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Reti e buchi neri (creative commons)

Alcune azioni sarebbero da stupidario se non fossero così irritanti. Almeno per me.

Parlo dell’inveterata abitudine di travestirsi con la pelle dell’orso e poi ringhiare.

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O ancor più, andando nel dettaglio, mi riferisco a quelli che si prendono il merito delle idee altrui, quando non le copiano spudoratamente ….
Nessun creative commons ci salva da questi buchi neri..

Diceva un mio vecchio docente che la creatività nasce guardando le opere altrui, la natura, il mondo, i dettagli.
E poi rinventandoli.
Bello e anche vero.

Quindi le idee nascono per contagio, per mescolanza, per sinergia.
Che male ci può essere ne prendere qui e rimescolare, rimettendo di la’?
Nessuno o molto, dipende.

Lasciamo perdere il dettaglio del possibile transito di soldi, aver una idea buona e venderla e’ redditizio, c’e’ chi non si fa scrupoli si usare le idee altrui, per guadagnare o cercare fama. C’e’ una inveterata pratica universitaria dei docenti che usano i tesisti per far fare ricerca e poi ci scrivono un testo proprio. Nulla di nuovo.
Un collega si prese il merito di una progettazione pluriennale, in una struttura residenziale per disabili, senza averla quasi nemmeno vista, tra lo sconforto di quanti ci avevamo messo corpo e pensieri.

Ma la rete, il web, in una delle sue possibili derive positive, ci insegna e rinnova il valore possibile dello scambio, del saggio uso dei link, della creazione degli degli snodi del sapere, e dei luoghi che generano conoscenza, e dell’incontro con persone o gruppi che la producono. Permette con facilità la pratica della citazione, dello scambio, e talvolta della ricerca possibile e congiunta, dell’ampliamento della rete di significati cui accedere.

E’ anche una questione di netiquette, che si deve presidiare, ricordandosi ogni volta di rendere “merito” a chi ci offre una conoscenza. Come quei libri generosi in bibliografie che ci aprono nuovi filoni di esplorazione, di sapere, di curiosità.
Ma anche di struttura penso alle mille app che permettono di condividere – in tempo reale – immagini sui luoghi da visitare, o dove sostare, sui musei, perfino sul tempo in un certo posto.

E’ recente e rinnovata la visione, triste, di persone che sui social giocano … all’indossatore della pelle dell’orso.

Non per ignoranza ma per un bisogno tracotante di uscire dalla massa.
Negando ogni doveroso credito del proprio sapere, ai libri letti, ai siti visitati, ai propri mentori, alle parole fatte, alle persone stimate.

Personalmente trovo e(ste)ticamente piacevole poter esprimere l’entusiasmo verso una persona che mi stimola la curiosità e il pensiero, così come verso le cose che amo e mi “insegnano”.
Mi permette di scambiare e “cedere” quello che so, di essere una parte vibrante della rete e non un buco nero che assorbe tutta la luce attorno a se.

La rete per fortuna aiuta anche a vedere questi tristi buchi neri e poterli evitare, e nella sua parte migliore permettendo trovare spazi creativi, costruttivi e perché no anche remunerativi.

La rete può essere qualità collettiva, e individuale insieme e luogo capace di insegnare il rispetto per la (possibilità di) ricerca o di buone idee & prassi e il rispetto per ciò che e’ “altro” da noi.

Ps. Come gia’ scritto errori e refusi verranno ricontrollati nel post vacanza, grazie ad una connessione piu’ decente.


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La visione dell’insieme Ovvero del Femminicidio

I numeri e dei dati contenuti dell’articolo della stampa che si intitola “Bimbi senza mamma e papà L’altra faccia dei femminicidi”, che immagino seriamente veritieri, sono preoccupanti.

Ma non è questo il solo nodo della questione.
E partendo dall’inizio mi pare che il nodo originario sia e resti il significato di un legame.

Non compreso, non insegnato, non pensato.

Un legame di coppia che diventa l’unico significato che si e’ capaci di comprendere:
Io e te.

Una sottile traccia che tiene insieme due persone, e che non e’ destinata a diventare parte di un sistema complessivo,  di una rete di significati, materiali, affettivi, parentali, economici.

legame chimico

Resta composto da un solo filo. Che si colloca in una scena in cui ci sono solo due parti: lui e lei; scena inizialmente molto romantica, e che diventa subito dopo desolata e desolante, se non si va a riempire di un gruppo sociale, il lavoro, e la famiglia nella sua struttura reticolare (perché negato e cancellato).

