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Barbablu mode: on

Si sa che le fiabe contengono spesso quella saggezza ancestrale che ci illumina la strade, e poi  altre volte veicolano alcuni modelli culturali o peggio morali che “devono” esser insegnati; qualche volta onorevolmente ancora invece seminano dubbi e domande (sai fai attenzione al lupo), paventando i rischi, o mostrando strategie necessarie al vivere.

Barbablu’ è una di quelle fiabe che insegnano qualcosa che non viene mai insegnato a sufficienza, fa parte di quelle storie angosciose che vanno ascoltate e insegnate per comprendere quanto accade attorno all’amore e ai legami tra uomini e donne, eppure non è facile leggerla ai bambini, truculenta e sanguinaria quant’è.

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Barbablù uccide tutte le sue mogli, ma non prima di aver creato attorno a loro un clima mistificatorio, creato ad arte, per condurle nella trappola che va poi costruire per loro, trappola mortale e annichilente, agita fisicamente o psicologicamente.

Barbablù non ha la barba colore della notte, non lo si riconosce da quello, ma da mille altri segnali.

Ci sarebbe da dire svegliatevi bambine, e madri e donne e padri  e uomini, sedetevi a terra e fate capire così che siete altro, mostrate chi – restando in piedi- dimostra di essere Barbablù, osservatelo e svelatelo, perché non abbia a seminare altre vittime.

Grazie allo stimolo di Barbara Summa e delle triste cronaca nera che ci mostra sempre a posteriori le imprese di Barbablù, che ben lungi dall’essere personaggio di favola, è uomo e marito e padre e magari vicino di casa.

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Ecco un elenco (tratto dal sito http://www.altalex.com/index.php?idnot=44218) di alcuni elementi che aiutano a identificare Barbablu’, non è certo il meglio della letteratura scientifica in materia, ma nemmeno una fiaba lo è; ciononostante mi è sembrato, pure nella sua iper semplificazione, un primo modo per sostare ad osservare i campanelli di allerta che suonano attorno al Barbablù di turno.

 

I comportamenti significativi rilevati nella stessa persona sono i seguenti:

– Mancanza di affetto e comprensione;

– Incapacità di amare e di provare pietà verso qualcuno.

– Cinismo

– Istigazione al suicidio.

– Introversione e alone di mistero. (di lui non si sa mai nulla; ha anche una casella postale personale).

– generalmente taciturno, mentre è molto loquace se deve difendere idee politiche, sportive, ecc.

– eloquio solitario talvolta ad alta voce, mentre sovente costringe gli altri a tendere l’orecchio per ascoltarlo.

– presunzione: vuole imporre la propria volontà e le proprie idee.

– criticità su tutto: è difficile che parli bene di qualcuno o di qualcosa.

– Asocialità quando non lavora: non frequenta nessun amico.

– Bravura nel salvare le apparenze con gli estranei, avendo una doppia personalità.

– Opportunismo e sfruttamento:usa chi può essergli utile e poi non ha riconoscenza.

– Estremismo:passa facilmente da un eccesso all’altro.

– Superstizioso:spesso fa riti scaramantici.

– diffidenza e sospetto verso tutti: attribuisce intenzioni infondate agli altri.

– Cattiveria e perfidia: non si impietosisce dinanzi a nulla, anzi sembra goderne.

– Irascibilità e litigiosità: si manifestano con un tono di voce irritato o con un silenzio ostile o un’occhiata aggressiva.

– Egoismo ed ingratitudine: riceve del bene e ricambia facendo del male.

– Avarizia con la moglie: se fa regali vistosi o concessioni è per dimostrare agli altri che la tratta bene

– Falsità: sa mentire bene e nega sempre la verità, anche se evidente.

– Furbizia e astuzia: calcola tutto minuziosamente e cerca di non commettere errori.

– Prepotenza e rispettosità : vuole avere ragione su tutto e guai a chi gli si oppone.

– Vendicativo anche con chi non lo merita perché non gli ha fatto nulla di male.

– Testardaggine: vuole sempre avere l’ultima parola.

– Credente ma a modo suo:talvolta bestemmia.

– Spericolatezza nella guida dell’auto: in alcune strade arriva ai 240 Km all’ora.

– Esibizionista: deve essere sempre il migliore

– udito e spirito di osservazione molto accentuati.

– eccellente memoria e ottima cultura generale.

