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La visione dell’insieme Ovvero del Femminicidio

I numeri e dei dati contenuti dell’articolo della stampa che si intitola “Bimbi senza mamma e papà L’altra faccia dei femminicidi”, che immagino seriamente veritieri, sono preoccupanti.

Ma non è questo il solo nodo della questione.
E partendo dall’inizio mi pare che il nodo originario sia e resti il significato di un legame.

Non compreso, non insegnato, non pensato.

Un legame di coppia che diventa l’unico significato che si e’ capaci di comprendere:
Io e te.

Una sottile traccia che tiene insieme due persone, e che non e’ destinata a diventare parte di un sistema complessivo,  di una rete di significati, materiali, affettivi, parentali, economici.

legame chimico

Resta composto da un solo filo. Che si colloca in una scena in cui ci sono solo due parti: lui e lei; scena inizialmente molto romantica, e che diventa subito dopo desolata e desolante, se non si va a riempire di un gruppo sociale, il lavoro, e la famiglia nella sua struttura reticolare (perché negato e cancellato).

In quella scena, si vuole anche negare la presenza del tempo, e di una storicizzazione dei fatti, costituita di prima, durante e dopo.

Nemmeno i figli ci sono, e se ci sono evidentemente non sono pensati come parte della complessivita’, restano a malapena parte dello sfondo, ma inessenziali all’io/tu. Oppure valgono come accessori di conferma dell’orgoglio riproduttivo.

La parte principale resta sempre quella del legame iniziale uomo-donna, reso incapace di crescere, di essere davvero fertile, evolutivo.

Una volta la cultura di base insegnava/diceva lo “faccio per i figli”, creando azioni e progetti che traevano significati dalla necessita’ garantire un futuro possibile, reale, o sereno a questi figli.
Divenuti, ben presto, parte cospicua di una rete di affetti e significati, che venivano collocati in uno spazio affettivo in cui il legame tu ed io, era origine e genesi, senza pero’ pretendere l’eterno ruolo di protagonista assoluto.

Queste scene della violenza, degli omicidi, delle separazioni che diventano, prima di esser luoghi sanguinari, spazi di stragi emozionali, in cui si pretende di tenere sempre sulla scena solo quello unico, il primo e iniziale legame, io – tu / io = tu/ amo – non amo”.

Così se quel legame si interrompe tutto si frammenta, e ogni possibile mondo crolla, perché’ non si e’ data la possibilità di renderlo sistemico, interconnesso e “significativo”. Perché non si e’ costruita una grammatica e una sintassi relazionale che attutisse i colpi della vita.
E in cui,  un protagonista non (r)esiste la capacità di guardare la scena complessiva, la cosiddetta, figura sfondo, e quindi la rete di significati si sono costruiti o almeno avrebbero dovuto esserlo.

Se un amore non riesce ad accedere alla complessificazione della relazione,  al cambiamento, alla sua progressiva integrazione nella vita reale, ogni mutamento e’ facilmente fallimento totale, se si recide (o solo cambia configurazione nella rete) quel filo, nulla ha più senso, l’altro diventa inutile.

Concellabile con un “semplice” segno, l ‘omicidio.

Perché’ nemmeno i figli, la famiglia, il lavoro hanno un senso, sono presenze, legami che tengono. E sulla scena non riescono nemmeno ad esserci.

Se l’amore, se questa rappresentazione/interpretazione dell’amore è solo questo (un tu/io fusionale), è solo quel  primo di contesto/momento, allora abbiamo da rivedere questa visione, abbiamo da comprendere cosa sia, e insegnarla di nuovo, rispiegando/rispiegandoci la grammatica e la matematica dei sentimenti. Riflettendo sul un dato che amore, legame, relazione, non permettono rapporti di sottrazione, ma di somme e di moltiplicazioni. Talvolta son divisioni, ossia operazioni che generano un equilibrio progressivo che non è togliere ma aggiungere, ridefinire  in modo diversificato.

