PONTITIBETANI

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Rosa e azzurro. Praticamente arancione.

Fatto sta che casualmente uno dei due grembiulini destinati alla scuola dell’infanzia è arancione e non rosa.

Altri dettagli non pervenuti. 🙂


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elaborare il mondo …

Ma chissà perché “l’espressione sessuale” a scuola, in ogni sua forma, è ignorata, espulsa e scissa. Oppure punita. Non nella singola scuola, che di certo ogni scuola si sente dotata delle più raffinate competenze, o in quella si attiva seriamente – mettendosi in discussione, o infine in quella che si salva grazie a resistenze di portata mondiale (io non non sapevo, non c’ero, non c’entro).

Fingere che certi temi non esistano, o somministrare blandi palliativi è un ottimo modo per sentirsi a posto e puliti.

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un tempo tiranno ma … (la Statale 17)

A me questa idea, di mammamsterdam, piace. Mi manca il tempo per pensarla come possibile per me e famiglia, nel qui ed ora. Ma offro il mio contributo in altro modo, questo di farne un post, per esempio.

Non solo fa parte di quei pezzetti di civiltà che restano possibili in un momento difficile, in una Italia scassata e frammentata, ma anche ci aiuta a pensare che il concetto di res publica può continuare ad essere vivificato – anche – da azioni piccole, capillari, civili e dimostrative della cura  al bene comune, alla società, ai nostri vicini etc, ed è ciò che noi possiamo offrire.

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Cosa fatta … capo ha!

I lavori estivi e molto zen della casa stanno terminando ma intanto la scrittura si è esternata qui e la, soprattutto le avorativamente parlando.

Faticacce indubbie, ma son soddisfazioni.

Donne Pensanti: il magazine e il mio primo articolo

Ho messo mano anche a questo 

Mamme Acrobate: pensieri scolastici

Per finire c’è un altra idea un pò folle ma merita un articolo a parte.


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Di scuola e di ruolo – dopo il 12 aprile 2011

tratto da una intervista Maria Pia Veladiano, insegnante, laureata in filosofia e teologia

Lei è un’insegnante. Uno dei personaggi positivi de ‘La vita accanto’ è rappresentato proprio dalla maestra Albertina. In che modo è cambiato il ruolo dell’insegnante in Italia?

Nell’ultimo decennio l’insegnante è stato ed è ancora oggetto di una sistematica operazione di demolizione del riconoscimento sociale che, invece, lo aveva accompagnato nel secolo scorso e lo aveva aiutato nel suo difficile lavoro. Oggi tutto è più complesso, perché la classe è un piccolo mondo, dove le differenze sono meravigliose e faticose insieme. I confronti un po’ passatisti fra gli insegnanti di un tempo e quelli odierni non hanno senso: nelle classi, un tempo, non entravano i disabili, chi non stava al passo dei programmi veniva escluso senza appello. C’è stato un momento in cui la scuola è stata accompagnata dalla fiducia della comunità e in certa misura anche della politica, che ha creduto nella sua vocazione all’integrazione, al suo essere a servizio della cultura intesa come capacità critica di conoscere la complessità del mondo. Oggi si colpisce la scuola perché fa paura la libertà del pensare e fare l’insegnante è più difficile. Quel che resta è la possibilità di conquistarsi un prestigio personale, individuale. Ma il riconoscimento sociale non c’è più.

Giusto e vero. Tutto o quasi.

Mi assumo la voce della polemica di chi pratica l’educazione, con un ruolo professionale ancora più misconosciuto di quello dell’insegnante, a poco più di 1000 euro al mese, con altrettanta vita da stra_precario. Gli educatori professionali, misconosciuti anche dagli insegnanti stessi.

Va da se che occuparsi di disabilità, tossicodipendenza, malattia mentale, povertà, migranti, minori a rischio di devianza, carcere … rappresenta un autogol in termini di rappresentabilità sociale.

L’educatore non vale nulla socialmente, almeno quanto la sua utenza. E’ un paradosso e una provocazione si intende.