In quella scena, si vuole anche negare la presenza del tempo, e di una storicizzazione dei fatti, costituita di prima, durante e dopo.

Nemmeno i figli ci sono, e se ci sono evidentemente non sono pensati come parte della complessivita’, restano a malapena parte dello sfondo, ma inessenziali all’io/tu. Oppure valgono come accessori di conferma dell’orgoglio riproduttivo.

La parte principale resta sempre quella del legame iniziale uomo-donna, reso incapace di crescere, di essere davvero fertile, evolutivo.

Una volta la cultura di base insegnava/diceva lo “faccio per i figli”, creando azioni e progetti che traevano significati dalla necessita’ garantire un futuro possibile, reale, o sereno a questi figli.
Divenuti, ben presto, parte cospicua di una rete di affetti e significati, che venivano collocati in uno spazio affettivo in cui il legame tu ed io, era origine e genesi, senza pero’ pretendere l’eterno ruolo di protagonista assoluto.

Queste scene della violenza, degli omicidi, delle separazioni che diventano, prima di esser luoghi sanguinari, spazi di stragi emozionali, in cui si pretende di tenere sempre sulla scena solo quello unico, il primo e iniziale legame, io – tu / io = tu/ amo – non amo”.

Così se quel legame si interrompe tutto si frammenta, e ogni possibile mondo crolla, perché’ non si e’ data la possibilità di renderlo sistemico, interconnesso e “significativo”. Perché non si e’ costruita una grammatica e una sintassi relazionale che attutisse i colpi della vita.
E in cui,  un protagonista non (r)esiste la capacità di guardare la scena complessiva, la cosiddetta, figura sfondo, e quindi la rete di significati si sono costruiti o almeno avrebbero dovuto esserlo.

Se un amore non riesce ad accedere alla complessificazione della relazione,  al cambiamento, alla sua progressiva integrazione nella vita reale, ogni mutamento e’ facilmente fallimento totale, se si recide (o solo cambia configurazione nella rete) quel filo, nulla ha più senso, l’altro diventa inutile.

Concellabile con un “semplice” segno, l ‘omicidio.

Perché’ nemmeno i figli, la famiglia, il lavoro hanno un senso, sono presenze, legami che tengono. E sulla scena non riescono nemmeno ad esserci.

Se l’amore, se questa rappresentazione/interpretazione dell’amore è solo questo (un tu/io fusionale), è solo quel  primo di contesto/momento, allora abbiamo da rivedere questa visione, abbiamo da comprendere cosa sia, e insegnarla di nuovo, rispiegando/rispiegandoci la grammatica e la matematica dei sentimenti. Riflettendo sul un dato che amore, legame, relazione, non permettono rapporti di sottrazione, ma di somme e di moltiplicazioni. Talvolta son divisioni, ossia operazioni che generano un equilibrio progressivo che non è togliere ma aggiungere, ridefinire  in modo diversificato.

Femminicidio e’ uno dei prodotti di una società malata, afasica, che non è più in grado di insegnare significato dei legami reticolari e sistemici, e del loro appartenere e afferire a più livelli.
Il cui il momento di inizio (della coppia), e dell’innamoramento, e’ un istante, che cresce nella quotidianità e’ un piano complesso.

I bambini di cui all’articolo sono sinonimo di questa incapacità, non solo di chi uccide, ma di chi accompagna e ignora questa assenza sociale, queste famiglie che diventano buchi neri, che assorbono la luce e nulla mostrano di un fallimento inziale.

Quando io tu non e’ diventato noi, voi, loro, tu e lei, io e lui, io e loro e via di seguito. Quando la pretesa assoluta era io/te maschio/femmina, intessuta con uomini del tutto incapaci di resilienza, amore, capacita’ di cura e autoguarigione, affamati solo di possesso perché incapaci di costruire la propria e altrui vita.

Uomini che non hanno imparato, e a cui non e’ stato insegnato, e che nessuno ha mai guardato divenire adulti nella costruzione del buco nero, … uomini che non hanno mai imparato ad esser uomini e padri.