 

 


 

Barbablù di Charles Perrault

C’era una volta un uomo che aveva case bellissime in città e in campagna, vasellame d’oro e d’argento, suppellettili ricamate e berline tutte d’oro; ma, per sua disgrazia, quest’uomo aveva la barba blu e ciò lo rendeva così brutto e spaventoso che non c’era ragazza o maritata la quale, vedendolo, non fuggisse per la paura.
Una sua vicina, dama molto distinta, aveva due figliole belle come il sole. Egli ne chiese una in matrimonio, lasciando alla madre la scelta di quella che avesse voluto dargli. Ma nessuna delle due ne voleva sapere, e se lo rimandavano l’una all’altra, non potendo risolversi a sposare un uomo il quale avesse la barba blu. Un’altra cosa poi a loro non andava proprio a genio: era ch’egli aveva già sposato parecchie donne, e nessuno sapeva che fine avessero fatto.
Barbablù, per far meglio conoscenza, le condusse, insieme alla madre, a tre o quattro delle loro migliori amiche, e ad alcuni giovanotti del vicinato, in una delle sue ville in campagna, ove rimasero per otto giorni interi. Non si fecero che passeggiate, partite di caccia e di pesca, balli, festini e merende: non si dormiva neppure più, perché si passava tutta la notte a farsi degli scherzi l’uno con l’altro; insomma, tutto andò così bene che la minore delle due sorelle cominciò a trovare che il padron di casa non aveva più la barba tanto blu, ed era in fondo una gran brava persona. Non appena furono tornati in città, il matrimonio fu concluso.
In capo a un mese, Barbablù disse a sua moglie ch’egli era costretto ad intraprendere un viaggio, di almeno sei settimane, per un affare assai importante; la pregava di stare allegra durante la sua assenza: invitasse pure le sue amiche più care, le portasse in campagna, se voleva; insomma, pensasse sempre a passarsela bene.
«Ecco qui», le disse, «le chiavi delle due grandi guardarobe; ecco quelle del vasellame d’oro e d’argento che non si adopera tutti i giorni; ecco quelle delle mie casseforti dove tengo tutto il mio denaro, quelle delle cassette dove sono i gioielli, ed ecco infine la chiave comune che serve ad aprire ogni appartamento. Quanto a questa chiavetta qui, è quella che apre lo stanzino in fondo al grande corridoio a pianterreno; aprite pure tutto, andate pure dappertutto, ma quanto allo stanzino, vi proibisco di mettervi piede, e ve lo proibisco in modo tale che, non sia mai vi entraste, dalla mia collera vi potete aspettare ogni cosa!»
Lei promette d’ubbidire scrupolosamente agli ordini avuti e lui dopo averla abbracciata, sale in carrozza e parte per il suo viaggio.
Le vicine e le amiche del cuore non aspettarono che le si mandasse a chiamare per venire a trovare la sposina, tant’erano impazienti di vedere tutte le ricchezze della casa di lei, e non avendo osato di venirvi quando c’era il marito, sempre per via di quella barba blu che tanto le spaventava. Eccole subito a correre per tutte le sale, una più bella e ricca dell’altra. Salirono poi alle guardarobe dove non avevano occhi abbastanza per ammirare la quantità e la bellezza degli arazzi, dei letti, dei divani, degli stipi, dei tavolinetti, delle tavole grandi e degli specchi, dove ci si poteva specchiare dalla punta dei piedi fino ai capelli e le cui cornici, alcune di cristallo, altre d’argento o d’argento dorato, erano le più ricche e splendide che mai si fossero vedute. Non la finivano più di portare alle stelle e invidiare la fortuna della loro amica, ma questa non provava alcun piacere nel vedere tutte quelle ricchezze, perché non vedeva l’ora d’andare ad aprire lo stanzino a pianterreno.
La curiosità la spinse a un punto che, senza considerare quanto fosse sconveniente di lasciare lì, su due piedi, le amiche, ella vi andò, scendendo per una scaletta segreta e con una precipitazione tale che, due o tre volte, fu lì lì per rompersi l’osso del collo. Giunta dinanzi alla porta dello stanzino, esitò un momento prima d’entrarci, pensando alla proibizione del marito e considerando che la propria disubbidienza avrebbe potuto attirarle qualche guaio; ma la tentazione era così forte che non poté vincerla; prese la chiavetta e aperse con mano tremante la porta dello stanzino.
Dapprincipio ella non vide nulla, perché le finestre erano chiuse; ma a poco a poco cominciò ad accorgersi che il pavimento era tutto coperto di sangue rappreso, nel quale si rispecchiavano i corpi di parecchie donne morte e appese lungo le pareti. (Erano tutte le donne che Barbablù aveva sposato e che aveva sgozzato una dopo l’altra). Per poco non morì dalla paura, e la chiave dello stanzino, che ella aveva ritirato dalla serratura, le cadde di mano. Dopo essersi un tantino riavuta, raccolse la chiave, richiuse la porta e salì nella sua camera per riflettere un poco, ma non le riusciva tant’era la sua agitazione.
Essendosi accorta che la chiave dello stanzino era macchiata di sangue, la ripulì due o tre volte, ma il sangue non se ne andava via; allora la lavò e perfino la strofinò con la rena e col gesso: il sangue era sempre lì, perché la chiave era fatata, e non c’era mezzo di pulirla perbene: se si levava il sangue da una parte, rispuntava dall’altra.
La sera stessa Barbablù tornò dal suo viaggio; disse che per strada aveva ricevuto una lettera, dove gli si diceva che l’affare per il quale era partito, era stato già concluso in modo vantaggioso per lui. La moglie fece tutto il possibile per dimostrargli ch’ella era felice del suo pronto ritorno.
Il dì seguente egli le chiese le chiavi, lei le consegnò, ma con una mano così tremante che lui indovinò senza fatica tutto l’accaduto.
«Come mai», le chiese, «la chiavetta dello stanzino non si trova qui, insieme alle altre?»
«Forse», lei rispose, «l’ho lasciata in camera, sul mio tavolino.»
«Non tardate a restituirmela», disse Barbablù.
Dopo qualche inutile indugio, non si poté far a meno di portare la chiave. Barbablù, dopo averla ben guardata, disse alla moglie:
«Come mai c’è del sangue su questa chiave?».
«Non ne so nulla», rispose la poverina, più pallida della morte.
«Non ne sapete nulla?», replicò Barbablù, «ma io lo so benissimo! Siete voluta entrare nello stanzino! Ebbene, signora, adesso vi tornerete e prenderete posto accanto a quelle dame che avete visto lì dentro.»
Ella si gettò ai piedi del marito piangendo e chiedendogli perdono, con tutti i segni d’un sincero pentimento per la sua disubbidienza. Bella e addolorata com’era, avrebbe intenerito un macigno; ma Barbablù aveva il cuore più duro d’un macigno.
«Bisogna morire, signora», le disse, «e senza indugi.»
«Dato che devo morire», ella rispose guardandolo con gli occhi pieni di lagrime, «datemi almeno un po’ di tempo per raccomandarmi a Dio.»
«Vi accordo un mezzo quarto d’ora», rispose Barbablù, «ma non un minuto di più.»