Femminicidio e’ uno dei prodotti di una società malata, afasica, che non è più in grado di insegnare significato dei legami reticolari e sistemici, e del loro appartenere e afferire a più livelli.
Il cui il momento di inizio (della coppia), e dell’innamoramento, e’ un istante, che cresce nella quotidianità e’ un piano complesso.

I bambini di cui all’articolo sono sinonimo di questa incapacità, non solo di chi uccide, ma di chi accompagna e ignora questa assenza sociale, queste famiglie che diventano buchi neri, che assorbono la luce e nulla mostrano di un fallimento inziale.

Quando io tu non e’ diventato noi, voi, loro, tu e lei, io e lui, io e loro e via di seguito. Quando la pretesa assoluta era io/te maschio/femmina, intessuta con uomini del tutto incapaci di resilienza, amore, capacita’ di cura e autoguarigione, affamati solo di possesso perché incapaci di costruire la propria e altrui vita.

Uomini che non hanno imparato, e a cui non e’ stato insegnato, e che nessuno ha mai guardato divenire adulti nella costruzione del buco nero, … uomini che non hanno mai imparato ad esser uomini e padri.

Di un fallimento così grande abbiamo il dovere sociale, educativo, politico, culturale e genitoriale di parlarne e spiegarlo e raccontarlo, e di significarlo con pratiche di costruzione di reti, di significati, di relazioni e di nessi; a noi stessi, ai vicini, ai figli, ai colleghi, nel lavoro .. E così’ via ..
Stay human

 altri link tematici:

http://27esimaora.corriere.it/articolo/uomini-violenti-incapaci-di-controllarsi-no-sono-lucidi-e-determinati-2/

http://27esimaora.corriere.it/articolo/noi-maschi-dovremmo-occuparci-di-piu-del-femmicidio/

TED Talks Jackson Katz: La violenza sulle donne — è una questione maschile

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I figli di chi sono?

Ogni volta quando leggo le notizie sulle contese di figli tra un Tribunale dei Minorenni e i genitori, dopo un allontanamento, mi viene in mente il lavoro che ho fatto, la conoscenza dei servizi, le modalità operative, e se mi capita di commentare in qualche blog in genere lo faccio per dire che non ho mai assistito a lapalissiani errori nei casi di allontanamento o affidamento.
Ho in mente il lavoro difficile di chi deve capire se una famiglia è dannosa o peggio per un bimbo, e so che spesso gli interventi lungheggiano perchè è difficile decidere.

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e il triangolo no, non lo avevo considerato … (io, lui e il web)

Lo ammetto con lui l’amore non è stato a prima vista, un anno di rodaggio, e poi il tutto è esploso.

Certo ce ne sono stati altri, ma lui resta il preferito.

Ma adesso ..

il fatto è che non son mai stata capace di resistere alla possibilità di esplorare e scoprire nuovi mondi, possibilità. 

La mia vita è fatta di innamoramenti, siano libri, storie, oggetti, progetti, persone … socialnetwork. Ho bisogno di ossigerenare il cervello con passioni, emozioni, curiosità. E ammetto che la rete e i social mi danno la giusta possibilità.

Appunto è di questo che parlo.

E si chiama Google+ 

Non lo amo come Twitter, ma lì è “amore vero”, ma certo sfizia la mia curiosità, e per fortuna ho un lavoro che mi obbliga a capire come gira il mondo, e in questi tempi il mondo gira davvero a più velocità, la rete lo sta facendo girare moltissimo.

Ironia o meno …. il fatto sta che la rete è diventata una parte significativa della mia vita, è stata una bella botta di consapevolezza.