Di un fallimento così grande abbiamo il dovere sociale, educativo, politico, culturale e genitoriale di parlarne e spiegarlo e raccontarlo, e di significarlo con pratiche di costruzione di reti, di significati, di relazioni e di nessi; a noi stessi, ai vicini, ai figli, ai colleghi, nel lavoro .. E così’ via ..
Stay human

 altri link tematici:

http://27esimaora.corriere.it/articolo/uomini-violenti-incapaci-di-controllarsi-no-sono-lucidi-e-determinati-2/

http://27esimaora.corriere.it/articolo/noi-maschi-dovremmo-occuparci-di-piu-del-femmicidio/

TED Talks Jackson Katz: La violenza sulle donne — è una questione maschile


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L’Irriverente Blogger*

L’irriverente blogger e’ un genere (?) di umano che si aggira per la rete, beatamente convinto che quell’orizzontalita’ comunicativa, tanto nominata, esista e valga. Continua a leggere


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C’è rete e rete e rete

UNO
DUE
TRE

Sabato scorso ero ad una riunione per la formazione di una rete di comitati, così ho potuto osservare lo snodarsi di una serie di concetti di rete, che mi hanno incuriosito. O meglio, nessuno dei partecipanti e dei promotori ha realmente concettualizzato la sua idea di rete, ma tutti l’hanno agita, indiscutibilmente, mentre ragionavano di rete, di riunioni, di temi e di rapporti con altre reti.

La prima immagine (UNO) è assai simile quella della visione di rete che è “uscita”dalla riunione: la rete da pesca che raccoglie tutti, pesci piccoli o grandi, con un pescatore che si trascina dietro il pescato. Si rappresenta come è una struttura contenitiva e regolare, geometricamente prevedibile.

La seconda immagine (DUE) è quella della ragnatela, una struttura ancora regolare, mossa da un pensiero unitario (il ragno) i cui fili, nei loro snodi, vibrano ancora all’unisono. Anche questa immagine è pertinente allo sviluppo della riunione, c’è un coordinatore, delle teste pensanti, che tessono e tirano i fili.

Quello che invece non ho visto accadere – per ora – e’ la terza possibile rappresentazione di rete (TRE), quella che sta in analogia con il web. A me pare più probabile che la rete umana (costruenda) possa essere pensata come la rete web, dove gli snodi non sono geometricamente prevedibili, dove probabilmente si costruiscono e sviluppano, talvolta, anche indipendemente dalla volontà di coordinarla. Una rete che è più episodica, più complessa, strutturata su una pluralità di livelli e connessioni che si attivano, alle volte su un bisogno, una necessità, altre volte in modo capzioso. Una rete necessariamente più fluida, meno contenitiva, ma più snella e pronta ad attivarsi (o disperdersi in nessi poco efficaci).

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Intervista doppia .. ancora su #donneXdonne

Per il 21 Luglio avrei voluto pubblicare questa intervista doppia a Flavia Rubino e a Giuliana Laurita di The Talking Village, perchè mi sembrava che la loro esperienza rappresentasse una delle buone prassi al femminile (e in rete) che avevo conosciuto.

Ho conosciuto prima Flavia grazie al suo blog (Veremamme) e in seguito anche Giuliana nella sua veste di blogger .. e poi le ho incontrate dal vivo, in un improbabilissimo luogo per tutti – un grande e famoso negozio in cui si vendono mobili svedesi), poi Giuliana sul lavoro. E i loro blog (fra i molti che ho in mente) hanno rappresentato, per me blogger alle prima armi, un interessantissimo momento di incontro e di riflessione mai scontata su lavoro, maternità, quotidianità, presenza viva nel mondo, azioni di pensiero. In questo già sta e stava una prima buona prassi.

Poi le ho conosciute.

Come (mi) è già successo conoscere una blogger da vivo stupisce, è come se i tanti i preamboli della conoscenza si fossero volatilizzati o snelliti da quegli incontri precedenti avvenuti in rete. Ci si trova, direttamente. Così è stato con Flavia e Giuliana, il che ha alleggerito molto il poter fare qualche iniziativa web insieme. E come abbiamo visto tutt* nella giornata di #donnexdonne la rete è un fortissimo motore per la donne (anche per gli uomini ovviamente) che consente di muovere e promuovere più velocemente idee e iniziative.