Rimasta sola, ella chiamò sua sorella e le disse: «Anna», era questo il suo nome, «Anna, sorella mia, sali, ti prego, sali in cima alla torre per vedere se i nostri fratelli, per caso, non stiano arrivando; mi avevano promesso di venire a trovarmi quest’oggi, e se li vedi, fa’ loro segno di affrettarsi».
La sorella Anna salì in cima alla torre e la povera infelice le gridava di quando in quando: «Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?».
E la sorella Anna le rispondeva: «Vedo soltanto il sole che dardeggia e l’erba che verdeggia».
Intanto Barbablù, brandendo un coltellaccio, gridava a sua moglie, con quanto fiato aveva in corpo: «Scendi giù subito, o salgo su io!».
«Ancora un momentino, per piacere», gli rispose la moglie; e, subito dopo, riprese con voce soffocata:
«Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?». E la sorella Anna rispondeva: «Vedo soltanto il sole che dardeggia e l’erba che verdeggia».
«Scendi giù subito», gridava Barbablù, «o salgo su io!»
«Adesso vengo», rispondeva la moglie; e poi gridava: «Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?».
«Vedo…», rispondeva la sorella Anna, «vedo un gran polverone che viene da questa parte.»
«Sono i nostri fratelli?»
«Ahimè no! sorella mia! È soltanto un branco di pecore!»
«Insomma, vuoi scendere o no?», sbraitava Barbablù.
«Ancora un momento!», rispondeva la moglie; e poi gridava:
«Anna, sorella mia, vedi arrivare nessuno?».
«Vedo…», rispose la sorella, «vedo due cavalieri che vengono da questa parte, ma sono ancora molto lontani… Dio sia lodato!», esclamò un attimo dopo, «sono proprio i nostri fratelli! Faccio loro tutti i segni che posso, perché si sbrighino a venire.»
Barbablù si mise a gridare così forte da far tremare la casa. La povera donna scese giù da lui e, tutta piangente e scarmigliata, andò a gettarsi ai suoi piedi.
«Inutile far tante storie!», disse Barbablù, «dovete morire!» Poi, afferrandola con una mano per i capelli, e con l’altra brandendo in aria il coltellaccio, si accinse a tagliarle la testa. La povera donna, volgendosi verso di lui e guardandolo con lo sguardo annebbiato, lo pregò di concederle un ultimo istante per potersi raccogliere.
«No», lui disse, «e raccomandati a Dio!» Poi, alzando il braccio…
A questo punto, bussarono così forte alla porta di casa che Barbablù si fermò interdetto. Fu aperto, e subito si videro entrare due cavalieri che, sguainando la spada, si gettarono su Barbablù.
Lui riconobbe ch’erano i fratelli di sua moglie, uno dragone, l’altro moschettiere, e allora si diede a fuggire per mettersi in salvo; ma i due fratelli gli corsero dietro così lesti che lo acciuffarono prima ancora che avesse potuto raggiungere la scala. Lo passarono da parte a parte con le loro spade e lo lasciarono morto. La povera donna era anche lei quasi morta come il marito e non aveva la forza di alzarsi per abbracciare i suoi fratelli.
Si scoperse che Barbablù non aveva eredi; così la moglie diventò padrona d’ogni suo avere. Ne adoperò una parte a maritare la sorella Anna con un giovane cavaliere che l’amava da molto tempo; un’altra parte a comperare il grado di capitano ai fratelli; e il rimanente, a maritarsi con un galantuomo che le fece dimenticare i brutti giorni che aveva passati con Barbablù.

