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Illuminazioni, memorie e dispiaceri

La prima illuminazione arriva con le parole di una mia docente di danzaterapia: “siamo state tutte anoressiche”, seguite da una altro bruciante “gli egocentrici muoiono soli”.

E ancora un’altra offerta, volontariamente o meno, da una cara amica: “anoressia per controllarsi, laddove il mondo adulto non ti controlla. Così ti controlli da solo”.

Poi quell’altra  frase di una collega psicologa che spiega qualcosa, che ti consente di accettare di provare dolore per un lutto e una morte, che la logica dice non appartenerti.

Insomma il dolore, per ognuno,  prende le forme meno probabili.

Anzi ognuno cerca di dare al proprio dolore una forma.

Perché non resti solo devastazione, e diventi accettabile, ma non banale.

Img credits Carlos Bravo 2006

Img credits Carlos Bravo 2006

Il dolore potrebbe essere quella cosa che ci accomuna, e ci assimila, se non nella forma  … nella sostanza.

Invece diventa il catalogo esibito del dolore migliore, quello che legittimamente fa soffrire di più, degli altri.

Un dolore che (egocentricamente) ti rende esclusivo/a ed escluso/a dall’umanità, dolente per cause sue, ancorchè improbabili.

Conoscevo due o tre persone che esibivano un catalogo di dolori/sfortune/malanno tali da renderle, quasi disumanamente, inavvicinabili; e che in virtù della loro (oggettivamente) massiccia sofferenza, stavano 10 metri sopra agli altri.

Soli.

Aveva ragione la mia prof! Abbiamo tutti qualcosa che ci accomuna, e rende umani, vicini all’umano. E ci tocca pure cercarcelo meticolosamente dentro, smitizzarlo, rimestando nel nostro torbido, trovare quel qualcosa per prendercene cura; per scoprirci meno soli e  più vicini agli altri.

Per non morire (dentro) soli.

Alè.

Stay human

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Eppur si muove

Ebbene si il blog vive ancora, per chi non se ne fosse accorto, sotto la cenere cova qualche barlume di calore.

Un nuovo lavoro, con 40 ore fuori casa si è assorbito tempo ed energie, e perché anche pensieri. Una cosa che quando accade, rivoluziona il mondo quotidiano, il tempo, lo spazi (gli spazi di vita),, i pensieri e le emozioni.

Due mesi passati a imparare, imparare, imparare, e esplorare 58 nuove relazioni personali, studiare report e carte varie, prontuari e regole (implicite ed esplicate) … e a cercare dove si collochi l’educazione. Due mesi per appassionarsi nella responsabilità, e nella scelta di alcune rinunce professionali, per non perdere la rotta di se stesse e del proprio senso del lavoro,

Rinnovando anche le regole e i tempi della famiglia, spesso sacrificati al lavoro, nel paradosso eterno del lavoro che da e toglie al tempo stesso.

il retro pensierino di fine d’anno che questa nuova svolta di lavoro e di vita, insieme ad un lutto familiare assai spesso, mi hanno ridefinito il valore di alcuni rapporti o modi di relazionarsi, da cui saggiamente vale la pena di tenersi fuori.

Buon 2013

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Cosa si lascia

Se non avete voglia di un post menoso, è proprio il  momento adatto di cambiare pagina… 

Oggi una persona amica scriveva del dolore interiore che si prova in uno stato di malattia conclamate e grave, quel dolore che va oltre il dolore fisico.

Ci ho pensato e chiesta a come me lo immaginavo.

Un dolore di amore, di malinconia, e parole difficili.

Un timore di dover salutare quelli che ami, senza avere tempo per dire e per fare le mille cose che riempiono una vita.

Mi immagino tutte le cose che devo ancora insegnare alle mie figlie, prima che imparino a volare con le loro forze,

le cose che non ho ancora saputo fare ma che sono scritte forte nei miei pensieri (obiettivi, volontà, sfide, determinazioni).

Poi però penso al gesto di amore di mio padre, negli ultimi giorni e in tutta la sua vita.

Al suo lasciarmi, senza parole, ma piena e ricca, di gesti e attenzioni, di errori e sicurezze.

Di avermi dato, ogni giorno, della sua e della mia vita una piuma per le ali.

Credo sia la rotta che cerco.

Aggiungo il video dell’intervista ad un mio maestro, una una persona che non smette di imparare e insegnare.

