PONTITIBETANI

Zone Temporaneamente Autonome


Lascia un commento

meglio un anatra di un critico morto (esercizi di scrittura)

Mi sono iscritta da un corso di scrittura narrativa, un buon modo per dare un po’ di nutrimento al blog che langue da troppo tempo

Questo è il mio finale del racconto di Tobias Wolff, il cui inizio è nelle due immagini in fondo al testo.


 

Serge roteò il capo sul collo, ispirò velocemente mentre si massaggiava le tempie.

Erano 4 o 5 ore che scriveva senza interruzioni.

Un mal di testa atroce, lo attanagliava, come il fratello gemello della sua eterna cervicale. Una giusta vendetta per quella prolungata immobilità.

Era arrivato quel un punto del romanzo in cui riusciva a far morire il personaggio più antipatico.

Fare sparire Anders, tutti i manierismi e il suo malcelato odio per l’umanità.

Anders non avrebbe potuto che morire così, in modo stupido e soprattutto a causa della sua stupidità.

Quella morte così, collocata ad arte una scena così insensata e grottesca, avrebbe dovuto soddisfare la sua voglia di vendicarsi di Gustave.

Gustave Roger Tourbillion era suo cognato, un essere surreale che dalla vita reale, era finito nel suo romanzo, quale vittima predestinata.

Succhiò una mentina, stiracchiandosi e grattandosi il ventre abbondante.

L’amore è sempre cosa grottesca, e non spiega come si formino le coppie. Soprattutto non avrebbe mai potuto spiegare perché la sua sorellina avesse sposto quell’imbecille, che aveva ereditato come parente.

Ma adesso l’imbecille era morto, almeno nel romanzo, e un senso di giustizia divina lo stava placando.

Si riaccomodò sulla sedia, e pose le dita sulla tastiera. Una posizione di un certo garbo, come un pianista che si appresta a suonare.

Clic, clic clic

La pistola del rapinatore si era inceppata, e al momento la testa di Anders era salva. Nient’affatto spappolata sul soffitto e sul pavimento.

La paura provata non aveva cancellato l’ilarità dagli occhi.

Cosa ridi, scemo – gli aveva urlato il rapinatore. Il fiato sapeva di mentina.
Ti ammazzo lo stesso – gli occhi erano pallidi, acquosi. LO aveva afferrato per il bavero e sbattuto per terra. Anders era nella posizione di studiare anche il pavimento di marmo della banca, il volto schiacciato a sinistra per terra. Guardava i riquadri bianchi e neri, che formavano una scacchiera naturale, nulla di rilevante, ma ben fatto, lucido.
Lavoro discreto – aveva detto, e rapinatore incredulo aveva gli aveva mollato un calcio nelle costole, mentre scuoteva la pistola e gliela sventolava davanti al naso. Quasi in apnea si preparava a urlargli qualche altro neologismo patetico.

La vibrazione del cellulare non smetteva, così Serge, aveva risposto ad Aurore, sua sorella che gli ricordava la cena di compleanno in onore di Gustave, e di passare a comperargli il regalo. Il solito da 12 anni.

Aveva perso il flusso delle idee, e la voglia di vendicarsi di suo cognato, intanto si era detto che “Cucina una ottima anatra arrosto, succulenta, dorata e croccante,  poi il flan di carote, è squisita magia, musica per la mia bocca, perché sprecare tutta quella virtù?”

In fondo Anders aveva ancora molto da dare al suo romanzo, e l’idiozia del cognato poteva sempre fornirgli ottimi stimoli.

schermata-2017-02-24-alle-21-07-56

schermata-2017-02-24-alle-21-08-14


10 commenti

Ma vacci tu, a scuola

Ho una figlia, la grande, che galleggia svogliatamente nelle aule di una qualsiasi terza media, ma ciononostante ancora trasforma in esiti positivi le ore di studio.

In ogni caso, in quel limbo scolastico, si (probabilmente) nebulizzano sostanze psicotrope quali noia, fastidio e disgusto, offerte equanimemente a “prof” ed alunni.

Sarà il caso, sarà il piccolo paese, sarà la provincia, il provincialismo, la lomelina, il pavese, la pianura, la gelmini o il tunnel di neutrini, saranno i ragazzini, saranno le famiglie … ma quella scuola è un luogo di perdizione: si perde tempo, passione, piacere, voglie.

Hai voglia a fare la rappresentante di classe, non c’è speranza, e prima o poi entri anche tu nel tunnel dell’apatia.

Una luce flebile si intravvede, sono i giorni degli openday … Evvvvai!!! Si va per licei.

Immagine | design d'autore "... through the mist"Immagine | design d’autore “… through the mist”

Un turbinio di emozioni (materne) e ricordi fragranti come una brioches appena sfornata: occupazioni, manifestazioni studentesche, l’odore dei tram di Milano, la focaccia alle cipolle, la consistenza dei libri, la carta patinata di alcuni libri, i pennarelli colorati, la prof. di filosofia che ti fa innamorare di Eraclito e la compagna Simona che ti trascina a vedere quello carino della classe accanto, le tegole intravviste dalla finestra, studiare al parco d’estate. E le frustrazioni e i fallimenti, gli inciampi, eppure i liceo è tutto lì; un tempo magico dello studio. Nonostante. Mai vuoto o noioso.

