o valore. Ma è stata la successiva ri-scoperta delle possibilità insite nel mio corpo a dare un grande valore al femminile e alla sua specificità; una scoperta letterale – avvenuta durante il percorso formativo come psicomotricista – come a dire la scoperta dell’ABC del mio stare al mondo, filtrato dall’insieme inscindibile di corpo e mente.

MI è sembrata, allora, una sorta di epifania, quindi non solo una esplorazione formativa, professionale, e personale: il mio stare al mondo passava da un corpo (il mio) e da un corpo specificatamente femminile.

Punto.

Non faccio categorie se sia meglio o peggio un corpo maschile o femminile, solo ciò che vivo e che faccio, ogni giorno, passa da qui.

Svolte.

Lavorare: con divertimento e passione, fare una opera creativa della mia professione, e di ogni giornata di lavoro;  usare la capacità di lavorare in modo non competitivo ma collaborativo.

Guidare: ha dato la forma e voce alla mia libertà di andare e tornare, di essere indipendente, osando la solitudine di certi viaggi che hanno sbeffeggiato la paura di “fare” da sola.

Crescere: la mia prima figlia (da sola, per alcuni anni e da madre separata). Imparare ad essere responsabile di lei, di me stessa e dei miei errori; saperli rendicontare e sapere che ne pagherò il conto. Crescere lei, crescendo me stessa, imparando che essere adulta per lei era una chance per me.

Studiare: una passione irrisolta, come studentessa inconcludente da giovane, come vera appassionata da adulta. Il gusto di saper giocare ad essere una absolute beginner, per imparare a ridere delle mie goffaggini. Per imparare. Per insegnare, continuando ad imparare.

Ecco tutto! Rileggendo la introduzione alla mia testimonianza mi rendo conto che narrare me stessa qui, corrisponde ad una nuova nascita, ad una ulteriore ri-definizione di me stessa, della mia forma e dei miei confini; così simile al rinnovarsi del femminile nelle sue ciclicità, nelle sue rivoluzioni ormonali che scandiscono certe fasi esistenziali, e che le determinano.

Un femminile che mi pare assai simile al contenere e poi partorire un figlio, o un progetto, o un’opera.

Tempi lunghi per generare.

E so che questa ridefinizione/narrazione di me stessa non finisce qui.

Questo che fa di me una donna pensante, e di queste parole scritte di una narrazione del femminile?

Una che attraversa la vita usando/vivendo se stessa, mentre tenta di non essere usata come uno specchio vuoto delle fantasie altrui, di non essere reificata, mantenendo la propria presenza in ciò che fa, sia essa una grande opera o una piccola opera quotidiana?

È questo?

Monica/pontitibetani

INFO su donne pensanti

http://www.donnepensanti.net

Se volete contribuire attivamente con post, proposte e contributi concreti ai gruppi territoriali e alla banca del sapere e del fare iscrivetevi al social network:

http://donnepensanti.ning.com/

testimonia il femminile:

http://donnepensanti.wordpress.com/


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ostetrica


un postarello breve come la considerazione che l’accompagna, ma è contiguo al post sull’allattamento.

l’ostetricia nasce da un sapere femminile naturale che si professionalizza, e chi ha avuto una buona ostetrica durante il parto sa bene che grado di competenza ci sia in quel lavoro.

non sono molti i saperi femminili che sono diventati professione.

a latere sta una domandina: non capisco come alcune donne aspirino ad avere il proprio ginecologo durante il proprio parto (se naturale).

info

http://bibliostoria.wordpress.com/2009/03/13/storia-dellostetricia-e-della-nascita/