In qualche modo la sua storia risuona in questo post, alla ricerca di senso anche alle cose che sembrano non averne.


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Franca Viola da Alcamo

Franca Viola (Alcamo, 09 gennaio 1947)

fu la prima donna italiana a rifiutare il matrimonio riparatore, diventando un simbolo della crescita civile dell’Italia nel secondo dopoguerra e dell’emancipazione delle donne italiane.

Il 26 dicembre 1965, all’età di 17 anni, Franca Viola, figlia di una coppia di coltivatori diretti, venne rapita (assieme al fratellino Mariano di 8 anni, subito rilasciato) da Filippo Melodia, un suo spasimante sempre respinto, imparentato con la potente famiglia mafiosa dei Rimi, che agì con l’aiuto di dodici amici. La ragazza venne violentata e quindisegregata per otto giorni in un casolare al di fuori del paese; fu liberata con un blitz dei carabinieri il 2 gennaio 1966.

Secondo la morale del tempo, una ragazza uscita da una simile vicenda, ossia non più vergine, avrebbe dovuto necessariamente sposare il suo rapitore, salvando l’onore suo e quello familiare. In caso contrario sarebbe rimasta zitella, venendo additata come “donna svergognata”.

All’epoca la legislazione italiana, in particolare l’articolo 544 del codice penale, ammetteva la possibilità di estinguere il reato di violenza carnale, anche ai danni di minorenne, qualora fosse stato seguito dal cosiddetto “matrimonio riparatore”, contratto tra l’accusato e la persona offesa; la violenza sessuale era considerato oltraggio alla morale e non reato contro la persona.

Ma, contrariamente alle consuetudini del tempo, Franca Viola non accettò il matrimonio riparatore. Suo padre, contattato da emissari durante il rapimento, finse di acconsentire alle nozze, mentre con i carabinieri di Alcamo preparavano una trappola: infatti, quando rapitore e complici rientrarono in paese con la ragazza furono arrestati.

Eventi successivi

Subito dopo il fatto, la famiglia Viola, che aveva contravvenuto alle regole di vita locale, fu soggetta ad intimidazioni: il padre Bernando venne minacciato di morte, la vigna fu rasa al suolo ed il casolare annesso bruciato.

Il caso sollevò in Italia forti polemiche divenendo oggetto di numerose interpellanze parlamentari. Durante il processo che seguì, la difesa tentò invano di screditare la ragazza, sostenendo che fosse consenziente alla fuga d’amore, la cosiddetta “fuitina“, allo scopo di mettere la propria famiglia di fronte al fatto compiuto per ottenere il consenso al matrimonio.

Filippo Melodia venne condannato a 11 anni di carcere, ridotti a 10 e a 2 anni di soggiorno obbligato nei pressi di Modena. Pesanti condanne furono inflitte anche ai suoi complici dal tribunale di Trapani, presieduto dal giudice Giovanni Albeggiani. Melodia uscì dal carcere nel 1976 e venne ucciso, nei dintorni di Modena, da ignoti con un colpo di lupara il 13 aprile 1978.

Franca Viola diventerà in Sicilia un simbolo di libertà e dignità per tutte quelle donne che dopo di lei subirono le medesime violenze ed ebbero, dal suo esempio, il coraggio di “dire no” e rifiutare il matrimonio riparatore.

Franca Viola si sposò nel 1968 con il giovane compaesano Giuseppe Ruisi, ragioniere, con il quale era fidanzata, che insistette nel volerla sposare, nonostante lei cercasse di distoglierlo dal proposito per timori di rappresaglie. La coppia ebbe due figli: si trasferì a vivere a Monreale per i primi tre anni di matrimonio, per poi tornare ad Alcamo.

Giuseppe Saragat, Presidente della Repubblica, inviò alla coppia un dono di nozze per manifestare a Franca Viola la solidarietà e la simpatia sua e degli italiani. In quello stesso anno i due sposi vennero ricevuti dal papa Paolo VI in udienza privata.

Passeranno ancora sedici anni per l’abrogazione di quella norma inutilmente invocata a propria discolpa dall’aggressore: l’articolo 544 del codice penale sarà abrogato dall’articolo 1 della legge 442, emanata il 5 agosto 1981, che abolisce la facoltà di cancellare una violenza sessuale tramite un successivo matrimonio.

fonte Wikipedia

Leggere anche: Il silenzio dei padri di Claudio Fava


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Incontri veloci come il lampo

Grazie a ondaluna, che grazie al suo blog e ai suoi post mi permette di ricollegare una esperienza e reimmetterla in circolo.