Salutare e salvifica nell’attraversare l’esperienza della casalinghitudine di una neo mamma che non lavora più 38 ore a settimana, della (neo) professionista che testa le proprie possibilità di inventarsi una carriera a 44 anni, della ex milanese alle prese con la difficile vita in un paesello di 700 abitanti …

Insomma stare connessa mi ha tenuto “connessa” alla mia testa, alla mia potenzialità creativa, e poi a molte possibilità, molti temi, molti pensieri, e persino ad alcune possibilità di azione (lavori, progetti etc) …

La cosa più difficile da gestire invece è la connessione familiare, i tempi di entrata uscita dal web (luogo che è “anche” di lavoro), trovando un precario ma necessario il bilanciamento tra una vita molto social e con numeri imbarazzanti di contatti, persone, chiacchiere, battute, alle volte di incontri fisici e infine rappresentata anche da azioni, comunicazioni.

In effetti è la seconda donna che è in me, che al paesello fatico a gestire le relazioni (non ce la posso fare “davvero davvero”), ma in rete o al lavoro sono garrula e iperattiva.

La vignetta è molto precisa e ha il pregio di riuscire a fotografare – molto bene  – sia la dimensione di doppiezza sentimentale tra utente e vari social tanto quanto quella concretamente familiare.

Lo ammetto la mia soluzione immaginaria e ideale sarebbe una integrazione familiare più social, quindi rappresentata da un aumento delle interazioni in rete anche con il mio compagno, laddove non siamo co-presenti in casa. In modo che la rete non sia percepibile come un mondo alieno, lontano in cui vivo una seconda vita, ma un altro luogo di scambi comunicativi in un luogo diverso dalla nostra cucina, in cui meticciare esperienze e storie.

C’è da capire come farlo, o siamo condannati al triangolo io, lui e il web?


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Dei terribili 2 anni, della fase “mio-mio-mio” e degli status symbol…

Con la figlia grande e’ andata bene, dico la fase del “mio mio mio mio”, ne siamo usciti indenni, e’ passata senza lasciare strascico e senza nemmeno farsi notare.
Chissà!

La minina invece deve aver preso la forma più virulenta di “mio-mio-mio-mio-mio”, e si va sfinimento degli eventuali amiche/amichetti (rigorosamente coetanei – con i bimbi più grandi non funziona – quelli si guardano con ammirazione) … E a quel punto anche l’inconsueto diventa proprietà!
La fantasia proprietaria si estende a cose-persone-animali-piante-concetti propri e soprattutto altrui.

Ma si capisce anche che oltre ad essere una fase di scoperta dei confini tra se e il mondo, gli oggetti, le relazioni, gli affetti, le distanze, oltre ad essere una sorta di fase matematica/geometrica della conoscenza(ahhhhh finira’???!!!) c’e’ dell’altro.
Il ragionamento nasce dal grande pensiero “pedagogico ” materno e paterno: si capisce che talvolta si tratta di una modalità di apprendimento per via imitativa: la minina vuole ciò che si può o potrebbe fare con quell’oggetto.

L’altro fa cose interessanti per via dell’oggetto che ha, o potrebbe farle con quell oggetto. E quello che vorrebbe la minina, pargoletta vivace-esplorativa-curiosa, e’ una nuova possibilità di godere nell’avere nuove cose da fare.

Lo so, non abbiamo inventato nulla, e lo dicono i libri: imitare e’ un modo di imparare dagli altri, e paradossalmente possedere un oggetto che permette di “fare” azioni interessanti, invoglia ad avere quell’oggetto. Anche se non si sara’ in grado di usarlo, o di riprodurre qulla azione.

E’ il principio che guida gli acquisti, che guida i meccanismi pubblicitari, che induce a comperare per assomigliare agli altri.
E’ quella faccenda degli status symbol, insomma; fare finta di essere (come) gli altri, e suo peggio imitare invidiandoli, oppure -se e quando va meglio- emulando modi di essere positivi, per imparare e crescere.