In questo come si legge più oltre non ci sono differenze tra maschile e femminile, ma è a mio avviso che il femminile (brutta definizione lo ammetto) oggi ha bisogno i più impulsi, e stimoli, idee pratiche per passare dal dire al fare. Perché trovarsi tra donne non sia all’insegna del “club delle signore”, o del dirsi quanto si stia bene insieme ma perchè sia pragmaticamente un atto generativo. Di azioni imprenditoriali, culturali, educative, politiche, di ricerca che re-immettano tutto il potenziale intero del femminile nella società. Di questo io sento ce n’è bisogno. Così come agli uomini è dato di recuperare il proprio potenziale affettivo/personale/privato, alle donne è dato di recuperare quello sociale/imprenditoriale/pubblico.

Flavia e Giuliana a mio personale avviso lo fanno. Lo fanno senza mai interrompere o scindere la loro identità di donne complesse, molteplici, fatte di lavoro e quotidianità, di impresa e di famiglia, di dubbi e progetti, di innovazione, tra ciò che è pubblico e ciò che è privato. In un ottica di fruibilità, condivisione, e possibilità offerta ad altri di imparare e capire. Ciò che sento esser nelle corde delle molte blogger che conosco stimo.

Buone prassi?

Descrivetevi in breve

FLAVIA

Campana-romana e con un quarto di sangue sardo, attaccatissima alle sue passioni, irrequieta viaggiatrice per natura e incorreggibile testa dura. Odio i luoghi comuni al femminile e la retorica del sacrificio, come quella della scelta tra carriera e famiglia.

GIULIANA

ho 44 anni, un marito e un figlio di 8, vivo e lavoro a Milano. Per il resto prendo in prestito la descrizione che ho usato nel mio blog: Blogger, semiologa, web addicted. Donna, persona.

Che lavoro fate?

FLAVIA

Mia madre si lamenta di non saper più rispondere quando le fanno questa domanda su di me… Cerco di spiegarle che mi occupo ancora di marketing, non più per grandi aziende ma per la mia piccola impresa su internet.

GIULIANA

da circa un anno e mezzo abbiamo creato The Talking Village, un attivatore di community che ha l’obiettivo di mettere in comunicazione diretta aziende e persone attive in rete attraverso gli strumenti della conversazione. I nostri progetti sono orientati a tre tipi di servizi per i brand: il marketing/comunicazione, la ricerca, l’innovazione.

Da quanto lavorate insieme?

FLAVIA

Più o meno da due anni e mezzo, anche se la nostra società è nata ufficialmente un anno dopo.

GIULIANA

Lavoriamo insieme da un paio di anni, da quando cioè ci siamo rese conto che c’era qualcosa che non andava nella relazione tra brand e blogger. Il tema ci ha appassionato, essendo entrambe blogger e professioniste del marketing e della comunicazione digitale, e ci siamo buttate.

Da che tipo di realtà lavorativa provenite?

FLAVIA

Prima di iniziare la mia avventura in proprio ho lavorato per una quindicina d’anni nelle multinazionali del largo consumo, ricoprendo vari ruoli dirigenziali all’estero fino al 2006, e poi rientrando in Italia per dare una base più stabile alla mia famiglia. Poi da direttore marketing preistorico quale ero, mi sono trasformata in un’evangelista del web sociale e delle sue infinite potenzialità.

 

GIULIANA

Io vengo da un’agenzia web, un gruppo che è stato per molto tempo il più grande d’Italia e tra i più importanti d’Europa. Ho iniziato come ricercatrice semiotica, poi sono diventata strategist, poi sono tornata alla ricerca. L’agenzia è un posto duro in cui lavorare, devi essere disponibile sempre, le gerarchie sono confuse, il livello di efficienza richiesto è altissimo, trovarsi fuori è un attimo – basta un cliente meno che felice o un collega a cui non stai simpatico. L’agenzia ha definito molto il mio modo di lavorare, che è diametralmente opposto a quello di Flavia. Abbiamo due visioni del mondo completamente diverse, e questo significa due cose: discussioni interminabili e una grande ricchezza da offrire ai nostri clienti e alle persone che ci seguono.

Scelta o necessita’?

FLAVIA

Scelta, al 100%, guidata dall’insofferenza verso l’ambiente lavorativo che mi circondava nell’ultimo paio d’anni trascorsi da dirigente in azienda.