Incontrare la figlia piccolina è una impresa titanica, è stata una strada in salita, e lo è tutt’oggi; perchè tra una mamma iperattiva e una bimba veloce come il lampo l’incontro non è facile.

Non è stato facile perdonarmi la stanchezza e la fatica dei primi mesi, contrappasso per l’ubris di aver avuto e voluto una figlia a 44 anni, per la paura difficile da governare dopo l’esito della villocentesi, per il timore di esser stata stanca, sfinita, lontana, razionale … insomma una mamma a pezzi.

Incontrare me è stata una impresa titanica, fare pace con l’imperfezione, chiedere davvero aiuto a chi mi è vicino, amarne le umane imperfezioni.

Eppure per la piccolina, oggi c’è un amore che non è maliconico e straziante, come se evocasse echi di fatiche lontane. E’ vivo e morbido, vellutato e pieno di artigli come un gatto, pronto a graffiare e fare le fusa.

Pronto a tendersi come la corda di un’arco, e pronto a scoccare frecce che, in una visione zen, finiscono sempre per colpire un solo bersaglio. Se stessi.

Che dire? Ultimamente mi fa bene dire queste cose.


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A come allattare

disclaimer:

Chi scrive questo blog è favore dell’allattamento al seno, e quanto scrivo non vuole assolutamente sostenere una posizione avversa a quanto suggerito dale linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Salute.

L’OMS raccomanda l’allattamento materno esclusivo per almeno i primi sei mesi di vita del bambino, mantenendo il latte materno come alimento principale fino al primo anno di vita pur introducendo gradualmente cibi complementari. Suggerisce inoltre di proseguire l’allattamento fino ai due anni e oltre, se il bambino si dimostra interessato e la mamma lo desidera [1].

fonte wikipedia

linee ufficiali guida oms/unicef allattemento al seno

Ultimamente il mio gironzolare tra blog, socialnetwok, web si è soffermato sul crescente numero di luoghi dove si promuove, sostiene, tematizza la fondamentale importanza dell’allattare al seno.

Qualche volta la necessita di divulgare questa idea sconfina con velleità di evangelizzare l’umanità, altre volte con una forte critica contro le madri che non allattano.

Da qualche parti (un blog) sono state definite tristi e anaffettive. Alle volte ho sentito un ansia di legittimare le proprie scelte quali le migliori in assoluto possibile, quasi a sfidare un antagonismo, che spesso nemmeno c’è … verso questa pratica umana, fondativa non solo dell’alimentazione dei bimbi, ma anche  base della relazione madre bambino. (cfr.L‘interazione madre-bambino: oltre la teoria dell’attaccamento – H.R. Shaffer _ F. Angeli Editore).

Mi  viene da dire che la maternità è un esperienza fondativa di una donna, di un essere umano e spesso per fortuna anche per certi uomini, che imparano molto su se stessi nel loro esser padri, nel loro incontro con la nascita, la crescita, l’affetto di/verso un figlio; esattamente come accade a noi madri.

La fase iniziale di una maternità può essere così piena e totalizzante, da essere assunta a paradigma totale di tutto. E’ l’assolutamente perfetto, e la propria riuscita deve essere il meglio per tutti e per tutte. Con la mia prima figlia ho vissuto una sensazione simile, che ho definito “una sensazione di gloria” (da qualche parte nel blog c’è sparso questo post…).

Per fortuna ho avuto una seconda figlia e una seconda maternità, che non è stata così semplice. Per fortuna che avere oggi 46 anni, significa qualcosa, forse avere più simpatia per ciò che ci differenzia degli altri esseri umani. Ma restano i miei difetti, fra cui l’intolleranza verso gli intolleranti.

Avere una seconda figlia ha significato niente gloria e niente latte, tanta fatica, e scelte diverse. Imparare nuovi modi, diversi dal contatto pelle a pelle, con il mio cucciolo che non potevo allatare. La ricerca di un modo diverso di incontrarla, lo spazio per il papà per nutrire sua figlia.

Il latte è fondamentale. Ma è anche importante saper trattare chi non può, non riesce, non si fida, chi ha paura, chi perde il contatto con se stessa allattando, chi non sta bene, chi ha avuto un parto difficile e tutte le possibili variabili umane che possono accadere ad una donna che non allatta. Aiutare non è giudicare,  e sostenere è  informare, facilitare e permettere (o avvicinare) alla scelta migliore possibile, una scelta che permetta alla madre e/o al padre di entrare in contatto con il suo bimbo e con la fase basilare della nutrizione e della relazione.