Ma dovrei chiedere alle mie tante amiche/colleghe psico cosa succede. Non alla figlia, legittimamente presa dal panico, davanti alla scelta, una scelta che fa paura non tanto perchè ineluttabile, ma perchè obbliga a decidere, a imparare a differenziare, pensare, decidere, soppesare.  Io la rinfranco: ‘ché la vita, per fortuna, è rivoluzionaria e rivoluzionante. Il triplo salto carpiato, in fase di iscrizione all’università, è sempre lecito e plausibile. Il problema, per la figlia, è la scelta che indica che ora è possibile scegliere, e che il limbo, ora, lo si deve abbandonare.

Il problema per la madre è la stesso, scegliere; in una diversa declinazione nell’accompagnare alla scelta, nel dosare assunzione di responsabilità (mia) e libertà di espressione (sua), nel sapersi giostrare tra necessità di tutela e di spinta all’emancipazione. Ma una cosa mi è diventata chiara, dopo due mesi di crisi (vera) materna, la genitorialità impone sempre di ri-attraversare le proprie scelte, quelle dei propri genitori, per riattualizzarle o stravolgerle per una figlia che si impara a ri/conoscere di nuovo, non solo alla luce di quello che sa e vorrebbe studiare. Guardandola tra luci e penombre, pensando a quello che la strada della scuola gli potrà insegnare, spingendola lontano, verso altri mondi e saperi; inequivocabilmente diversi da quelli sino ad oggi masticati in casa….

E la madre, si ritrova in crisi e confusa, su un metalivello (s’intende, essere adulti ti ci  obbliga) ad essere in crisi anche sui metalivelli, in bilico sulle ambivalenze, in crisi con ambiguità …

In crisi come lei, quasi quattordicenne, che un pò comincia a scegliere per se, e tu che devi capire come e cosa scegliere, per quella lei che non è più piccina, per la donna che potrebbe essere, per quello che altri potrebbero insegnarle facendo convergere gli sguardi insieme, in modo nuovo, usando nuovi codici e nuove lenti.

Alla fine però, all’alba dello scegliere, scopri che anche tu stai indossando nuovi sguardi, e imparando che dovrai (saper) scegliere di meno e lasciare (andare)di più.


24 commenti

Crisi matematiche e stereotipi di genere

Si sa che le femmine poco ci azzeccano con la matematica, e la figlia grande che ci florilegia mediamente di 8, 9, e 10 – in ogni dove (materie)- ….. in matematica si/mi dice di essere una tonta/una capra.

Colpa delle malefiche espressioni.

Anche la madre si pregiava di sentirsi una capratonta in matematica, d’altronde pure lei è femmina. Io appunto sono femmina, pare, non fosse altro per via della matematica.

Pensandoci bene poi, mi sono accorta che dispiaceva essere:

non solo una madre degenerata dell’essere femmina,

ma anche  ignorante in matematica, quindi doppiamente colpevole …

Così mi sono rimessa a studiarle, ‘stè cavolo di espressioni, e i neuroni hanno scricchiolato penosamente. E la distrazione complice nella fatica, quella, è la stessa da trent’anni, capratonta e distratta, in surplus.

Tanto convinta di esser capratonta da mollare … la matematica al suo destino.

Alla fine ho capito che dispiace non sia possibile sbarellare questo destino femmineo, che ci vuole brave nella parlantina e capretonte in matematica.

Mi spiace che la figlia grande sappia già che questo stereotipo le appartiene, e suo  “deve” non essere capace ….

Mi dispiace di aver intuito e di intuire che la matematica ha un suo fascino, una sua armonia, non dissimile a quella di tante altre materie, e che anzi è una opportunità … ma che la maneggio e la maneggerò sempre con la grazia di un coccodrillo, fuor d’acqua …

Però in seguito a questo … ho ordinato un simpatico libretto che spero mi aiuti a fare luce sui miei abissi matematici e mi insegni a divertirmi con la figlia grande facendo le odiate espressioni ….però …


5 commenti

tu non mi dai soddisfazione …

dice la figlia grande….

perchè i genitori della compagna XYZ le fanno un sacco di feste quando la pargola prende un 7.

acc figlia grande tu prendi sempre ottimi voti, ti piace studiare e capire, e studi con facilità e sbrighi i compiti in breve tempo.

insomma ai bei voti ci sono abituata … (mica sei stata bocciata l’anno scorso come XYZ), cosa faccio festeggio ogni 8, e ogni 9 ed ogni 10?

sono fiera di te ma soprattutto della tua curiosità e applicazione, quasi semplice ed inevitabile.

certo la fierezza è meno spudorata dei festeggiamenti, è più intima e sotterranea, e non si vede un granchè .

mi fido di te e delle tue capacità.

ma anche la fiducia non si vede, e quando prendi un voto sotto lo standard (tipo 6 e mezzo), so che ti sforzerai e ci sforzeremo di capire cosa non è andato, cosa non è stato capito, se non ti sei impegnata, se la lezione era incasinata, insomma si tratterà di un semplice pit_stop …

magari ti festeggerò un pò di più quando dimostrerai che stare in casa significa cooperare e smettere quell’aria da principessa rana, che ti spunta sotto il naso talvolta … eh?