 

 

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#25novembre

#25novembre

E poi un giorno un uomo strattona/colpisce con violenza la sua donna, e la colpa è sua, di lei … che non ha fatto (o ha fatto/detto) una qualsiasi cosa.

Lei, nelle parole dell’uomo è la causa, è la genesi, la colpevole dell’esercizio di quel gesto violento…

Lei ha “strappato” fuori da lui, quel gesto, glielo ha “imposto”.

Lui resterà convinto di “esser vittima”
di lei, della rabbia che gli ha procurato, e si sentirà sereno di essersi legittimato al gesto violento.

Saremo tutti molto fortunati se un giorno quell’uomo capirà.
In Italia esistono i centri di aiuto per gli uomini maltrattanti, che accompagnano gli uomini a comprendere e a non scegliere i gesti violenti.

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Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. 
25 nov 2013


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Un festival guadabile

Sarà per Fazio e Littizzetto, per Asaf Avidan e Anthony & the Johnson, per Elio e Gazzè, per una possibilità di ascoltare la parte nobile del “nazionale popolare”,( che c’è pure quella, a quanto pare) insieme ad alcuni artisti interessanti e ospiti non scontatissimi, comunque capaci di qualità alta.

Sarà che la politica è disattenta, o troppo attenta a scannarsi a suon di proclami “intra moenia”, che i cattolici vivono il turbamento delle dimissioni papali, mentre i miti cadono uno dopo l’altro (Cfr. l’eroe tragico Pistorius trasformato in un qualsiasi uomo capace solo di uccidere) .. ecco che il festival sfugge ai più triti luoghi comuni e si parla di diritti mancanti, di coppie omosessuali, di morte, di chiesa, di vita, di violenza ….

Che in questa Italia non è cosa da poco se moltiplicata per milioni di spettatori …


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esplorazioni attorno al tema della violenza di genere …

Provando a mettere mano e nominare anche le questioni più scomode, ed esplorandole con il solito manipolo di coraggiose su facebook, e con alcune colleghe dalla sfera pedagogica.

In questo lavoro di esplorazione la pratica del dubbio diventa passaggio indispensabile.

come siamo mess* in fatto di  ‘antenne’ in grado di cogliere i semi della violenza domestica o della sua presenza conclamata?