Credo che il rispetto sia la base anche per promuovere l’allattamento al seno, senza demonizzare che sceglie (volendo o meno) uno stile diverso.

Credo sia questa la strada migliore per il sostegno alla genitorialità, alla maternità, senza radicalismi, fondamentalismi, e con la delicatezza necessaria quando si entra nella vita altrui.

Un luogo dove ho sentito nominare e vista attuare questa capacità di accoglienza ai genitori e ai loro bimbi è stato il corso per insegnanti massaggio infantile A.I.M.I.,

nel caso interessasse il link è questo https://www.aimionline.it/public/


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Morte dell’anoressi(c)a

Palestra. Di nuovo.

Oggi mi sparo, a palla, Caperezza nelle orecchie, via iphone.

Sotto di noi, la palestra supervetrata è al 2° piano, vedo uomini entrare uscire dalla sala scommesse.

Una botta e via, si direbbe.

Intanto io cammino e cammino.

Cammino. Per 4o minuti.

E Caparezza condivide con me le sue rabbie quotidiane, che poi sono anche le mie.

In fondo urlerei anche io se potessi.

Intanto uomini entrano ed escono dalla sala scommesse, persino quelli delle forze dell’ordine.

Parcheggiano, come capita, entrano, escono.

Poi escono due operai, giovani. Uno avrà a malapena 18 anni. Lungo e magro. Magrissimo.

Ricorda i volumi dell’anoressia, i panni gli cadono addosso, le ossa lunghe, il codino riccio.

I gesti efebici, o forse solo fragili.

Le mani sottili, disegnano gesti nell’aria. Il corpo si muove a disagio con se stesso, quasi scomodo in questi vesti troppo larghi.

Ogni tanto un gesto sembra presagire qualcosa di differente, una vitalità, la forza, l’energia. Potrebbe fare il danzatore se liberasse il corpo da qualche prigione sotterranea e interiore.

Non il muratore.

Scompare anche lui inghiottito nell’andirivienei degli scommettitori.

Lo ammetto mi ammaliano i gesto degli anoressici, forti e sottili, fragili e onnipotenti. Sino a che la malattia li rosicchia e svela il suo volto vero.

Oggi lo so. L’anoressica in me è morta, anche se guardo quasi con malinconia, le gestualità sottili e fragile, e le ostinazioni feroce, i corpo sottili e delicati.

Malinconia e lutto, di qualcosa che è andato.

Non c’è l’esclusività, non c’è la potenza, non c’è il controllo, non c’è fragilità. Come mi disse, distruggendo ogni mia velleità di sentirmi unicamente speciale, una mia insegnante di danzaterapia “siamo stati in tanti ad essere anoressici”. Come dire “rassegnati, cara, nessuna eccezionalità”.

Intanto corro sulla pedana, e la voce di Caparezza mi ricorda che il mondo è anche la fuori, spesso ottuso, insensato, piano di cose sballate e di ingiustizie.

La mia anoressia davvero è obsoleta, non serve a nulla.

Se ne festeggi la morte avvenuta nel lontano 1989.

Sono un eroe perché proteggo i miei cari dalle mani dei sicari dei cravattari
Sono un eroe perché sopravvivo al mestiere. Sono un eroe straordinario tutte le sere
Sono un eroe e te lo faccio vedere. Ti mostrerò cosa so fare col mio super potere

Stipendio dimezzato o vengo licenziato
A qualunque età io sono già fuori mercato
…fossi un ex SS novantatreenne lavorerei nello studio del mio avvocato
invece torno a casa distrutto la sera, bocca impastata
come calcestruzzo in una betoniera
io sono al verde vado in bianco ed il mio conto è in rosso
quindi posso rimanere fedele alla mia bandiera
su, vai, a vedere nella galera, quanti precari, sono passati a malaffari
quando t’affami, ti fai, nemici vari, se non ti chiami Savoia, scorda i domiciliari
finisci nelle mani di strozzini, ti cibi, di ciò che trovi se ti ostini a frugare cestini
..ne’ l’Uomo ragno ne’ Rocky, ne’ Rambo ne affini
farebbero ciò che faccio per i miei bambini, io sono un eroe.