GIULIANA

Scelta, sicuramente. Io non ne potevo più di lavorare sotto un padrone che percepivo come sempre in ritardo sulle cose meravigliose che stavano succedendo in rete, e la rete è sempre stata per me prima una passione e poi una professione. Con Flavia ci siamo conosciute attraverso i nostri blog, e quindi l’incontro è avvenuto “sui contenuti” e non sull’emotività. Da qui a decidere di fare qualcosa insieme il passo è stato breve.

Il fatto che siate due donne e’ accessorio o sostanziale?

FLAVIA

E’ sostanziale nel nostro rapporto personale di stima e fiducia, e anche nel modo in cui ci siamo incontrate in Rete (leggendo i rispettivi blog). E’ accessorio per quello che riguarda le nostre competenze professionali, che sono molto complementari.

GIULIANA

Onestamente non so se il fatto di essere due donne è sostanziale o pura coincidenza. In Flavia ho visto una professionista, una persona decisa e decisamente brava, che poteva essere complementare rispetto a me per tante cose. Non mi sono mai chiesta che cosa sarebbe successo se al suo posto ci fosse stato un uomo.

Qual’e’ l’innovazione che e’ contenuta nel vostro lavorare insieme?

FLAVIA

Direi la priorità che diamo sempre alla conversazione online, intesa come vera relazione. Rispetto alle tante agenzie di PR digitali, con The Talking Village vogliamo realizzare progetti di marketing realmente partecipativi, cioè influenzati dalla community che coinvolgiamo. Lo facciamo “mettendoci la faccia” come blogger e professioniste, in modo che i partecipanti ai progetti si sentano parte di un team e non solo target da raggiungere con operazioni promozionali di vario tipo. E’ un approccio che richiede grande dispendio di energie, non immune da insidie, ma che produce grandi soddisfazioni e un networking eccezionale.

GIULIANA

L’innovazione è nel lavoro stesso, nelle cose che facciamo, intanto. E poi lavoriamo quasi sempre a distanza, riusciamo a vederci molto meno di quanto vorremmo. I nostri consigli d’amministrazione avvengono spesso al ristorante, e questo ci fa molto ridere. Sul lavoro in proprio come occasione di conciliazione credo ci siano molti miti da sfatare. E’ vero che posso gestirmi il tempo da sola, ma le ore che dedico al lavoro sono tantissime, sicuramente più di quelle che vi dedicavo stando in azienda. Credo che spesso, invece, molte donne si mettano in proprio pensando che così avranno il tempo di dedicarsi alla famiglia e ai figli: dipende, se il lavoro è un divertissement, allora sì, altrimenti non c’è verso. Io passo almeno 10 – 11 ore al giorno in ufficio, e spesso la sera e nel week end mi connetto ancora perché ci sono mail a cui rispondere, conversazioni a cui partecipare, persone da ascoltare. Adesso, certo, mi è più facile accompagnare mio figlio dal pediatra o partecipare ai suoi saggi di fine anno, ma continuo a non poter andare a prenderlo a scuola, mi porterebbe via troppo tempo. Sulla possibilità di realizzarsi personalmente invece sono assolutamente d’accordo. L’azienda tradizionale è ancora legata ad un’organizzazione basata sul presenzialismo e sulla sterilità, nel senso che se fai un figlio la paghi, chi più chi meno. Se però sei tu il capo…

Inventarsi un lavoro e’ una possibilita’ “da donne” per riuscire a conciliare la vita personale e la realizzazione professionale, costruendosi anche i propri ritmi?

FLAVIA

Diffido molto delle “soluzioni per donne”. Nel mondo che vorrei non dovrebbero esistere, nel senso che anche gli uomini aspirerebbero al lavoro che amano, con ritmi umani, con spazi personali per sè e per la famiglia. E poi lo spirito imprenditoriale non ha genere: per avviare un’attività occorrono tempo e impegno, tale che la testa non stacca mai. Si guadagna forse tempo fisico, si lavora anche da casa, ma si perde sicurezza e si corrono rischi. Invece l’imprenditoria femminile rischia di essere vista come il lavoretto per quelle che non ce la fanno ad andare a prendere il bambino all’asilo, e questo non mi va molto giù.

GIULIANA

Certo che è una possibilità anche per le altre donne. Però attenzione ai falsi miti: non è facile, ci sono dei costi da sostenere, non ci sarà uno stipendio in banca tutti i mesi, ci vorrà tempo da dedicare e un sacco di pazienza anche da parte delle persone che ci stanno attorno. Io mi ritengo fortunata, da questo punto di vista. Anche se non è affatto una passegggiata.