Le condivisioni (di pensiero, di immagini, di azioni, di visioni) che avvengono in rete in tema di femminicidio stanno producendo un nuovo immaginario “I care”nel quale ognuno di noi, donne e uomini a proprio modo, è protagonista. Immagini, pensieri, visioni, condivise attraverso connessioni veloci, si stratificano a faglie nella nostra mente, si cheratinizzano, ci formano, conferiscono un senso e una struttura al nostro agire. Ne siamo consapevoli? Ovviamente sì, pensiamo in molti, ma in tema di consapevolezza vi sono ambivalenze e ambiguità sottili, non essendo la consapevolezza un “tutto tondo” ma una rete che funziona a nodi, soprattutto in relazione col resto del corpo.

Siamo immersi in una iper-produzione di significati che non è solo inevitabile ma anche necessaria per affinare la nostra capacità di selezionare contenuti e di trattenere solo ciò che in quel momento siamo disposti o riusciamo a trattare. Come a dire, pedagogicamente, che l’universo web ci immerge in un processo di umanizzazione e di riconoscimento dei nostri limiti.

Ognuno di noi è proteso ad operare questa sintesi tra ciò che discute a livello intellettuale e ciò che vive a livello di presenza nel mondo intendendo la presenza una presenza di corpo e col corpo, “il mio corpo”. Si tratteggiano percorsi inediti, nascono architetture sorprendenti, figlie della capacità di stare in relazione condividendo fragilità e forza, spinte propulsive alla definizione di nuove libertà, del prendersi cura di sé e del mondo in maniera inedita. Nuovi paradigmi, forse, o autorevolezze differenti perchè il tema della violenza sia sempre più culturalmente un tema “nostro”. Uomini e donne dobbiamo smetterla di proiettare il nemico al di fuori di noi e riprenderci in mano cosa della violenza non abbiamo ancora trattato dentro noi. È facile parlar di uomini, del loro immaginario aggressivo riprodotto ossessivamente dalle sue collusioni col potere. Parliamone, e non smettiamo di parlarne nemmeno per un giorno. Allo stesso modo, non posso non lasciarmi interrogare da queste donne che incontro e che mi parlano di “inadeguatezza”, a partire dal fatto che le loro teste ora ben curate e acconciate, sono state sbattute contro un muro da un marito violento.

(tratto da http://katia-cazzolaro.yolasite.com/blog/you-and-me-faccia-a-faccia-col-femminicidio)

Aggiungerei anche una domanda, per tutte e tutti, ancor prima che per chi è vittima:

che rapporto ho io con la violenza che è in me, quella che mi è stata insegnata, quella che mi è stata repressa, quella che ho visto, quella che non mi “bonifica” in quanto donna, ma che mi permea, volente o nolente.

Fatico a vedere il femminile solo buono, una deriva sempre in agguato, rispetto al maschile sempre cattivo. Eppure, il significato e la relazione con le “violenze”, mi appartengono  e mi informano (danno forma) perchè la cultura in cui sono calata (me) le esplicitano o (me) la insegnano, attraverso una serie di atti che si trasfondono in un certo modo di viverla, ma che dicono che la “violenza” (atto, pensiero, idea, azione, desiderio, rigetto, fantasia) va declinata diversamente in quanto donna o uomo. O meglio se si è donna, per tutti (donne e uomini), la violenza non “esiste” o esiste coma anomalia e mostruosità.

Un altra domanda non mi convince, la la violenta è intrinseca al “maschio” come è dato che le donne non siano mai riuscite a eradicarla, essendo – da tempo immemore – educatrici di maschi?

Così devo accedere ad una domanda successiva: questa affermazione (donna non violenta), che mutuo – e imparo sin da bambina – dal mondo esterno, mi legittima davvero a non vedere in me la parte violenta e spostarla (sempre) altrove, in colpe/azioni altrui?

Lascio fare a quanto ho appreso, o mi posso acculturare e fare uno scomodo passo in avanti.

Ammettere una propria parte violenta e poi riconoscerne i semi è un possibile primo passo. A cui fare seguire un nuovo passo/passaggio che inizia con una nuova domanda: so che mi hanno insegnato –  in quanto donna – che fare male è male, menarsi è male, reagire è male, trattenere la propria rabbia è bene, e passare da questi insegnamenti per giungere a negare la propria capacità/necessità di azione/reazione il passo è veramente breve….. Sono certa che è davvero questo che scelgo di scegliere? Di essere solo quello che mi hanno insegnato?