Perchè ufficialmente ci si dice che le marginalità sociali hanno un valore e sono portatrici di diritti, vanno tutelate, protette, e fatte crescere verso occasioni di vita migliore.

Ma restano ancora un pò marginali.

Socialmente depresse.

Socialmente depressi restano quindi anche gli educatori, i loro stipendi, la considerazione sociale. Anche se qualcuno ha due lauree, o le specializzazioni, i master, la formazione e anni di studio e lavoro.

Provassimo a tenere un pò di più l’asse sulla questione educativa e  non sulla qualificazione dell’utenza forse troveremmo maggiore stima sociale e minore stigma.

Eppure quel lavoro sporco che s’ha da fare, quel “quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare”, fanno parte dell’educatore professionale, a volte insieme ai dredlock e all’abbigliamento molto “street”.

Perchè la passione educativa induce a trovare, esplorare, imparare, insegnare, scoprire, lottare … dove non si vede quasi nulla. Nel buio e nella fatica dei luoghi, delle strade, della gente.

Questo si che gli educatori potrebbero, forse dovrebbero, insegnarlo agli insegnati troppo appiattiti e addolorati.

Non è l’autostima da conquistare, non il ruolo professionale prestigioso, non è l’infausta Gelmini il nemico da combattere, ma la lotta ostinata va fatta contro le nuove forme di ignoranza, per i pensieri bambini o adolescenti da sedurre fuori dalla tv spazzatura, da stereotipi e saperi banali e ignoranti, che ottundono e chiudono. Va riconquistato il cuore e il piacere, la bellezza di strappare il sipario del banale per la meravigli che nasconde …

Stay human …


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Giustizia, giustizialismo e scuse vuote ..

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=124547&sez=HOME_ROMA

Roma:

«Mi hai rigato l’auto» e giù botte. Disabile rischia di perdere un occhio

L’aggressore, mi dispiace, andrò a chiedergli scusaLa vittima: inaccettabile, non accoglierò le sue scuse

 

Ecco che la cronaca, di nuovo, ci sbatte in faccia la violenza eletta a sistema di relazioni, il sopruso l’intolleranza usate come comunicazione. Se è facile e banale dare sempre colpa ad una sola causa però è altrettanto facile provare a guardare un pò più attorno.

Accade spesso di recente, almeno prima se ne aveva notizia in misura minore, di leggere nella cronaca di ersone che non solo massacrano altre persone (uomini, donne senza differenze) ma poi dicono “mi dispiace”, come se questo fosse un “atto” magico che azzera.

Non dico che non sia necessario scusarsi, pentirsi, oltre che pagare con la pena comminata per il reato commesso.

Ma questi pentimenti immediati puzzano, di vuoto, di non pensato, di non elaborato, di “fa-niente”, di scuse posticce, il processo di comprensione di un danno grave causato ad un Altro è lungo e necessariamente doloroso.

Puzzano anche per il contesto culturale che viene legittimato e che svaluta l’importanza delle azioni che compiamo.

Se ci sono politici che governano pure avendo procedimenti penali in corso (e si parla di mafia, non di reati lievi), se ogni cazzata di un potente si cura con un “mi avete frainteso”, se alcune violenze sono quasi legittimate come”meno gravi” di altre… Va da se che il messaggio colto è che in fondo non è poi tanto grave picchiare a sangue uno, disabile (cioè più fragile), davanti ad una scuola(cioè davanti a dei bambini), per via di una cosa che “pensi” potrebbe anche aver fatto (quindi in base ad una probabilità).

 

Insomma siamo alle solite le responsabilità sono individuali, e vanno usate e patite fino in fondo, ma un clima di dereponsabilizzazione, di illecito banalizzato, di “giustificazionismo a propri”, di sottovalutazione dell’Altro, creano un bel minestrone diseducativo.

Un clima imbarbarito insegna ad esser barbari, violenti, ignoranti, irresponsabili ma speriamo ancora punibili dalla giustizia …