Secondo voi e’ una possibilita’ relativamente accessibile anche per altre donne? (in termini di costi, di impegno speso, di possibilita’ di conciliazione?)

FLAVIA

E’ possibile e accessibile se si hanno idee e passioni da coltivare, sapendo che si cresce e si riesce soprattutto attraverso i fallimenti: concetto, questo, molto diffuso nella cultura anglosassone, e ancora tabù da noi.

GIULIANA

Per re-inventarsi un lavoro serve un’idea, innanzitutto. E le persone con le quali realizzarla. E serve liberarsi dall’emotività tutta femminile con la quale si costruiscono compagini basate sul fatto di essere amiche: se si lavora si lavora, le garanzie che si cercano nelle persone che ti accompagnano sono relative alla loro professionalità, non all’affetto che si prova reciprocamente (quello verrà dopo). Serve determinazione, consapevolezza dei rischi che si corrono e capacità di non abbattersi al primo ostacolo, e neanche al secondo o al terzo. Serve, anzi fa comodo, un compagno/una compagna che comprenda e ti sostenga – condizione questa senza la quale diventa una battaglia continua. Certo che è una possibilità anche per le altre donne. Però attenzione ai falsi miti: non è facile, ci sono dei costi da sostenere, non ci sarà uno stipendio in banca tutti i mesi, ci vorrà tempo da dedicare e un sacco di pazienza anche da parte delle persone che ci stanno attorno. Io mi ritengo fortunata, da questo punto di vista. Anche se non è affatto una passeggiata.


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Wikileaks: ora che hanno arrestato Assange possiamo anche fermarci a capire?

Facciamo il necessario disclaimer.

Ammetto che di wikileaks ne so poco. Ma qualche pensiero me lo sto facendo.

Ne dice Wikipedia

WikiLeaks (dall’inglese “leak”, “perdita”, “fuga [di notizie]”) è un’organizzazione internazionale no-profit che riceve in modo anonimo, grazie a un contenitore (drop box) protetto da un potente sistema di cifratura, documenti coperti da segreto (segreto di stato, segreto militare, segreto industriale, segreto bancario) e poi li carica sul proprio sito web. WikiLeaks riceve, in genere, documenti di carattere governativo o aziendale da fonti coperte dall’anonimato.

I timori Usa e le prime censure

Il tentativo degli Stati Uniti di fare il vuoto attorno a Wikileaks, si arricchisce di sfumature surreali. Ora arrivano perfino le minacce spedite via mail agli alunni della School of International and Public Affair della Columbia University.

“Non postate link ai cable di Wikileaks e non fate commenti al riguardo sui social network come Facebook e Twitter, se non volete veder compromesse le vostre possibilità di poter lavorare un giorno per il Dipartimento di Stato” dice in sintesi la mail, con un tono soltanto leggermente meno intimidatorio

Bizzarrie ma secondo un sondaggio gli italiani difenderebbero Assange

Gli italiani difendono Wikileaks e il suo creatore, Julian Assange. Per oltre due terzi degli italiani intervistati da Demopolis, sono affidabili le informazioni riservate della diplomazia statunitense diffuse dal portale. Il 53% si dichiara colpito dalla richiesta di Hillary Clinton di spiare i funzionari dell’ONU; subito dopo il 52% si stupisce della definizione della Russia come “Stato con forte presenza della mafia”. Le apprensioni di alcuni Paesi arabi sulla politica iraniana rappresentano una notizia rilevante per il 46% dei cittadini, mentre il 43% evidenzia i preoccupanti commenti americani sui rapporti del Governo italiano con la Russia e la Libia. Il 58% degli italiani sostiene che Wikileaks abbia il pieno diritto di diffondere le informazioni in suo possesso. Il 23%, pur riconoscendo le ragioni della libertà di stampa, ritiene che WikiLeaks avrebbe dovuto tener conto della sicurezza internazionale. Poco meno di un quinto degli intervistati afferma che Wikileaks agisca in modo illecito e che Julian Assange vada perseguito.

Zittire la rete? ne dice Mantellini

Cosa abbia Wikileaks di diverso da New York Times o dal Guardian che pubblicano i dispacci delle ambasciate esattamente come il sito di Assange è piuttosto evidente. Pur rappresentando un esempio di buon giornalismo il New York Times ed il GuardianEl PaisLe Monde, fanno parte del sistema, Wikileaks no: e da questo discendono buona parte delle sue disgrazie.