Mi accontento che la mia cultura/formazione di base affermi che (la) donna è passiva e quindi necessitata a subire, accetto quanto mi hanno insegnato e formato ad essere? Accetto che un uomo sia solo attivo e agisca, lui può (se) è maschio, io non posso perché sono femmina?

Dove mi fermo, dove non scelgo, dove non accetto che ci siano – esistano e siano legittime – una rabbia e una furia femminile (i greci ci hanno donato Furie ed Erinni, per declinare questa possibilità femminile). Una rabbia che non accetta il concetto di inevitabilità di donne debole e quindi passibile di essere sotto-posta a violenza ? Una furia che impone con una domanda come MI difendo?

E come concilio la violenza “privata” con gli ambiti in cui  (si è) essere una donna attiva e che agisce? Spesso le donne, si dice che, siano maestre di resistenza passiva, cioè portatrici di una reazione, una azione, che può essere più o meno efficace. Ma la pratica della resistenza passiva, come da gandhiana memoria, ha avuto il grande pregio, a mio avviso, che quella delle donne non sa ancora avere, quella di essere una pratica politica e civile, espressa, consapevole, mirata, diretta. Esplicitamente contro. Contraria.

Svuotare le tasche delle negazioni del femminile, e recuperare in forma propria, non esattamente la violenza (che a me non piace proprio .. sarà la cultura che mi ha formato) ma essere attive nell’azione pubblica, politica, educativa, civile. Sdoganare la rabbia e la violenza possibili nel femminile, dichiarandole possibili mi pare una possibilità da interrogare e interpretare. Ne’ sante ne madonne’, ne streghe’. Al limite rigorosamente furibonde.

Certo l’immaginario vuole che la violenza femminile, non dissimilmente dalla violenza che permea troppi strati della cultura, e che vede violati e sottomessi i diversi, deboli, fragili, ne uscirebbe già evoluta e matura. Capace di essere nominata ma non agita, di esistere come azione non violenta, ma efficace e potente. Una speranza e una aspettativa che, in realtà, condivido. Basta uscire dalla nicchia.

Ma prima sento che la consapevolezza di ciò che “è violenza” va trovata e poi condivisa con il maschile, e confrontata, esplorata, esposta, sbugiardata tanto tra i due generi, che nelle sacche culturali, sociali e politiche, e da li fatta uscire, educata, trasformata.

Molte idee e confuse? E’ a questo che servono gli interrogativi e i pensieri tormentosi.


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del defolloware

Pazienza, om, calma e pace interiore.

Mi dico  che se altri sopportano i miei deliri in forma blogger, le campagne ossessionanti via twitter, i materiali sull’ambiente e sull’amianto … e che la rete prevede che la libertà di pubblicazione sia un valore e una virtù ..

Ma la voglia di chiudere la bacheca con chi (soprattutto tra i contatti facebook) deve usare lo splatter, la violenza esposta come massima capacità comunicativa, il sangue, i bambini morti, i cani sbudellati e non …. il dialogo, la confutazione, l’argomentazione, il confronto civile, il tentativo anche nobile di perorare la propria causa (e spesso sono cause condivisibili).. si fa grande. Sarà il caldo che rende intolleranti.

Eppure a me è chiaro che ogni bimbo morto in un teatro di guerra è umanamente straziante, o un uomo che muore di fame, così come un cane usato per esperimenti scientifici, o semplicemente per “ripulire un paese”, così come ogni morte,  colpisce e tocca. Da qualche parte, è quasi certo, che qualcuno ne soffrirà o ne piangerà. Insomma non sento il bisogno di vedere ossessivamente il dolore, e lo strazio per comprenderlo. E questo” vedere” non mi induce ad agire, non è logicamente  e metodologicamente possibile che una persona o un utente medio si attivino per ogni causa al mondo. Sono troppe, purtroppo. Vederne solo gli esiti più splatter, la macelleria, le frattaglie non (mi) convince. Anzi alza il tesso di intolleranza e nausea,  non verso la causa ma … verso il suo propugnatore o propugnatrice.

E mi chiedo se non sia un bisogno proprio, malsano e morboso di pubblicare morte e dolore, per turbarsi e turbare, per violare gli occhi altrui (che potrebbero peraltro avere chiarissimo il senso del dolore che arriva non esclusivamente dalla vista ma dall’interezza del corpo e del sentire), per scatenare “impressione” e non pensiero, dolore e non compartecipazione e azione.