E’ difficile non fare come una duenne, lo si vede nei centri commerciali, lo facciamo tutti, anche volendo essere accorti, intelligenti e consumatori responsabili. E, le strategie di vendita più spinte sollecitano proprio quel “mio-mio-mio-mio” infantile….
Insomma non ci aiutano a crescere ma a volere per avere. Punto.
Paradossalmente la ricerca di noi stessi, effettuata imitando le “cose” belle che vediamo negli altri, finisce per renderci cloni degli altri, procurandoci identità fittizie.

La minina crescerà ….


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Cose di casa (nuova)

La famiglia si e’ allertata nella sistemazione di una nuova casa, ovvero vecchia casa dei nonni, e questa e’ una altra ragione insieme alla questione ponte radio ( cfr post precedente) che fa trscurare il blog / web.
Ma le due cose han ben più di una connessione…
Questa casa, dove viviamo da un po’ , non e’ la nostra.
Non solo per via dell’affitto ma anche perché e’ la sintesi delle nostre case/ vite precedenti (la mia e quella del mio compagno), un mix disorganici di mobili e di disordini, non sempre ben mixati!

La nuova casa sara’ la nostra vera casa, fatta di scelte meno estemporanee e casuali.
Eppure questa casa, dove per ora viviamo, e’ stata il primo passo di una nuova “vita”, una delle (mie) vite… ma era ancora una forma ibrida…
(non so le vostre ma la mia vita, a volte, mi sembra composta di più vite, case, luoghi, stati esitenziali, grandi scelte, persone, affetti… Tanti o tali da sembrare appartenere a più esistenze).

La nuova casa, finalmente viene di giorno in giorno … pensata e progettata, curata anche nella sua dimensione più estetica, oltre che in quella funzionale. Perché diventi a pieno titolo il “nostro” spazio;.. pure senza smettere di essere anche lo spazio del mio compagno, delle bimbe e delle gatte di casa.

Sino ad oggi il blog, che strano…, e’ stato il vero luogo mio, che ho curato, progettato, pensato con la stessa attenzione che ho sempre dedicato alle case (e che ho dedicato molto meno a questa casa), i colori, la ricerca grafica nelle immagini e negli spazi, le forme estetiche-espressive mi piacciono nel blog ma anche nella cura di una casa.
Il blog, lo scopro oggi, e’ .. anzi ha una capacita’ di rispondere allo stesso bisogno di cura delle cose, che ho sempre investito in una casa…


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Cara Signora Mariastella Gelmini

vorrei scriverle davvero lo sconforto davanti alla sue recente intervista in tema di maternità e lavoro.

Devo necessariamente premettere che la mia posizione politica non mi consente di apprezzare il suo operato in quanto Ministro, ma siccome lei è uno dei pochi Ministri donna del Governo di questo paese, mi ritrovo nella situazione paradossale di dover pensare che è importante che lei faccia il suo lavoro in quanto donna.

Credo sinceramente che una molteplicità e moltiplicazione dei saperi, competenze, professionalità femminili nei contesti di lavoro non possa che produrre risultati migliori.

Forse non è questo il luogo per argomentare estesamente e documentare una mia riflessione che si appoggia ad un fiorire di studi, teorie  e ricerche piuttosto importanti in materia, ma questi ci sono ed indicano che da più parti il problema è sentito e promosso.

Ma torniamo alla questione della sua intervista. In quanto donna, madre e persona sono convinta che sia importante che la maternità sia tutelata almeno tanto quanto la possibilità di manterere il lavoro, ma i dati recenti ci raccontano che in Italia, le donne quando diventano madri rischiano il posto di lavoro, se non quando addirittura terminano la loro carriera professionale dopo il parto. Sappiamo che mancano molti strumenti per facilitare e conciliare l’attuazione di questo snodo: maternità e lavoro; mancano i sostegni economici e quelli logistici.