Cosa fa paura di Wikileaks di  Calamari

Non si sente dire che per un normale cittadino sapere una mezza verità o una verità “di parte” è comunque molto, molto meglio che essere lasciato nell’ignoranza da parte dei media tradizionali, sempre meno oggettivi e decifrabili.

Soprattutto non si sente dire dai cittadini della Rete che Wikileaks è, dal punto di vista dell’informazione, una risorsa preziosa perché, nel bene e nel male, porta squarci di trasparenza in un mondo dell’informazione sempre più opaco e manovrato.

 

Non si sente dire che per un normale cittadino sapere una mezza verità o una verità “di parte” è comunque molto, molto meglio che essere lasciato nell’ignoranza da parte dei media tradizionali, sempre meno oggettivi e decifrabili.

Soprattutto non si sente dire dai cittadini della Rete che Wikileaks è, dal punto di vista dell’informazione, una risorsa preziosa perché, nel bene e nel male, porta squarci di trasparenza in un mondo dell’informazione sempre più opaco e manovrato.

 

E mettiamoci pure un pò di disnformatico

La lista segreta delle installazioni sensibili dal punto di vista del terrorismo in giro per il mondo, pubblicata da Wikileaks, fa discutere e rende manifesta l’ossessione per il segreto e la falsa sicurezza che ne deriva, specialmente se il segreto è l’unica protezione adottata. Seriamente: pensate che sia necessario tenere segreti i punti d’arrivo dei cavi sottomarini per telecomunicazioni? Perché gli USA dipendono da un laboratorio farmaceutico in Francia tanto da considerarne l’eventuale perdita “un impatto critico sulla salute pubblica, sulla sicurezza economica e/o sulla sicurezza nazionale e territoriale”? Che senso ha mettere nella lista delle installazioni segrete l’unico fornitore mondiale di antiveleno per serpenti a sonagli e creaturine affini? Gli estensori della lista pensano che Al Qaeda attaccherà gli USA lanciando serpenti dagli elicotteri?

Chi fa informatica sa quanti danni ha causato la cultura della security through obscurity quando è diventata la sola colonna portante della sicurezza e quando emerge (come in questo caso) che una buona ricerca in Google è capace di superarla. I governanti, a quanto pare, non hanno ancora imparato la lezione.

Non si sente dire che per un normale cittadino sapere una mezza verità o una verità “di parte” è comunque molto, molto meglio che essere lasciato nell’ignoranza da parte dei media tradizionali, sempre meno oggettivi e decifrabili.

Soprattutto non si sente dire dai cittadini della Rete che Wikileaks è, dal punto di vista dell’informazione, una risorsa preziosa perché, nel bene e nel male, porta squarci di trasparenza in un mondo dell’informazione sempre più opaco e manovrato.

 

Aggiungo qualche impressione al volo, a partire dalla semplificazione che impone Facebook:

  • Certo questo dato qualcosa dice: Almost 1.000.000 Facebook Users like Wikileaks!
  • Ecco: ma quanto è (wikileaks) uno spaccio di pettegolezzi inutili, ‘che il nostro signor b. avesse problemucci di sesso, governo, inciuci lo sapevano anche i sassi?
  • Quanto è frutto anche di una distorsione della libertà, la libertà di sapere anche quando fermarsi.
  • Quanto è legittima diffusione di notizie?
  • Quanto mette a rischio alcune situazioni di politica internazionale, es medio oriente?
  • Quanto è un attacco mirato? Chi è o sono i destinatari?
  • Ho come molti grosse perplessità su #wikileaks e sul trade off libertà vs responsabilità, ma vedo troppa voglia di bavagli oscurantisti
  • Da un lato la libertà di informazione ma soprattutto di sapere è un fondamento occidentale
  • Eppure ha senso che tutto sia pubblico, e che cultura abbiamo per gestire ogni informazione
  • Qual’è il sottile crinale tra informazioni che non vanno pubblicate e la libertà di accesso alle stesse
  • Dove si colloca la privacy
  • Dove si colloca la necessità di azioni di politica internazionale che non siano di dominio pubblico
  • Dove stanno le responsabilità
  • Se le fonti di wikileaks sono anonime, come si concilia con una spasmodica ricerca di trasparenza?

Aggiungereste altre domande o riflessioni??