Inoltre a questo spesso si aggiunge la sgradevole pressione per generare un forte senso di colpa  e complementare che incita a soffrire, illegittimando altrui piaceri e passioni  (sopratutto se innocui) … Propugnando la causa di una umanità monocromatica, pricva di contraddizioni, ipersemplificata alla luce della propria visione, tutta asservita ad una unica e migliore causa, … che è sempre e solo la propria.

Proprio per questo non defollowo queste persone dalla bacheca, .. pure nella sgradevolezza del loro agire. Al limite elimino le notifiche degli aggiornamenti.

stay human …

La più grande debolezza della violenza è l’essere una spirale discendente che dà vita proprio alle cose che cerca di distruggere. Invece di diminuire il male, lo moltiplica. 
Martin Luther King


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Tutti quei dubbi che non dovresti (vorresti) avere

Due titoli e due articoli
La violenza sulle donne: un eccidio. Perché non turba quanto dovrebbe?

La tempesta dentro: amore e tormento nelle storie delle madri infanticide.

Non bisognerebbe avere dubbi. E giudicare male gli uni e le altre. Mostri cattivi: gli uomini che uccidono le donne e le donne che uccidono i figli.

Assassini gli uni e le altre. Cambiano solo i numeri.

Ma non muta la la nostra coscienza, nè la nostra responsabilità.

Drammi umani. Stay human, resta umano, come avrebbe detto Vittorio Arrigoni. Colpevoli e carnefici, abbracciati stretti in uno stesso paradigma, di morte e violenza; che ci liberano dalla colpa.

Come ci liberano dalla colpa i quotidiani suicidi, figli della crisi. Uomini non visti, e che scivolano lentamente verso la scelta di morire. Tutti uomini.

Paradossalmente si rivelano sempre per essere i più fragili e i più violenti. Che ci sia un nesso? Ci vuole molto coraggio, troppo coraggio, per vivere, e per sopravvivere.

Ci vuole troppo coraggio per non uccidere. Il coraggio di fermarsi.

Il coraggio di fermarsi davanti a chi, evidentemente più fragile fisicamente (donna, bambino, rom, povero, disabile, migrante) è proprio per questo paradosso, immensamente più potente.

Non so come funzioni il meccanismo, ma è certo che funziona. E’ facile trovare il coraggio per non picchiare un uomo grande e grosso, forte, attento, pronto alla difesa e all’azione. Lo è meno, meno facile trovare il coraggio per non “picchiare” uno debole ed indifeso, che chiama in noi alcune virtù (calma, intelligenza, amore, cura, attenzione, coraggio, forza, prospettiva, immaginazione) .. che se non ci sono …. non fanno che innalzare la potenza dell’altro. Evocando il mostruoso che c’è (anchein noi). Mostruosi, lo siamo se non abbiamo queste doti, e se non le possiamo evocare, non le ritroviamo, non le abbiamo nemmeno mai sentite nominare.

Per me, lo ammetto, di essere in contro tendenza, i femminicidi non sconvolgono così tanto.

E non dovrei!!! 😦

Sono donna, mi interessano questi temi, mi interessa la questione delle donne. Sono io che non mi indigno abbastanza, in fondo ammazzano una come me, del mio stesso sesso, della mia stessa forma? Eppure no, non indigno di più?

MI INDIGNO …  ALLO STESSO MODO.

Mi indigna l’imprenditore che si suicida, e che una figlia giovanissima debba salvare il padre dal suicidio, impedendolo. Mi indigna pensare che le multinazionali del farmaco e della chimica facciano cose indegne con la nostra salute. Che lo stato italiano abbia “permesso” lo scempio di Genova al G8, e la tragedia in mare degli migranti e nei lager che sono i CTO, che la protezione civile sghignazzi davanti all’Aquila che crolla. Mi indigna quello che è successo a Casale Monferrato con Eternit, e qui a Broni (e le migliaia di morti che ancora pagheremo all’amianto), mi indigna che non si controllino i picchi di morti per tumore attorno ai grandissimi impianti industriali, e che si debba morire ancora per lavoro, mentre qualcuno ci si ingrassa e ne trae benefici. Ogni frammento di questi mi turba e disturba. Una violenza concessa e assistita.

Perché quello su cui voglio e posso so-stare sono  i diritti, tutti i diritti, tutti quelli negati. Ogni giorno. Diritti negati che sanno di violenza e prevaricazione, e tutti quei diritti negati che generano morte e violenze (anche meno eclatanti) a lungo termine.