Sono convinta della necessità che lei stessa avrebbe dovuto poter continuare a godere della sua maternità, anche in modo flessibile, perchè il mondo del lavoro “politico” dovrebbe rappresentare il mondo reale. Un mondo che è fatto da donne che lavorano e che fanno figli, e che devono attraversare al meglio i due ruoli senza essere necessariamente obbligate a fingersi dei cloni maschili. Maschi che  non devono mai attraversare la gravidanze, il parto, il puerperio, il riassetto ormonale, le notti insonni e tutta la parte pur bella,emozionante, esaltante e necessaria, ma faticosa; esperienza che molte donne conoscono nel diventare madri.

Quando sento qualche madre che descrive solo la parte esaltante della maternità mi sento dubbiosa, esattamente come mi ritraggo da una madre che descrive una maternità solo brutta … sappiamo bene che le eccezioni confermano la regola. Ma nella maggior parte dei casi come genitori finiamo per condividere una cosa dell’avere figli:  questa non è mai una esperienza unidirezionale, è complessa, emotivamente sconvolgente, ed investe di una trasformazione assai potente noi come persone. Parlando di persone intendo qui anche citare anche i padri, che con la compagne sono attraversati da questi cambiamenti epocali ma che non rischiano mai la perdita dell’identità professionale.

Data la sovraesposizione mediatica che è connessa al suo ruolo di Ministro, le sue  riflessioni rimbalzeranno di qui e di là, come palline di gomma impazzite, di nuovo a generare confusione. Confusione in chi tenta di migliorare la propria posizione lavorativa, in chi vorrebbe star con i figli e non più, in chi ha perso il lavoro perchè diventata madre, in chi vorrebbe conciliare un lavoro di prestigio con la possibilità di esser madre ma in Italia (paese piuttosto arretrato in tema di conciliazione), in chi sta decidendo se può fare il salto e diventare madre, in chi (datore di lavoro) capirà che in fondo la tutela della maternità è una fregatura e non un “bene” su cui investire e pertanto si sentirà libero di andare avanti licenziando quelle che restano “incinte”.

Il suo ruolo e anche una sua analisi delle criticità connesse ad un ruolo di grande responsabilità nazionale, come quello di Ministro, se spese con maggiore chiarezza e onestà (rispetto anche alla fatica necessaria di restare al proprio posto, alla necessità di doversi dividere tra la prima figlia e un lavoro importante) forse avrebbero avuto un valore diverso, nel risvegliare una politica troppo appiattita su se stessa, rilanciando un tema che in fondo è anche molto caro a destra, sinistra e centro.

Le sue parole invece mi sono suonate come una sorta di involontario sbeffeggio rivolto alle altre donne, non partecipe e non capace di progettazione e analisi critica.

Insieme a noi, ha perso anche lei, questa opportunità.

Come donna, come madre, come professionista.


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braccia come ali

Alcuni anni fa quando insegnavo con più frequenza il massaggio infantile, mi sono trovata per passare la tecnica ad una giovane coppia che aveva una bimba di 9 mesi.

La bimba in seguito ad un sofferenza nel momento della nascita aveva un problema di spasticità ai 4 arti. Mi ricordo come la mamma, cercando di spiegarmi le difficoltà della bimba a muoversi e mentre ragionavamo del massaggio e delle possibilità di rilassamento connesse, guardava la sua bimba. La piccola aveva agitato le braccia, così la mamma aveva cominciato a muoverle nello stesso modo, come ad imparare il movimento di sua figlia, come ad interiorizzarlo, farlo proprio sino infondo. Impararlo per capirlo, capirlo per poterla aiutare nel modo necessario, adeguato ai sui bisogni.

Il movimento della mamma era elegante e soffice, la sua emozione potente, come era forte il bisogno di imparare a muoversi come la sua bimba, prima ancora di pretendere che la bimba si muovesse in modo “normale”, uguale agli altri.

Sembrava un volo, una danza, una capacità di dialogare con il corpo dell’altro, nell’imitazione, nell’empatia, nella comunicazione di una vicinanza e una intenzione forte di fare strada insieme.

Una esperienza toccante, davvero.

E al solito resta l’ammirazione per certe persone, e per la capacità del corpo di andare e arrivare prima della parole