Dopo due …  tre  … dieci … venti anni … Come se i diritti negati e le violenze (tutte) fossero un cancro che si propaga e autoalimenta, divorando(ci) il futuro.

Come donna, cittadina, madre, sono convinta che la violenza sia “il nostro figlio malato “(nostro >> delle nostre società) che va capito ma cambiato, e fatto crescere, ed evolvere diversamente. Che va riconosciuto come nostro, ma non scotomizzato e visto solo nell’alterità (ai razzisti espliciti questa azione viene benissimo). Va incontrato (e visto) per trasformarlo, nelle azioni quotidiane, nei luoghi di cultura, nello stato, nelle aziende …

Questo, io credo, sia il mio minimo ma migliore contributo: non farne solo una questione di genere, o farlo solo quanto lo è davvero, e non sempre lo è.

Ma farne una questione collettiva e di cultura.

Che questo si, come donne ce lo hanno insegnato bene, a fare i conti con la nostra violenza (non si può e non si fa), a non distruggere il mondo ma ad averne cura, a farlo crescere, a deviare la violenza interiore e usarne la parte di forza che ne fa parte, fino a crescerla come forza interiore. Per partorire, accompagnare nella malattia, crescere tutti i figli (belli e brutti, amati e meno amati), sopravvivere vive alla vita o alla morte di chi si ama, sopravvivere ad un figlio che non c’è più, per curare il corpo dei defunti. Un saper, non sempre voluto, che ci portiamo dietro da migliaia di anni, raffinato ed evoluto, che può diventare paradigma e insegnamento di una società più equa. ….


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Corpi per l’ottomarzo

Fra le tante cose che non ho fatto oggi c’è stata l’adozione di un tema per questa giornata. Ma in fondo corsa edopo un pò di discussioni socio-politi-filosofiche tra noi, donna e uomo adulti di casa, attorno al nostro senso di questa data, e dopo molti pensieri ho deciso una adozione scomoda:

I corpi.

Ho dubbio che il tema del femminicidio non sia un tema solo delle donne, ma un tema ancor più profondo e sociale, collettivo, politico, trasversale.

Perché anche i corpi degli uomini perdono valore, diventano merce, parti di scambio. Non nella relazione di potere “affettiva” o “sessuale”, ma in quella tra chi ha il potere di dare  il lavoro e chi lo esegue. Corpi di uomini che vengono usati e/o rigettati, non protetti nel loro valore: uccisi e straziati dal lavoro o peggio dalla volontà degli “uomini” che “danno” lavoro.

i dati delle morti bianche la dicono lunga. E se volete un esempio paradigmatico lo trovate vicino e lo prendete neii recenti processi per il rogo alla Thyssen e per l’Eternit di Casale Monferrato. Che a chiamarle morti bianche ci vuole solo fantasia. Operai (e non solo) che hanno atteso e attendono lo stillicidio di una morte lenta, o che sono stati spezzati o amputati sotto una pressa, un ponteggio…

Corpi violati.

Perchè ci sono corpi, e parti di umanità, di donne e di uomini che hanno un valore minimo e minore, o almeno alcuni ne sono convinti.

Alcuni i cui sentimenti sono così eradicati, coartati, spenti dal gusto di possedere talmente tutto dell’altra/o fino a posserla/o nella morte, con la morte.

Possedere la morte cambio di nulla o di una vita in carcere se si uccide una donna, o di un nulla assoluto in termini di punizione se a morire è un “operaio”, un uomo da lavoro. Un corpo minore. C’è un peggio o un meglio?

Certo sono morti e dolori diversi, ferite dell’anima, iter processuali diversi, soggetti diversi, istanze diverse.

Ma che risuonano tristemente identici nello sguardo di chi li strazia senza considerarli interi, pieni, importanti, amabili e amati, degni di rispetto e cura, diversi, distanti altri ma non alieni o alienati.

E se fosse che sui corpi, donne e uomini, capaci di accordo nel volerli considerare nel loro significato pieno, nella loro interezza, nella loro umanità si rinnovasse l’incontro?

Donne che insegnassero agli uomini il dolore della violazione sessuale, dello strazio della morte per una “passione” incapace di vedere l’altra come viva ed esistenete, e uomini che insegnassero alle donne il dolore della violazione fisica di un corpo inutile se non come forza, forza, lavoro, braccia e muscoli, protesi di una azienda e di un profitto.

Buona utopia!

Stay human